Sentenza storica

 

“Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo Paese, dove quei furbi che fanno le imprese, no, non badano a spese… Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica. Tra un palo che cade ed un tubo che scoppia, in quella bolgia si accoppa chi sgobba; e chi non sgobba si compra la roba e si sfonda, finché non ingombra la tomba…” Caparezza

 

Per adesso si festeggia perché si va a processo, speriamo poi ci siano anche verdetti implacabili contro i responsabili dei 7 omicidi della Thyssen, e non la solita farsa all’italiana.

 

di Santo Della VolpeArticolo21

 

“Si..si…!! grazie,grazie”, mani al cielo,con un grido liberatorio,la signora Rosina De Masi,madre di Giuseppe, una delle 7 vittime della Thyssenkrupp che porta sempre disegnata sulla maglietta che indossa, esce dall’aula del Gup di Torino. Il giudice  per le indagini preliminari Francesco Gianfrotta ha appena letto l’ordinanza di rinvio a giudizio che recepisce pienamente le richieste della Procura di Torino, del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e dei suoi sostituti, Laura Longo e Francesca Traverso: l’amministratore delegato della Thyssenkrupp, Harald Espenhahn, sarà processato per omicidio volontario “con dolo eventuale”,come si dice in termini giuridici. Rischia  ora sino a  22 anni di carcere e per la prima volta nella storia d’Italia un infortunio,una strage sul lavoro, finisce in Corte d’Assise,sarà giudicato da una giuria popolare. Perchè l’azienda sapeva che quegli operai alla linea 5 della Thyssenkrupp di Torino correvano quei rischi gravissimi,ma ha taciuto:anzi,pur sapendo che non c’erano le misure antinfortunistiche, ha chiesto che  Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodino’ , Giuseppe De  Masi ,morti nel rogo e Antonio Boccuzzi (unico sopravvissuto di quella Linea 5) ,andassero a lavorare in quella situazione.

Anche gli altri 5 imputati,Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno, Daniele Moroni, Cosimo Cafueri ,dirigenti dell’azienda, sono stati rinviati a giudizio, accusati di omicidio colposo con colpa cosciente ed omissione volontaria di cautele antinfortunistiche. Rischiano  sino a 9 anni di carcere. 

Le uscite laterali dall’aula del Gup di  Torino sono simmetriche ed in pochi secondi  si materializza  nell’atrio una rappresentazione da tragedia greca, carica di tensione e di speranza,di forte emozione e di razionalità giuridica; tutti sanno che si è appena compiuto un fatto che resterà nella storia, almeno sino alla prossima sentenza di primo grado .Da un lato le famiglie delle vittime, gridano la loro soddisfazione:”è un primo passo,ma è fatta,un primo momento di giustizia ,sì giustizia, grazie Guariniello” gridano  in coro,proprio mentre nell’altra uscita dell’aula, esce proprio il procuratore aggiunto,attorniato dai giornalisti, che non tradisce la soddisfazione e coglie la portata del lavoro svolto:”UNA SENTENZA STORICA” dice,” la cui importanza va al di la’ del caso specifico: e’ un segnale a tutto il mondo del lavoro, che si aspetta la fine delle morti bianche". Perché ora  tutti sanno che si rischia qualcosa di più di un omicidio colposo,non voluto, quando i datori del lavoro sanno quel che rischiano i lavoratori,ma non fanno nulla per evitare i rischi. Forse non è la fine delle stragi,ma sicuramente è “la fine delle impunità”, o meglio di quel senso di impunità che faceva pensare alle norme antinfortunistiche come ad un inutile peso. Vale la pena leggere l’ordinanza di rinvio a giudizio del dottor Gianfrotta: Espenhahn, trascurando le misure di sicurezza, "si e’ rappresentato – e’ scritto nell’ordinanza – la concreta possibilita’ del verificarsi di infortuni anche mortali" sulla linea 5, dove il 6 dicembre 2007 si sviluppo’ l’incendio costato la vita a sette operai: si tratta, nel gergo dei giuristi, di"omicidio con dolo eventuale", commesso da  chi “accetta il rischio" di provocare un decesso.  Secondo il giudice, che ha accolto la tesi della procura, Espenhahn – nonostante fosse a conoscenza dei problemi -"prendeva dapprima la decisione di posticipare dal 2006/2007 al 2007/2008 gli investimenti antincendio per lo stabilimento di Torino pur avendone gia’ programmata la chiusura", e poi "la decisione di posticipare l’investimento per l’adeguamento della linea 5 (raccomandata dall’assicurazione, dai vigili del fuoco e da un organo aziendale, il wgs – ndr) ad epoca successiva al suo trasferimento da Torino a Terni”. Questa l’origine del disastro di quella notte. Per l’avvocato Ezio Audisio, del pool difensivo della Thyssenkrupp, quella della Procura ed ora condivisa dal Gup, e’ pero’ una "tesi esagerata": "noi non la condividiamo. E al dibattimento contiamo di dimostrare le nostre ragioni” afferma .

