Crisi lavorativa sotto la Mole

 

di Loris CampettiIl Manifesto

 

Quando nel 2002 esplose la crisi Fiat, la più grave fino a quella data, furono in molti a teorizzare un nuovo volto della Detroit italiana che finalmente avrebbe potuto liberarsi dalla monocultura dell’automobile. Dal sindaco Sergio Chiamparino all’università, dagli intellettuali a gran parte delle forze di sinistra partì una campagna per la trasformazione dell’area urbana che avrebbe potuto e dovuto reggersi sui servizi, il terziario, il turismo, uscendo finalmente dal tunnel delle quattro ruote scavato da generazioni di Agnelli. Una città capace di riprendersi i suoi tempi, diversi da quelli scanditi dai cambi turno a Mirafiori. Era una sogno, si reggeva su basi ideologiche senza tener conto della composizione sociale torinese, della sua cultura industriale e dei suoi saperi. Poi la Fiat ha ripreso, grazie alla tolleranza delle banche, ai danari pubblici e all’arrivo del mago Sergio Marchionne. Con la ripresa della Fiat e con la scoperta (bella scoperta) che Olimpiadi e grandi opere si lasciano alle spalle cemento e poco d’altro, quelle teorie postindustriali cominciarono a perdere forza, e militanti. Dev’essere successo qualcosa di importante se oggi La Stampa titola con le parole di Luca Cordero di Montezemolo: bisogna ripartire dalla fabbrica. Le stesse parole usate in questi giorni dal sindaco.

Cosa sia successo è presto detto: è precipitata la crisi peggiore che si ricordi sotto la Mole. I numeri sono impietosi: se dall’inizio dell’anno al 1° giugno, nel solo settore metalmeccanico 94 aziende dell’area torinese avevano fatto ricorso alla cassa integrazione, il 5 di ottobre il numero era salito in modo iperbolico a 329. Mentre parliamo con il segretario della Fiom, Giorgio Airaudo, nella sua scrivania arrivano altre 79 lettere di richiesta di cassa, 45 di aziende associate all’Amma, 23 all’Api e 11 di aziende non associate. E non è che a soffrire le conseguenze della crisi siano soltanto i lavoratori metalmeccanici. Battono cassa le aziende alimentari come la Abit (latte e derivati) che dopo la cassa integrazione minaccia di passare ai licenziamenti, quelle chimiche come la Michelin che pur non lavorando per la Fiat annuncia la chiusura dello stabilimento di Torino proponendo ai dipendenti il trasferimento in altri impianti. Poi c’è il caso clamoroso della Motorola, il gigante nordamericano dei telefonini che per aprire a Torino un centro di ricerca che avrebbe dato lavoro a un migliaio tra ingegneri e ricercatori ha ricevuto sovvenzioni dagli enti locali per almeno 10 milioni di euro. Di posti di lavoro altamente specializzati, alla fine, ne sono venuti fuori 370, di cui 170 precari. Il contratto di lavoro scelto da Motorola è quello del commercio, più conveniente. Un bel giorno d’autunno dell’anno di grazia 2008 è arrivato un signore dagli Stati uniti a comunicare ai 200 dipendenti rimasti – i precari erano già stati rimandati a casa – la decisione della direzione di chiudere il centro torinese e tutti a casa. Sistema italiano per i finanziamenti pubblici, gestione tipicamente americana della forza lavoro: non avendo pagato i contributi per gli ammortizzatori sociali, la Motorola non ha accesso alla cassa integrazione, dunque restano solo i licenziamenti. «Sembrava di essere negli Stati uniti – racconta Airaudo – con gli ingegneri che lasciavano l’ufficio con gli scatoloni in mano». Uno di questi ingegneri ha raccontato la sua triste storia: un mese prima si era licenziato dal posto dove lavorara per sbarcare in Motorola, convinto dalle promesse di un radioso futuro.

Ma torniamo ai metalmeccanici. La Fiat subisce gli effetti peggiori della crisi come tutte le aziende automobilistiche concorrenti, ma è la prima volta, continua Airaudo, che alla crisi dell’auto si aggiunge quella dei camion (Iveco) e delle macchine movimento terra (la Cnh, che resiste grazie alle performances delle grandi macchine per l’agricoltura, costruite però negli Usa). Erano 13 anni che l’Iveco non faceva ricorso alla cassa integrazione. A Mirafiori la produzione sta scendendo ai minimi storici, 7-8 mila dipendenti sono già in cassa e a cascata la crisi si ripercuote su tutto l’indotto. «Non c’è mai stata una simile velocità nel contagio – dice Airaudo – e una simile espansione in tutti i settori». La copertura sindacale e sociale è ancora molto forte, ma solo nelle aziende con più di 50 dipendenti. Nelle sole aziende in cui la Fiom ha delegati, i contratti di lavoro precari non rinnovati sono 2.935, solo l’ipocrisia e la controriforma del lavoro impediscono di chiamarli con il loro vero nome, licenziamenti. In un arco di aziende che occupano 46 mila persone, quelle in cassa integrazione sono quasi la metà, 22.802.

Tutta la veicolistica è in precipitosa ritirata, comprese le porte corazzate, alla faccia della campagna sulla sicurezza. Per non parlare dei carrozzieri che a Torino e in Italia si chiamano Pininfarina e Bertone, rispettivamente 1.750 e 1.150 addetti nell’area torinese, a cui si aggiungono oltre 1.000 dipendenti in Svezia e in Francia, nei settori della Volvo e della Matra acquistati da Pininfarina. E dire che la carrozzeria ha un andamento anticiclico, ma questa crisi fa eccezione. Pininfarina è sommersa dai debiti (6-700 milioni di euro) e risponde con pesanti ondate di cassa, la Bertone è in amministrazione controllata e per ora non ha prospettive di futuro. La crisi colpisce anche fonderie e stampaggio a caldo che producono non solo per l’auto. Per la prima volta la Berko, gruppo ThyssenKrupp, ha chiesto la cassa.

Si fa prima a dire chi si salva: «L’aviazione, cioè la ex Fiat Avio ora in mano a fondi americani, l’Alenia e la Microtecnica. Si salvano grazie alle commesse pubbliche e alla produzione bellica». Come si si attrezza di fronte alla crisi peggiore il sindacato? E la Fiom, come risponde all’emergenza sociale torinese? «Torino non è un’eccezione ma un anticipatore di quel che capiterà in tutt’Italia», risponde Airaudo. Insomma, in un modo o nell’altro la città di Gramsci e Gobetti è sempre un laboratorio.

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Una risposta a Crisi lavorativa sotto la Mole

  1. mauro ha detto:

    in effetti la crisi si sente molto dal nord al sud -non esistono settori che non subiscono di questa recessione logicamente negata dai politici e subita da noi operai,forse il calcio è rimasto l\’unico lusso sfrenato non colpito visto i reditti dei calciatori .qui\’ stiamo lottando per la chiusura di alcuni reparti ospedalieri e la soppressione di alcuni treni che ci collegano alla capitale .poi il signor silvio manda i soldi in sicilia ad un comune che è fallito grazie alle politiche del sindaco non che medico privato del cavaliere .prima i mafiosi erano amici dei politici oggi sono propio seduti al senato..ma dove dobbiamo arrivare non riesco propio a capirlo..ciao buonadomenica

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