La fine del capitalismo

 

di Gianni Minàhttp://www.giannimina.it/index.php?option=com_content&task=view&id=171&Itemid=61

 

Adesso voglio vedere se fra i coriferi del capitalismo a qualunque costo -umano, sociale, etico- ci sarà qualcuno che avrà l’onestà di dire che questa idea di società è miseramente fallita così com’era successo nell’89 al comunismo, e che quello che sta succedendo negli Stati uniti a banche e assicurazioni, che stanno trascinando nel baratro pensioni e risparmi di milioni di cittadini, è per l’Occidente, uno sconquasso della stessa drammatica intensità della caduta del muro di Berlino per il mondo che si ispirava ai principi del marxismo.

Perché questa fragilità, questa corrotta ambiguità dell’economia di mercato era palese da tempo, eppure molti degli ultras del liberismo si ostinavano a sottolineare la “fine delle ideologie”. Ma se scavavi tra le pieghe del discorso, scoprivi che in realtà l’unica ideologia che questi ultrà reputavano morta e da seppellire era quella comunista. E anche quando erano costretti ad ammettere che in nome del libero mercato erano stati compiuti crudeli genocidi [come in Africa o in America latina] con aria falsamente ingenua erano pronti a chiederti: “Ma cosa mi offri in cambio? Non esiste un’alternativa”.

 

E quindi si poteva mentire al mondo per fare le guerre, vendere armamenti, saccheggiare risorse, o si poteva condannare alla fame e alla miseria interi continenti, magari per difendere solo i privilegi e le sovvenzioni ai contadini di Stati uniti, Francia o Italia, o ancora si poteva continuare a rapinare le ricchezze dell’umanità meno attrezzata, meno pronta ad affrontare le sfide capziose del mercato.

 

Perché annientare l’80% dell’umanità per le logiche dell’economia capitalista era ed è evidentemente più accettabile, più democratico, meno scandaloso che morire in un gulag o non avere abbigliamento firmato o McDonald’s. Così come non è inquietante se a controllare l’informazione, a ideologizzare e indirizzare la tua vita non sono ottusi burocrati di partito, ma la concentrazione dei mezzi nelle mani di pochissimi, che hanno il controllo di apparecchiature degne del Grande fratello di Orwell.

Ci avevano detto, e quasi stavamo per crederci, che il capitalismo era l’unica salvezza dell’umanità, un sistema che aveva una soluzione per tutto, perché comandava l’infallibile mercato e la ricetta si era rivelata indiscutibile: quando l’economia non funzionava, bastava privatizzare e tutto si sarebbe risolto.

Così quando il governo di Washington dell’ineffabile Bush e del suo vice, l’affarista Cheney, ha deciso, fregandosene dell’ideologia liberista fino a ieri Vangelo, di salvare, nazionalizzandoli, i due colossi dei mutui Fannie Mae e Freddy Mac [l’8 settembre] e pochi giorni dopo [il 17 settembre], con un intervento della Banca centrale ha tolto dal gorgo dal fallimento l’AIG [American International Group], il gigante delle assicurazioni, è stato chiaro che tutta la retorica del “più mercato – meno stato” era una burla, un’escamotage dei mercati finanziari per privatizzare, quando c’erano, i guadagni e socializzare le perdite.

Una presa per i fondelli colossale, senza il minimo pudore, se uno come Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia di un governo come quello di Silvio Berlusconi, che le regole non le ha mai rispettate, si è subito adeguato come un burocrate sovietico: “Dalla crisi si esce con più intervento pubblico. Se il male è stato l’assenza di regole, la cura può essere solo nella costruzione di regole”. Neanche un ministro democristiano dell’epoca della Cassa del Mezzogiorno avrebbe potuto cambiare abito così in fretta.

Ma lo stesso atteggiamento hanno tenuto i più prestigiosi giornali europei: la Repubblica, quotidiano italiano un tempo di sinistra, titolava il 20 settembre in prima pagina, con assoluta disinvoltura: “Terapia Bush, Borse in festa”. Di fatto presentando in positivo quello che fino a ieri, nel capitalismo, era considerata un’eresia: l’intervento in extremis dello stato nel mercato, ovvero l’ultima, disperata mossa politica di quello che molti cittadini nordamericani giudicano da tempo come il peggior presidente che il paese abbia avuto nell’ultimo secolo. La decisione del governo Bush scarica sui contribuenti americani, come fa rilevare sempre su la Repubblica, Federico Rampini, un onere oggi incalcolabile e potenzialmente illimitato, pur di frenare la catena di crac delle maggiori istituzioni finanziarie e le conseguenti pericolose ondate di panico.

