Un anno fa ci lasciava Enzo Biagi

 

di Giulia CusumanoArticolo21

 

“Disse sempre quello che poteva, mai quello che non voleva”.  Con queste parole, qualche tempo prima di lasciarci, Enzo Biagi disse che avrebbe voluto essere ricordato. E noi lo ricordiamo così. Grande giornalista, o come si definiva lui “cronista”, che mai si piegò alle logiche del sistema. Uomo con la schiena dritta, che parlava alla gente con parole semplici, più efficaci di qualsiasi slogan pubblicitario o astrattismo intellettualistico.

Giornalista, cronista, uomo che mai antepose il tornaconto personale alla dignità.

Quella dignità che tante volte, in settant’anni di carriera, provocò orticarie e pruriti ad un certo tipo di politica, quella abituata al servilismo, quella intollerante alle critiche, quella del “non disturbate il manovratore”. Perché ci si fa male, prima o poi, a disturbare il manovratore.

Quella degli editti bulgari, insomma, prima e dopo la sua morte.

Già, perchè anche oggi, ad un anno dalla scomparsa, la memoria di Biagi continua a creare vagiti di insofferenza tra i seguaci del Presidente Berlusconi.

 E’ la destra meneghina, contraria all’assegnazione dell’Ambrogino d’oro al giornalista che a Milano trascorse gli ultimi cinquant’anni della sua vita.

Scriveva da lì, dal suo ufficetto in Galleria Vittorio Emanuele. Da lì osservava, da lì, da lì scriveva, da lì, all’occorrenza, “disturbava il manovratore”.

“Strumentale continuare a insistere candidandolo: il suo valore è già stato riconosciuto con l’iscrizione al Famedio” hanno tuonato dalle fila della maggioranza di fronte alla proposta della sinistra.

Reazione prevedibile, nonostante il Sindaco stesso Letizia Moratti abbia espresso parere favorevole alla nomina.

Prevedibile, perché la destra milanese anche questa volta dimostra di avere una memoria tutta sua; non ricorda lo spirito liberale di uno dei padri del giornalismo italiano, non ricorda nemmeno l’affetto e la stima dei tanti milanesi orgogliosi di ospitarlo nella propria città.

La destra milanese ricorda altro; il diktat bulgaro del suo Presidente, le insinuazioni su un presunto “uso criminoso della tv” prima, di un “desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato” poi.

La destra milanese, di quell’editto, ne propaga gli effetti opponendosi al conferimento dell’onoreficenza simbolo di Milano.

Ma anche se ora Biagi è tornato a Pianaccio, il luogo da cui, come disse “non sono mai partito”, la sua memoria resta qui, tra le mura meneghine, tra le vetrate opache della Galleria. Tra i cittadini milanesi.

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