Un venerdì da leoni

 

di Frida Roy

 

La manifestazione di Roma organizzata dal movimento studentesco e dai sindacati (Cgil e Uil) ha riempito le strade capitoline. Quattro cortei di giovani e ricercatori, ma anche adulti. Tutti a chiedere al governo di fermare la scure dei tagli prevista per la scuola, la ricerca, l’università. L’opposizione è con loro

 

I numeri sono secondari: 200mila, 300mila, 500mila. Il punto è che ci sono e sono tanti. Il punto è che oggi hanno invaso la capitale e lo hanno fatto per ricordare al governo che stanno tutti uniti, "Insieme per il futuro del paese", perché, dicono da settimane e hanno ribadito anche oggi, "noi la crisi non la paghiamo". Chiedono all’esecutivo di far retromarcia sui tagli alla ricerca, all’università e alla scuola, che strozzano la formazione degli studenti ma anche i tanti precari che in questa stessa formazione investono la loro vita. In una condizione di labilità lavorativa che li rende quasi simili a missionari, sacrificati e sfruttati per amore di una professione e di uno studio a cui non corrispondono la stessa tutela nella certezza del lavoro e della retribuzione. Eppure mandano avanti il mondo accademico e, con esso, l’intero Stivale. Ma pare che questo non basti.

Allora sono scesi in piazza e in strada assediando il centro di Roma, pacificamente, con quattro cortei diversi. Quello convocato dalla Cgil e dalla Uil -doveva esserci anche la Cisl ma pare sia stata piuttosto rassicurata dalla ministra Gelmini e ha scelto, a poche ore dall’appuntamento, di sfilarsi- che è partito dalla Bocca della Verità per confluire a piazza Navona con i comizi dei leader a concludere. Di fatto i due sindacati che dal faccia a faccia con la responsabile all’istruzione hanno portato a casa il convincimento che la disponibilità ad un confronto, previo ritiro della mannaia economica, non esiste proprio. Gli studenti invece si sono organizzati articolatamente in tre appuntamenti distinti nelle varie aree cittadine, partendo da La Sapienza in zona S.Lorenzo, da Roma Tre ad Ostiense e da piazza della Repubblica, dove si sono riuniti gli studenti medi e quelli proveniente dal resto dell’Italia. Insieme, mescolandosi, hanno sfilato per il centro -da piazza dei Cinquecento e giù per via Cavour fino a piazza Venezia- per poi spezzarsi in due tronconi: uno approdato davanti a Montecitorio e l’altro al Senato. E per le vie adiacenti al palazzo della Camera e palazzo Chigi hanno continuato a sfilare ininterrottamente dalla mattina al tardo pomeriggio.

 

A vederli camminare insieme per le vie di Roma si prova un’istintiva solidarietà, non patetica ma vitale perché si alimenta della loro rabbia, che fa sembrare questa protesta poco retorica e molto concreta. Politica nella sua impoliticità, nella sua lontananza dai partiti verso cui il movimento di scuole e atenei vuole mantenersi impermeabile. Ricercatori precari, universitari, alunni, venuti dal Nord al Sud del paese ma anche dal resto del mondo (gli studenti Erasmus c’erano e nei giorni scorsi si sono fatti sentire al di fuori dei confini nazionali, come del resto anche oggi a Parigi o Madrid), si confondono in un fiume colorato dove non manca il sarcasmo verso la classe politica: Berlusconi, Tremonti, Gelmini, Brunetta sono i target principali di slogan e striscioni. Premiare il più intelligente è difficile, ma molto in voga è un semplice "Berlusconi se hai i capelli lo devi alla ricerca" oppure "L’onda non si arresta, il sapere non si acquista".

 

Nel loro cantare non manca la disillusione verso la politica, sebbene questa protesta ne sia imbevuta. Quale maggiore politicizzazione del chiedere che siano garantiti istruzione pubblica e diritto al lavoro, stabile e degnamente retribuito, soprattutto all’interno degli atenei? Non è politica nel senso stretto del termine, ma difesa dei propri bisogni concreti e dei propri diritti: politica nel senso nobile di speranza del futuro, che si vuole costruire insieme e che non si accetta di veder calato dall’alto, in particolare poi quando viene fatto con misure restrittive, dal punto di vista economico e non solo. Perché? Perché il futuro è loro, dicono.