Ma questa analisi onesta e realistica non ha suggerito un titolo meno trionfalistico per il piano da mille miliardi di dollari [in proporzione più del piano Marshall varato nel 1947 dal presidente Truman per aiutare l’Europa a rialzarsi] messo in marcia dal ministro del Tesoro Usa. D’altronde, il mondo della finanza neoliberista ha sempre preferito illudere, nascondere e mascherare, sperando follemente che nulla alla fine cambiasse.

Pochi anni fa, la benemerita Fondazione Ambrosetti che organizza le giornate di Cernobbio, sul lago di Como, dove si incontra ogni anno la creme de la creme dell’economia liberale [o presunta tale], mi contattò perché sentiva l’esigenza di far ascoltare, per una volta, una voce dissonante a una compagnia di giro dove i primi attori erano quasi sempre Shimon Peres, Henry Kissinger o perfino l’ex premier spagnolo Aznar, nemico giurato di tutte le ricette sociali antiliberiste.

Avrebbero voluto invitare il presidente cubano Fidel Castro: “Non condividiamo la sua linea intransigente -mi dissero- ma forse è arrivato il momento di confrontarsi con le ragioni di chi, prima di papa Wojtyla, affermò, fin dalla metà degli anni 80, che il debito estero di molte nazioni del Sud del mondo era immorale e impagabile”. Una scelta fuori dal pregiudizio. Li misi in contatto con l’ambasciatore cubano in Italia, anche se ero scettico sulla possibilità che quell’idea sarebbe stata accettata dagli abituali frequentatori del meeting di Cernobbio.

Il presidente cubano non aveva spazio nella sua agenda per aderire a quell’invito e allora io consigliai ai dirigenti della Fondazione Ambrosetti di chiedere aiuto a Eduardo Galeano, coscienza critica dell’America latina e di quello che chiamano il Terzo mondo, che proprio in quei giorni usciva anche in Italia con un libro emblematico, “A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia”. Eduardo accettò l’invito e inviò in anticipo il testo del suo intervento, basato su alcune delle brevi e paradossali composizioni, spesso intrise di ironia, che si susseguono nei suoi saggi e sono tipiche del suo modo di raccontare la storia e il mondo. Concedette anche un’anteprima al giornale la Stampa di Torino, che uscì la mattina in cui Galeano avrebbe dovuto intervenire.

Avrebbe. Perché, con un certo imbarazzo quelli della Fondazione avvisarono la sera prima lo scrittore de “Le vene aperte dell’America latina” e ora di “Specchi, una storia quasi universale” che, per l’obbligatorio inserimento nel programma di un ospite politico fino a quel momento in forse, non ci sarebbe stato più spazio per il suo intervento.

Galeano la prese con un sorriso disincantato: “Quelli dell’economia neoliberale considerano le loro convinzioni un dogma che non può essere discusso. Per questo li hanno definiti ‘i paladini del pensiero unico’. Ma non si illudano, sarà la storia a smentirli”.

Così a quanto pare è stato, anche se finora è mancato il coraggio di dire, chiaro e tondo, che nel mese di settembre del 2008 è crollato anche il muro del capitalismo.

D’altronde non poteva che finire così. Il neoliberismo si regge in piedi continuando ad ammucchiare bugie, con i giornalisti, incapaci, la maggior parte delle volte, di tenere la schiena dritta, e invece tesi pateticamente a sostenere argomenti che non stanno in piedi e a scrivere parole in libertà per giustificare l’ingiustificabile.

È sufficiente dare uno sguardo alla Direttiva del Rientro, approvata lo scorso 18 giugno dal Parlamento Europeo, per capire quanto sia in decomposizione la democrazia in un’Europa pavida e impaurita, mentre in altri continenti, come l’America latina, fino a ieri carente di diritti per tutti, spira un’aria nuova, dove il riscatto di nazioni indigene come Bolivia ed Ecuador, comincia proprio da una riscrittura rigorosa e seria di una Costituzione che rispetti tutti. Non solo, come avveniva fino a pochi anni fa, le oligarchie bianche e predatrici.