Ma Antonio Boccuzzo, unico superstite,oggi deputato del Partito Democratico e parte civile in questo processo, gli altri operai e tecnici dello stabilimento,hanno raccontato al procuratore aggiunto Guariniello le fasi di quella notte ed i documenti trovati dai magistrati nella settimana immediatamente successiva a quella strage,hanno completato il quadro terrificante di quanto avvenne  la notte del 6 dicembre 2007: un fiume di fuoco che ha come inseguito gli operai della Thyssenkrupp della linea 5 senza che nessuno potesse fermarlo. Durante la lavorazione del metallo si e’ sviluppato un principio di incendio, le scintille hanno trovato un innesco in chiazze d’olio o – come secondo alcuni degli esperti – in carta da rimasuglio. Le fiamme non sono state domate immediatamente e la rottura di un tubo ha provocato la fuoriuscita di olio a 140 gradi, che ha formato una nube e causato un’esplosione.

Una ricostruzione che trova conferme nelle prime testimonianze dei superstiti: "le fiamme ci hanno investito, sembrava un’onda anomala del mare, ma anziche’ acqua era fuoco", aveva detto Antonio Michele Boccuzzi. "C’e’ stato un piccolo incendio, dell’olio che bruciava. Pensavamo di riuscire a spegnerlo e abbiamo preso gli estintori. Le fiamme si sono velocemente allargate e alzate, poi ci sono state delle esplosioni". quindi il tentativo di aiuto dei compagni investiti

dalle fiamme: "erano torce di fuoco. ho cercato di aiutarli,strappavo loro i capelli bruciati, pezzi di vestiti".

Il racconto di un altro superstite, fabio simonetta, allora getto’ una luce particolare anche sulle difficolta’ nei soccorsi: "gli idranti erano rotti, tre estintori su cinque erano vuoti. Il liquido mi arrivava in faccia anziche’ andare sulle fiamme". E Giovanni Pignalosa descrisse cosi’ il tentativo di salvare un altro operaio: "ho visto l’inferno, unascena tremenda. Antonio era avvolto nelle fiamme e gridava ‘aiutatemi, muoio’. ma era impossibile avvicinarsi,tirarlo fuori. abbiamo aiutato alcuni operai, ustionati ma in grado di camminare, ad uscire dallo stabilimento. Se chiudo gli occhi vedo quegli operai in mezzo al fuoco, tre in piedi e due a terra. Erano quasi completamente carbonizzati, irriconoscibili. Nelle orecchie ho ancora le loro urla".

E’ passato un anno da quella tragedia: la  magistratura ha dimostrato che volendo si puo’  fare una inchiesta cosi’ difficile in poco tempo, ha detto che se vuole,la giustizia funziona e bene, al punto da mettere una pietra miliare che fa giurisprudenza, che resta nella storia.

Per medicina democratica, una delle parti civili nel processo ai vertici della thyssen krupp, il rinvio a giudizio alla corte di assise da parte del gup, e’ un fatto importante: "la tesi presentata dagli avvocati dei responsabili della Thyssen – dice medicina democratica – e’ stata platealmente battuta, non puo’ essere che sette operai siano morti per un triste e tragico destino, o peggio, per un errore umano. La tesi difensiva sostiene che era stato fatto tutto il possibile per la sicurezza e l’applicazione delle leggi. Il pm ha dimostrato il contrario, le responsabilita’ ci sono e sono gravissime. ci attendiamo ora – conclude – che la corte d’ assise di Torino vada fino in fondo e che i responsabili siano condannati".

Ma il prossimo 6 dicembre le famiglie delle vittime  celebreranno il primo anniversario della tragedia con una marcia dal centro di Torino sino al palazzo di giustizia. Perche’ “ora e’ stato fatto un primo passo, ma il cammino della giustizia e’ ancora lungo”  ci ha ricordato la mamma di Roberto Scola, con  la foto del figlio sul petto e le lacrime agli occhi,forse per l’emozione, certo per una sofferenza sempre infinita ,sicuramente  per la richiesta ancora viva di giustizia.

 

 

Nello stesso giorno di ieri, però, sono morti due operai e tre sono rimasti feriti a Bologna. La drammatica vicenda accaduta a Sasso Marconi rappresenta l’ennesima, devastante conferma della condizione di assoluta insicurezza che pervade troppe fabbriche del nostro Paese

La drammatica conta è avvenuta in un’azienda produttrice di pneumatici, la ‘Marconigomme’ di Sasso Marconi, in seguito all’esplosione di un miscelatore all’interno del quale si stava sperimentando una fusione della gomma. Sono deceduti il direttore dello stabilimento, Fabio Costanzi di 56 anni, e un operaio indiano di 45, Iadav Ranjaz, da poco ricongiuntosi in Italia con la sua famiglia.

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Una risposta a Sentenza storica

  1. Chiara ha detto:

    Ovviamente sono d\’accordo che non è giusto che "chi va a lavurà pur\’ a morte ha da affruntà"(Spaccanapoli),però ora che se ne sente parlare sembra che le morti aumentino in continuazione.In realtà l\’indice di morti sul lavoro è sceso,ripeto,con questo non voglio dire che la situazione non sia grave e preoccupante.
    Per quanto riguarda specifcatamente la Thyssen…si,diciamo che le cose sono andate così,anche se anche lì c\’è un grosso ma che già esposi in commento a Silvia.
    Tolto che sembro voler fare l\’avvocato del diavolo,la cosa mi tocca più di quel che sembra

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