Nefandezze internazionali

 

Si è concluso da qualche giorno sul sito dell’Unità un sondaggio sulla peggior gaffe internazionale di SilvioB., triste maniera di allietarci amaramente sul governo più indegno della storia del paese.

Ha vinto nettamente il Kapò su l’abbronzato (46 a 33). Al terzo posto ci sono le corna con il 12% e al quarto il «troppe nove donne nel governo spagnolo» votato dal 6.76%.

Tra le innumerevoli opzioni mancava il mitra rivolto ai giornalisti russi e l’ultima perla dell’11 Novembre 2008, quando il più ricco d’Italia ha accolto il presidente brasiliano Lula con la ministra Carfagna, soubrettes e i giocatori brasiliani del Milan, considerando il Paese parte delle sue aziende di famiglia.

 

Per chi volesse rinfrescarsi la memoria sulle scelleratezze compiute durante il secondo governo di Silvio, eco un articolo del 2006.

 

 

di FILIPPO CECCARELLIla Repubblica

 

 E vabbé, i cinesi bolliranno pure i bambini. Ma attenzione: "Lavora con me un turco che fa l’impalatore da sette generazioni…". Così disse, per la gioia dei rapporti con Ankara, il presidente Berlusconi nel marzo del 2002. Un anno prima di prodursi in un temerario baciamano alla sposa del figlio del premier Erdogan, gesto che da quelle parti equivale a una specie di sconcezza.

 

I possibili oggetti dell’impalamento erano comunque dei tecnici della Protezione civile italiana cui il Cavaliere aveva simpaticamente intimato di fargli fare "bella figura" quando si sarebbe firmata la Costituzione europea. Allorché le trattative su quel testo si arenarono, durante un vertice piuttosto teso, il Cavaliere propose agli altri capi di stato e di governo di "alleggerire un po’ il clima"; e sfoderato il consueto sorrisone propose: "Parliamo di calcio e di donne". Quindi rivolto a Schroeder: "Tu, per esempio, Gerhard, che hai avuto quattro mogli, cosa ci puoi dire delle donne?".

 

Il silenzio glaciale che non di rado si condensa attorno a lui in queste circostanze non ha mai scoraggiato Berlusconi dal forzare le antiche cautele della diplomazia. Perciò in questi indimenticabili cinque anni l’evocazione degli orrori cinesi e dei supplizi turchi si è equamente alternata con i più vari e anche fantasiosi spropositi a sfondo confidenziale e perfino erotico.

 

Per cui il riferimento al "kapò", scagliato addosso al deputato tedesco Schultz che l’aveva contestato nell’aula di Strasburgo, finisce per intrecciarsi nell’album dei ricordi internazionali del berlusconismo con la rivendicazione di un numero imprecisato ma consistente di fidanzate francesi.

 

Così come l’intemerata sulla civiltà islamica, definita "inferiore" e "ferma al 1400"; o la valutazione su "quei quattro beduini di Al Qaeda" dopo la strage di Madrid, si confondono con il trionfalismo dell’attempato, ma sempre valido play-boy che è riuscito a entrare nelle grazie della presidente finlandese Taria Halonen per ottenere a Parma l’Agenzia europea per l’Alimentazione.

 

Fu questo della seduzione della ignara signora Halonen l’episodio per così dire terminale di una risoluta escalation che portò il presidente del Consiglio a definire la Finlandia "buona solo per i surgelati, l’aringa affumicata, la renna marinata e il pesce baltico con polenta". A tutto ciò, prima che quel governo chiamasse l’ambasciatore italiano a dare delle spiegazioni e prima che associazioni di consumatori si proponessero di boicottare i prodotti italiani, Berlusconi contrappose la maestà del culatello.