Proprio Galeano, nella cerimonia in cui, in Paraguay, il giorno dell’assunzione del’incarico di presidente da parte di Fernando Lugo, è stato dichiarato Cittadino Illustre del Mercosur, non ha evitato il sarcasmo riguardo all’ipocrisia delle nazioni del Vecchio continente: “L’Europa ha approvato da poco la legge che trasforma gli immigrati in criminali. Paradosso dei paradossi,” ha aggiunto. “L’Europa, che per secoli ha invaso il mondo, sbatte la porta sul naso degli invasi una volta che questi ricambiano la visita”.

Per capire quanto è grande questa crisi di credibilità dell’Occidente, è sufficiente considerare come, negli ultimi tempi, dai media di casa nostra è stato raccontato il braccio di ferro che il giovane presidente dell Bolivia, Evo Morales, ha intrapreso contro i prefetti secessionisti delle ricche province orientali del suo paese, per ora bloccati, senza mortificare la democrazia, nelle loro strategie eversive sostenute, oltre che dalla Cia e dalla peggiore diplomazia nordamericana, dagli eredi dei vecchi ustascià croati, riparati, dopo la seconda guerra mondiale, nella Bolivia delle dittature militari e delle centinaia di colpi di stato.

Con questi figuri ci sarebbero perfino vecchi attrezzi del neofascismo golpista italiano come Marco Marino Diodato, che nella notte tra l’ 11 e il 12 settembre, avrebbe organizzato gli squadroni della morte legati ai gruppi civici che si battono, con la scusa dell’autonomia regionale, contro l’idea di nazione e di democrazia di Evo Morales. Nel massacro di El Porvenir [nella provincia di Pando] sono stati uccisi quindici contadini che si recavano ad una manifestazione di appoggio al presidente.

Con chi dovrebbe stare la stampa democratica dell’Occidente? Sarebbe facile rispondere con il giovane presidente boliviano. E invece, per non dispiacere alle spericolate politiche dell’amministrazione Bush in America latina come in altre parti del mondo, i media non sanno nascondere una certa condiscendenza per la secessione, per il tentativo di destabilizzazione che l’ex ambasciatore Usa Goldberg, ora rispedito a Washington, ha perseguito, finora senza risultati concreti, in questi mesi intensi e sofferti del paese in cui si immolò Che Guevara. E così hanno parlato di “paese diviso in due”, di “pareggio”, di “stallo”, pubblicando cartine geografiche sul consenso politico del presidente nel paese, chiaramente fuori dalla realtà, come dimostra l’annuncio di avvio di un dialogo da parte dei prefetti secessionisti ribelli,

La linea da tenere sull’argomento, come su tutta la febbre di riscatto che cresce in America latina, sempre più lontana dall’essere il “cortile di casa” degli Stati uniti, la dà El País, il potentissimo quotidiano spagnolo che ha ramificazioni e interessi in tutto il Cono sud. E lo fa quasi sempre con le parole astiose di Mario Vargas Llosa, uno scrittore straordinario che però, come tanti, non si dà ancora pace di essere stato in gioventù un militante comunista, e quindi non apprezza il vento di cambiamento che soffia nel continente.

Dario Fertilio, che lo ha intervistato sul Corriere della Sera, e Angelo Panebianco che gli ha dedicato la sua rubrica sul magazine dello stesso giornale, si dolgono così del fatto che, al contrario di quanto succede con gli scritti politici di García Marquez, di Luis Sepúlveda e di Eduardo Galeano, quelli di Vargas Llosa non vengano fatti conoscere in Italia. La colpa viene data ovviamente alla nostra editoria che, secondo Panebianco “continua a essere convinta che ‘cultura’ sia sinonimo di ‘sinistra’”. Perché, non è così professore? E, mi perdoni, l’editoria italiana, a cominciare dal colosso Mondadori, a chi è in mano? Forse, nella logica neoliberista ora improvvisamente in crisi, il Vargas Llosa saggista non è pubblicato solo perché non è ritenuto interessante per il mercato. So che è sconveniente, ma forse è proprio questa la ragione di questa dimenticanza, anche se lei parla di “offerta politicamente monocorde che influenza e plasma la domanda”. Tanto per la verità, professore, e per non prendere per i fondelli i lettori…

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