 

La scia dei giorni scorsi, di quello che è accaduto in piazza Navona è ancora presente. La violenza dei neri di Blocco studentesco, indisturbati protagonisti, in occasione della recente manifestazione davanti al Senato, di un vero e proprio assolto agli studenti, è una ferita aperta. Non a caso, non senza coscienza, appena arrivati davanti Montecitorio i cori della piazza lanciano un messaggio chiaro di antifascismo oltre che di legalità: "ora e sempre Resistenza", gridano, insieme alla richiesta di "fuori i mafiosi dal parlamento". In molti, poi, sono ancora scossi dalla sentenza di ieri per la mattanza alla scuola Diaz nei giorni del G8 2001: "La Diaz non si dimentica" hanno scritto gli universitari de La Sapienza. Mentre altri colleghi chiedono da uno striscione "sciopero generale subito".

 

Il 12 dicembre saranno accontentati dalla Cgil. Il cui leader, questa mattina da piazza Navona, ha commentato con amarezza l’assenza del sindacato cattolico alla manifestazione oltre che il tentativo in atto, da parte di Governo e Confindustria, di chiudere nell’angolo la più grande organizzazione sindacale, con l’intento di assaltare la diligenza del mondo del lavoro, dai rinnovi contrattuali del pubblico impiego alla riforma del contratto nazionale. "Chi non c’è sbaglia. Ogni volta che provano ad isolarci gli va male però persistono", ha detto Epifani, ricordando anche che "perseverare è diabolico" e "le bugie hanno le gambe corte". Un monito quest’ultimo all’ostinazione con cui il segretario cislino Bonanni ma anche quello della Uil Angeletti negano l’incontro ad excludendum verso la Cgil avuto a palazzo Grazioli martedì, con il premier e la presidente degli industriali Marcegaglia. Secondo il segretario, poi, "c’è una richiesta forte di riforme e non di tagli. La Gelmini continua a ripetere che noi non vogliamo le riforme. È lei invece che pensa di contrabbandare per riforma una politica di soli tagli. Apra una vero confronto e vedrà che noi saremo disponibili".

 

I due cortei non hanno marciato insieme, ma i protagonisti si sono comunque mescolati tra loro. Osmoticamente, in modo aperto, come è caratteristico di questa onda di protesta. Tra loro anche i volti noti della politica e del sindacato. Il segretario del Prc Ferrero, Bertinotti, il presidente della Provincia di Roma Zingaretti, il leader della Fiom Cremaschi, Fava per Sd. Oltre ad un coro trasversale di adesioni e sostegno da parte delle forze di opposizione. Unite in questo caso senza distinzioni nella richiesta che il governo ascolti queste piazze che hanno animato il mese di ottobre e di novembre.

 

Solo nel tardo pomeriggio tornano a casa i ricercatori di Geologia con il casco giallo tra le mani, portato a simbolo del proprio lavoro, le infermiere di Firenze, i collaboratori scolastici con i palloncini della Flc-Cgil, gli specializzandi di medicina con indosso i loro camici bianchi, i tanti precari di Istat, Enea, Ispra, gli studenti con le loro grandi forbici in carta a simboleggiare la politica dei tagli del governo. Fermo restando il prossimo appuntamento è previsto per domani mattina quando a La Sapienza, fino a domenica, si terrà la due giorni di woorkshop e dibattito dedicati alla riforma Gelmini e al piano dell’esecutivo in materia di ricerca e università. Perché quest’onda non si ferma e non riposa. Anzi, agita il mare sociale anche fin nei suoi più remoti gangli.

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Una risposta a Un venerdì da leoni

  1. Chiara ha detto:

    Tutto bene,tranne che a un certo punto ho letto una concentrazione di parole con radice politic- e mi è venuto un pò di prurito,cosa che non ho potuto alleviare con la spada perché non ce \’hanno lasciata come souvenir. Poi,ah,quella dei capelli di Berlusca mi piega. Infine tutto si taglia,ma se ti taglio le mani come la mettiamo?Tolte le leggi letteralmente del taglione,ultimo ma non ultimo,sta er uscire il prospekt e vuoi che non o sappia?ma quello penso di passare.Già solo prché mi hanno remixato Lovers in Japan, eresia!

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