Il Vaticano conferma: Sabina è eretica. Sarà reintrodotto il rogo in piazza?

di Sara MenafraIl Manifesto

 

La procura accusa l’attrice Guzzanti di vilipendio contro Benedetto XVI Rischia fino a 5 anni. Alfano valuterà l’autorizzazione a procedere

 

Un reato pesante, quasi dimenticato, frutto della somma del codice Rocco e del trattato lateranense firmato da Mussolini. Sabina Guzzanti rischia di finire alla sbarra con l’accusa di aver «offeso l’onore e il prestigio del sommo pontefice» e di scontare da uno a cinque anni di carcere. La procura di Roma in questi giorni ha chiuso l’inchiesta aperta subito dopo il «No Cav day» dell’8 luglio in piazza Navona e dedicata ai pezzi satirici di Beppe Grillo e Sabina Guzzanti, recitati sul palco zeppo di politici di centrosinistra e immediatamente funestati da centinaia di polemiche. Se per il comico genovese il procuratore capo Giovanni Ferrara e il pm Angelantonio Racanelli hanno scelto di archiviare l’indagine perché le sue frasi contro Napolitano «Morfeo» erano semplicemente satiriche, per Sabina Guzzanti e il suo ritratto di papa Ratzinger hanno preferito la linea dura: richiesta di autorizzazione a procedere al ministro della giustizia Angelino Alfano – una trafila prevista per molti delitti contro la personalità dello stato – e quindi richiesta di rinvio a giudizio. Per processare l’attrice, la procura di Roma ha riesumato l’articolo 278 del codice penale che punisce «con la reclusione da uno a cinque anni» chi «offende l’onore del presidente della repubblica», ma anche chi se la prende col papa, visto che il Trattato lateranense del 1929 equipara il pontefice al capo dello stato. L’articolo ereditato dal vecchio codice, dal ’47 ad oggi è stato usato poco e difficilmente contro i ghibellini. Eppure la procura di Roma sembra certa. Quelle frasi andavano oltre il diritto di critica e di satira, spiega informalmente qualche inquirente. Soprattutto quelle sui «diavoloni». Val la pena di rileggere la battuta di Guzzanti dal principio. Partendo dall’attacco tutto politico alla «menzogna della censura a Ratzinger» da parte dei docenti della Sapienza: «I poveri professori sono stati massacrati, questo significa avere il controllo dei media – aveva detto l’attrice dal palco – Non c’è motivo al mondo per cui Ratzinger debba inaugurare l’anno accademico delle nostre università. E’ vero, grazie alla legge Moratti fra vent’anni il 30% degli insegnati sarà stato scelto dal Vaticano». E la conclusione: «Ma devono ancora passare vent’anni e tra vent’anni Ratzinger sarà morto e starà dove deve stare. All’inferno, tormentato da dei diavoloni, frocioni, attivissimi e non passivissimi». Giù applausi e risate dalla folla. E giù polemiche, moltissime fin dal principio. Il mattatore della manifestazione dell’8 luglio in piazza Navona, Antonio Di Pietro, ha difeso Sabina. Almeno un po’: «Nel ribadire che ad offendere il papa e ciò che rappresenta sono gli assassini, gli stupratori e i corruttori e non certo la satira della Guzzanti, auguriamo buon lavoro a quei magistrati della procura di Roma che hanno avviato l’indagine. Siamo certi che l’indagine si concluderà con una piena assoluzione». Molto, l’ha sostenuta il padre, Paolo Guzzanti, deputato del Pdl ed ex presidente della commissione Mitrokin: «Siamo al medioevo integrale. Chiedo che un’attrice che ha osato vilipendiare la religione sia sottoposta sulla stessa piazza Navona al giudizio di Dio, consistente nel correre su un tappeto di carboni ardenti senza riportare nessuna ustione. Compiuto questo rito giudiziario spero che si possa chiudere la questione, Ratzinger non ha bisogno di queste rappresaglie» Se è forse la prima volta che un’attore che attacca il pontefice sfiora l’accusa di vilipendio, non è la prima volta che la giustizia italiana si occupa di battutacce sul papa. «Siamo davanti ad una evidente forzatura», spiega l’avvocato Domenico D’Amati esperto di diritto di opinione e più volte difensore di Michele Santoro e della stessa Sabina Guzzanti: «Anche perché fino ad oggi la giustizia italiana ha riconosciuto limiti più ampi al diritto di critica e satira, quanto più elevata fosse la posizione del criticato». In effetti, nel 1993 (altri tempi), la corte d’appello di Firenze lasciò andare il direttore del Vernacoliere , Mario Cardinali. L’irrispettoso mensile livornese aveva pubblicato una vignetta che rappresentava il santo padre in vesti tutt’altro che sacrali, raffigurandone «l’umana attrazione nei confronti della nota rock star Madonna», con tanto di esclamazione: «Madonna trogolona». L’accusa era minore, «offesa alla religione dello stato mediante vilipendio di persone», si rischiavano due anni di carcere. Eppure la corte fiorentina fu netta: «Neppure i fatti, i simboli, le cose e le persone pertinenti alla religione possono ritenersi immuni dall’esercizio del diritto di critica e da quello di satira», scrivevano i giudici. Aggiungendo poi che «offesa alla religione può aversi solo ove siano spregiativamente chiamati in causa i valori etico-spirituali e le credenze fondamentali della religione medesima». Chissà che al ministro Alfano capiterà di leggere il Vernacoliere , prima di firmare gli atti romani.

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