Marchio nero

di Alessandro Braga il Manifesto

 

Braccato, fermato, pestato. Una volta arrivato al comando della polizia municipale, denudato e umiliato. Spogliato anche dei suoi diritti, come quello di fare una telefonata a casa, per alcune ore. In più, una volta rilasciato, sulla busta che conteneva i verbali con le contestazioni a suo carico (una busta ufficiale del Comune di Parma, con tanto di stemma della città) pure schernito: non nome e cognome, ma la scritta «Emmanuel negro», come se il colore della sua pelle non fosse un fatto naturale, ma un’onta. Del resto «negro di merda» scala ormai posizioni nella classifica dell’offesa più abusata d’Italia, tallonata da «sporco ebreo»; stabile l’accoppiata «arabo-terrorista»; in discesa il vetusto «terrone» (anche se al nord va ancora per la maggiore). E allora, in un paese dove nemmeno un mese fa a Milano un ragazzo diciannovenne (italiano ma di colore) è stato ucciso a sprangate solo perché sospettato di aver rubato un pacchetto di biscotti, non stupisce (forse non indigna neanche più) che ad usare certe espressioni siano pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni. Bonsu Emmanuel Foster, mentre racconta la sua disavventura alle telecamere del sito Repubblica.it di Parma, non riesce a tenere aperto l’occhio sinistro, ancora gonfio per il pestaggio subito.

Magro, appena sopra il metro e sessanta, Emmanuel è un giovane immigrato ghanese di ventidue anni (regolare, se a qualcuno interessa e se il fatto di essere regolare o irregolare cambi qualcosa in una vicenda come questa). Lunedì pomeriggio, poco dopo le diciotto, è andato a scuola (frequenta un istituto tecnico serale). Essendo in anticipo sull’orario di inizio delle lezioni, dopo aver depositato la sua cartella con dentro i documenti all’interno dell’aula, decide di fare due passi nel parco ex Eridania di fronte all’istituto. Sono le 18,25. Emmanuel nota dietro di lui due uomini che parlano al cellulare e un terzo che gli si avvicina. Improvvisamente, senza identificarsi dice il giovane, gli blocca le mani, subito raggiunto dagli altri due che lo accerchiano. A quel punto Emmanuel si divincola e inizia a scappare. Arrivano altre tre persone che lo rincorrono, lo raggiungono e lo atterrano. «Mi hanno messo un piede in testa – racconta – e hanno cominciato a picchiarmi. Poi mi hanno ammanettato. Uno mi ha colpito con un pugno al volto». Dice che lo hanno picchiato con dei manganelli, «forse bottigliette d’acqua». Di certo, gli hanno fatto male. Il pestaggio continua sulla macchina di servizio con cui lo portano al comando dei vigili urbani. Condito da frasi razziste: «Negro», «Smettila negro» e amenità simili. Arrivano al comando di via del Taglio.

Lo stesso dove a metà agosto una prostituta nigeriana era stata abbandonata per ore svenuta in una cella. E anche qui gli agenti continuano con il loro personalissimo «show». Intanto la giustificazione del fermo: arrestato perché era scappato. Visto che nessuno si era identificato come poliziotto, sembra anche legittimo che il ragazzo abbia avuto paura e abbia tentato di fuggire. Condotto in cella, lo obbligano a spogliarsi. Completamente nudo, lo fanno «sfilare», dentro e fuori la cella. «Avevo paura – dice il ragazzo Mi volevano far firmare dei documenti ma mi sono opposto. Ho chiesto di poter chiamare a casa, mi hanno detto che non potevo se prima non avessi firmato le carte». Gli mettono davanti un pezzo di «fumo», gli dicono «negro, te lo abbiamo trovato in tasca», sostengono che l’altra persona che c’è in cella ha confessato la sua complicità. Emmanuel insiste, dice di non conoscerla neppure quella persona.

Alla fine cede e firma i verbali. Sono circa le 22 quando gli agenti chiamano i parenti del ragazzo. Il padre, Alex, operaio metalmeccanico, in Italia dal 1995, arriva intorno alle 23 al comando insieme alla moglie. Appena vede il figlio malconcio chiede spiegazioni ai poliziotti. «È caduto», rispondono. L’uomo, infuriato, domanda al figlio se lo hanno picchiato. «Mi ha risposto solo sì», dice. Poi lo rilasciano. E, al padre, consegnano una busta con dentro i verbali. Sopra, la scritta «Emmanuel negro». Il ragazzo va al pronto soccorso: gli viene certificato un ematoma e una ferita alla mano. Zoppica. Ieri mattina, Emmanuel si presenta alla caserma dei carabinieri per sporgere denuncia. L’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali ha aperto un’inchiesta per far luce sull’episodio. Il Comune ne farà una sua interna. La comandante dei vigili Emma Monguidi smentisce le accuse, dice che «anche due agenti sono rimasti feriti», di frasi razziste, proprio non ne vuol sentir parlare. E il valente assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi, assicura che «andrà fino in fondo». Intanto, nel dubbio, parla di un fermo «piuttosto movimentato» che ha «provocato il ferimento di due agenti». E, «verosimilmente», del giovane. Verosimilmente.

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2 risposte a Marchio nero

  1. Chiara ha detto:

    Ti giuro mi viene il groppone a leggere ste cose.Quando l\’ho sentito mi sono incazzata,che probabilmente sembravo più "negra" di lui.Stasera mi è capitato,sul2,di chiacchierare con un romeno,realmente affascinato da come stavo scrivendo.Qua non c\’entra il colore della pelle,perché questo è più bianco di me,però il concetto è lo stesso,provenienza altra dall\’Italia,cultura diversa.Ecco,niente a che vedere con quegli italiani picchiatori di cui sopra.
     
    Parlando di cose frivole,ho letto il tuo commento.Chiedo perdono ma è stato un resoconto soft e il più possibile rapido,prometto di riparare.Comunque sono contenta,Lost! piace anche a me,l\’altro giorno l\’ho detto al mio amico, gran cultore dei Coldplay, e poco poco mi sbranava.

  2. mauro ha detto:

    Non
    sto pensando a niente

    Non sto pensando a niente,
    e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
    mi è gradita come l\’aria notturna,
    fresca in confronto all\’estate calda del giorno.
    Che
    bello, non sto pensando a niente!
    Non
    pensare a niente
    è avere l\’anima propria e intera.
    Non pensare a niente
    è vivere intimamente
    il flusso e riflusso della vita…
    Non sto pensando a niente.
    E\’ come se mi fossi appoggiato male.
    Un dolore nella schiena o sul fianco,
    un sapore amaro nella bocca della mia anima:
    perché, in fin dei conti,
    non sto pensando a niente,
    ma proprio a niente,
    a niente…

    – Fernando Pessoa

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