L’11 settembre dimenticato

"Sono pronto a resistere con ogni mezzo, anche a costo della vita, in modo che ciò possa costituire una lezione nella storia ignominiosa di coloro che hanno la forza ma non la ragione."

(Salvator Allende Gossens)

 

Nel settembre del 1970, in Cile viene democraticamente eletto Presidente Salvator Allende Gossens.

Nei tre anni successivi, la CIA complottò violenze, sabotaggio economico e guerra psicologica contro il governo di Allende perché non si metteva in riga con i voleri di Washington.

L’11 settembre 1973 le forze armate cilene, con l’incoraggiamento e l’aiuto degli Stati Uniti, lanciarono attacchi di terra e di aria contro il palazzo presidenziale di Salvador Allende, che morì quella mattina.

Dopo il golpe si instaurò un regno del terrore in cui 10.000 cileni subirono la tortura, centinaia di migliaia furono costretti all’esilio o fuggirono e le istituzioni democratiche del paese furono sistematicamente distrutte. Il leader del golpe, il generale Augusto Pinochet, rimase dittatore del Cile per diciassette anni.

 

 

Qualcuno che ricorda però c’è, anche perché passano gli anni ma la storia rimane sempre la stessa: gli usa continuano a pensare ininterrottamente che il Sud America sia il loro cortile di casa. Forza Evo, resisti!

 

 

Nell’anniversario dell’11 settembre il presidente boliviano Evo Morales espelle l’ambasciatore statunitense. Nel 1973 in Cile come oggi in Bolivia l’Ambasciata statunitense è il motore dell’eversione e del golpismo. Ma l’indio ribelle non abbassa più la testa.

“Non abbiamo paura di nessuno –ha dichiarato Evo nel Palazzo del Governo a La Paz- non abbiamo paura neanche dell’impero. Denuncio che l’ambasciatore statunitense Philip Goldberg è responsabile di cospirare contro la democrazia e per dividere la Bolivia e pertanto lo dichiaro persona non grata”.

La prima reazione statunitense, quella del sottosegretario per l’America latina Thomas Shannon, definisce un fatto disdicevole e un grave errore il passo compiuto da Evo Morales. Sono praticamente le stesse parole utilizzate due anni fa quando il neo-presidente boliviano decise che, per una questione di mera reciprocità e di elementare uguaglianza e umanità, se gli Stati Uniti chiedevano il visto ai cittadini boliviani allora anche la Bolivia doveva chiedere il visto a quelli statunitensi.

Se quella di Shannon è stata la prima reazione è attesa nelle prossime ore la contro-espulsione dell’Ambasciatore boliviano da Washington. E’ un’escalation da guerra fredda e nonostante non ci sia alcuna evidenza che la Bolivia stia finanziando la secessione di regioni degli Stati Uniti.

Al contrario il curriculum di Goldberg in Bolivia e prima della Bolivia è sinistro. Prima della Bolivia durante tutti gli anni ’90 in avanti si occupò dello smembramento della Yugoslavia, prima in Bosnia, poi in Montenegro. Infine dal 2004 al 2006 gestì completamente e fu il massimo responsabile del dossier Kosovo che portò fino all’illegale secessione di quella provincia serba. Quindi fu spostato a La Paz, dove Morales era appena stato eletto, per realizzare lo stesso lavoro contro la democrazia boliviana.

Da lì sono innumerevoli i documenti che testimoniano come abbia orchestrato il progetto di secessione delle regioni ricche della Bolivia, appoggiato in tutte le forme non solo l’opposizione ma i gruppi violenti secessionisti e a questi elargito milioni di dollari pagati da USAID, NED e l’Istituto Repubblicano Internazionale. Tra i contatti privilegiati di Goldberg c’è il latifondista e petroliere, Branko Marinkovic, il croato di famiglia ustascia, presidente della Confindustria di Santa Cruz, la più importante provincia tra quelle delle quali si sta fomentando la secessione, rinvigorendo il proposito degli Stati Uniti di trasformare la Bolivia nella nuova Yugoslavia latinoamericana.

Di fronte ad un governo appoggiato da oltre due terzi della popolazione l’opposizione sta passando intanto sempre più spesso al terrorismo (ovviamente ignorato dalla stampa internazionale). Proprio ieri il presidente della YPFB, la compagnia petrolifera boliviana, nazionalizzata da Evo Morales, ha apertamente accusato il prefetto (governatore) oppositore di Tarija di aver organizzato l’attentato terroristico con il quale è stato sabotato il gasdotto che esporta il gas boliviano verso il Brasile, un attentato che avrebbe provocato danni per 100 milioni di dollari. Nello stesso dipartimento di Tarija, nella giornata di ieri, gruppi paramilitari dell’opposizione hanno assaltato il mercato alimentare trovando la fiera resistenza dei contadini che lì lavorano. A Santa Cruz invece i neofascisti della Unione Giovanile Cruceña hanno preso il controllo delle stazioni degli autobus e dei treni con la polizia che è stata costretta a ritirarsi. Sono solo alcuni tra i più gravi tra gli atti delle ultime 48 ore che cercano di provocare una guerra civile di fatto in Bolivia.

 

fonte www.gennarocarotenuto.it

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