 

E’ ben strano il mondo, visto dalla villa di Arcore o da Palazzo Grazioli. "Arafat – ha detto una volta – mi ha chiesto di dargli una tv per la striscia di Gaza. Gli manderò Striscia la notizia". Felice per l’accoglienza riservatagli in Albania, ha ritenuto di dover corrispondere con un’altra consimile promessa: "Manderò qui la Rai a riprendere le vostre magnifiche coste, così gli italiani verranno in vacanza". Una tv era stata promessa anche in Afghanistan. Partì pure Sgarbi, dopo la guerra, ma laggiù evidentemente hanno altre priorità.

 

Ancora più strano è il modo in cui Berlusconi intende il suo ruolo di interprete degli interessi nazionali. Del Cavaliere si è scritto che è un "divino" gaffeur perché dice la verità, senza ipocrisie. Prestigiatore del virgolettato e artista delle barzellette, gliene scappano in effetti di rischiosissime: "La sapete quella del negro che cerca una pensione a Rimini?".

 

Ma il vero problema, come ha scritto una volta l’ambasciatore e scrittore Sergio Romano, è che nelle relazioni internazionali quando si dà un calcio, si resta a lungo con la gamba alzata a mezz’aria. Per questo, prima ancora di mostrarsi sinceri, i titolari della politica estera devono essere sorvegliati e ancora di più guardarsi dalle improvvisazioni.

 

Sotto questo aspetto l’esempio del presidente del Consiglio è stato davvero letale. Gli insulti anti-tedeschi del sottosegretario Stefani, la maglietta anti-islamica di Calderoli e la polemica di Giovanardi sull’eutanasia "nazista" vigente in Olanda si configurano come "berlusconate", con l’aggravante della mancanza del dovuto copyright.

 

Nella gaffe il Cavaliere appare infatti insuperabile, ma poi ci sa anche fare. "Pensa di essere un incrocio tra De Gaulle e Churchill – l’ha fulminato Montanelli – e il guaio è che ci crede". Anche quando risulta un po’ bauscia, non sa, non capisce o, come capita a tutti, si confonde.

 

Un giorno s’è inventato che i soldati italiani avrebbero avuto una qualche funzione nei porti della Libia. Un altro giorno ha fatto riferimento a uno Stato, l’"Estuania", che non esiste proprio. Un terzo giorno, a Ryad, in un empito di egocentrismo ha lasciato capire di essersi intossicato in un pranzo ufficiale. "Dopo l’Arabia Saudita – ha poi detto senza preoccuparsi che i suoi ospiti si sarebbero potuti offendere – mangio solo riso in bianco".

 

Cibo e "femmine" paiono costituire, insieme ai più raccapriccianti stereotipi esotici e alla pacca sulla spalla con i colleghi, la chiave di volta della specialissima politica internazionale di Berlusconi. Passi per la telefonata ad Aida Yespica, con tanto di passaggio del cellulare al leader venezuelano Chavez. Passi già meno la battuta sull’amore per il popolo brasiliano e in particolare per le sue ballerine che qualcuno ha creduto di sentire da un assai ilare Cavaliere in un incontro bilaterale. Ai limiti dell’indecenza il consiglio ammiccante ai giornalisti, nel corso di una visita di Stato a Budapest, di farsi dare dal premier ungherese "qualche buon indirizzo".

 

In questo contesto, è accaduto che bolliture di bambini e impalamenti di adulti, indelicatezze protocollari e pretesi corteggiamenti abbiano riempito per almeno un quinquennio l’immagine e in fondo la vita stessa dell’Italia e degli italiani. Nella ricca e straniante aneddotica del berlusconismo international non manca un appello al "Consiglio Superiore" dell’Onu – neanche fosse quello della Magistratura italiana, con sede a Palazzo dei Marescialli. Trascurare che a New York c’è piuttosto un "Consiglio di Sicurezza" non sembra in effetti il miglior viatico per un personaggio che potrebbe aspirare alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite. Ci sarebbe, in quel caso, la questione del voto della Cina, che al momento non pare esattamente garantito.

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