Se il (g)Ronchi Rosa non rispetta gli impegni

di Martino Mazzonis Liberazione

 

L’Italia e il governo italiano guardano lontano. Forse è per l’età media delle classi dirigenti, forse per la propensione al piccolo cabotaggio. Mentre gli Stati Uniti sono alle prese con una crisi energetica che condiziona buona parte della campagna elettorale, mentre la prima potenza economica mondiale riflette sul suo modello di sviluppo come non aveva mai fatto, l’Italia spiega all’Europa di non avere intenzione di occuparsi del riscaldamento del Pianeta. Il pacchetto "Energia-Cambiamenti climatici" approvato dal Consiglio europeo è infatti, secondo il governo italiano, «una minaccia per l’industrializzazione del sistema Italia». Così almeno si è espresso il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, ieri a Bruxelles per incontrare gli europarlamentari italiani, invitarli a superare le divergenze di schieramento e sostenere, «nell’interesse nazionale», l’azione del governo.

Tenendo conto degli obiettivi fissati dal Consiglio, la Commissione Ue ha messo a punto una serie di proposte legislative per la riduzione di gas-serra e l’aumento del ricorso alle energie rinnovabili, che penalizzerebbe l’industria italiana – da quella dell’automobile a quella dell’acciaio, dell’alluminio, del cemento, delle piastrelle. Quando si dice un Paese competitivo, capace di investire in tecnologie per il domani e non di guardare allo stato della propria economia in maniera statica.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha dunque spedito il ministro Ronchi alla Commissione Ue e nelle capitali europee per andare a cantarne quattro ai colleghi. Come se gli altri, governati dalla destra, dal centro o dalla sinistra non avessero problemi anche loro.

«Alla luce del mutato contesto economico internazionale, il governo italiano ritiene necessario un attento riesame dei riflessi sulle imprese e sui cittadini del Pacchetto Energia-Ambiente», ha detto Ronchi. I risultati preliminari di uno studio dei costi-benefici del pacchetto «lasciano intravvedere un significativo aggravio degli oneri a carico delle aziende e delle finanze pubbliche», ha sottolineato il ministro. Se restassero fermi gli obiettivi, l’Europa si troverebbe si porrebbe certo all’avanguardia nella lotta contro il cambiamento climatico, ma a rischio di una «deindustrializzazione, se non si eviterà di sottoporre le imprese agli oneri cui non sono soggetti i concorrenti». Per mantenere il parallelo con gli Stati Uniti, che vivono una crisi peggiore di quella italiana, l’idea della campagna Obama è proprio quella di investire in ambiente per superare in competitività la Cina e gli altri concorrenti emergenti e, come ha detto il senatore dell’Illinois a Denver, «Creare milioni di posti di lavoro che non si possono esternalizzare». L’Italia, invece, decide di non investire in ambiente, di non porsi il problema del riscaldamento del pianeta e nemmeno quello di una competizione internazionale che non è in grado di reggere solo abbassando i costi.

I 27 si sono impegnati entro il 2020 a ridurre del 20% le emissioni di gas-serra, di portare al 20% del consumo di energia la quota di energia rinnovabile e di migliorare del 20% l’efficienza energetica. L’Italia «condivide nello spirito il Pacchetto» ha detto Ronchi, ma purtroppo, unici in Europa, non siamo capaci di applicarlo. Roma infatti è l’unica tra le capitali degli Stati membri ad avere richiesto una revisione di criteri di calcolo degli obiettivi nazionali, ritenendo che gli sia stato assegnato un traguardo molto impegnativo: portare al 17 per cento la quota di energie rinnovabili, attualmente al 5,2 per cento, e di ridurre del 13 per cento le emissioni nei settori del manifatturiero, trasporti e edilizia. Inoltre la riduzione delle emissioni di gas-serra comporterebbe un aumento dei costi dell’energia elettrica, già più alti rispetto alla media europea.

A volerla dire in un altro modo, questi obbiettivi potrebbero funzionare da stimolo. Ancora l’America: i big four, i grandi produttori di auto "Made in the Us of A" dovranno cominciare a produrre auto efficienti dal punto di vista energetico. Se non lo faremo anche noi, prima o poi, la nostra industria cesserà di essere competitiva. Meglio dare incentivi poderosi, magari trattando su quello a Bruxelles, o meglio aspettare di essere spazzati via dopo aver festeggiato ancora qualche anno? Ronchi ha indirettamente accusato l’industria meccanica tedesca di aver influenzato il pacchetto. Benissimo. Su si esplicitino queste contrarietà e si faccia pressione per equiparare l’industria tedesca all’italiana.

La Francia, presidente di turno dell’Unione, vorrebbe chiudere il negoziato entro l’anno. Commissioni di merito, Consiglio europeo e Parlamento in sessione plenaria hanno di fatto a disposizione fino a metà dicembre per arrivare a un accordo. Roberto Musacchio, capodelegazione del Prc a Strasburgo ha espresso la sua contrarietà all’azione di Roma. «Di questo pacchetto discutiamo da anni. Con questa impostazione, a due mesi dalla conferenza di Kyoto, l’Italia rischia una pessima figura. E nel merito, è interesse italiano essere alla testa delle politiche di innovazione che sono la base per implementare questi accordi», ha detto Musacchio. Ronchi insiste sull’urgenza di aprire una riflessione approfondita. Un ruolo centrale nella definizione del testo finale lo avrà il Parlamento e sul primo pacchetto di emendamenti, la posizione italiana è uscita sconfitta.

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