La poltrona del cavallo

 

di Norma Rangeri Il Manifesto

 

Mentre il domino mondiale, dall’America al Giappone, assiste al crollo dei colossi dell’economia globale, e l’Italia entra nell’inverno glaciale della recessione, la scena politica nazionale si accapiglia sul signor Nessuno. I massimi vertici della Repubblica, dal Quirinale, alle presidenze delle Camere, da Palazzo Chigi alle segreterie dei partiti, sprofondano nella titanica lotta contro un senatore che ha rotto il giocatolo preferito del Palazzo: la spartizione della televisione pubblica. Non è bastato che il sistema politico sfoderasse le armi sopraffine del machiavellismo, convergendo sulla figura di Sergio Zavoli come futuro presidente della Commissione di controllo della Rai. Un nome di prestigio che salvava la faccia a tutti. Ai berlusconiani ingordi che avevano umiliato le opposizioni, ai veltroniani che avevano osato sfidare il conflitto di interessi del presidente del consiglio con la candidatura di Leoluca Orlando.

Il signor Nessuno si rivela il fenotipo che fisicamente fa esplodere la genetica melmosa di un sistema senza più regole, costretto a ballare sul copione di una pochade che coinvolge e riguarda trasversalmente gli schieramenti, di maggioranza e di opposizione. Un effetto-domino micidiale che travolge i precari equilibri all’interno del partito democratico, denudando i meccanismi di una lotta intestina tra correnti e capibastone. Il segretario del Pd, Walter Veltroni, ne esce con le ossa rotte. Alla disperata, tenta di ributtare la palla tra le gambe dell’avversario, sostenendo che chi ha costruito la mina vagante del senatore Villari, deve ora disinnescarla. Ma è una difesa che spara a salve, che sconta profonde divisioni tra le forze di opposizione, e lascia indifferente Silvio Berlusconi, spettatore divertito e persino magnanimo («caro Villari, hai svolto il tuo compito, ora dimettiti») dello spettacolo di un leader che tra «pizzini» e insulti, è finito nell’angolo.

Ora Villari potrà dimettersi o restare ma non sarà il Pd a trarne vantaggio. Qualunque sia il presidente della Commissione di vigilanza, l’organismo parlamentare resta espressione, comunque, della ferrea lottizzazione dettata dalla legge Gasparri. Avversata dalla sinistra sì, ma in fondo rappresentazione solo più esplicita di una funzione dell’informazione e della comunicazione pubblica, condivisa dai partiti. Come, del resto, i telespettatori vedono ogni giorno, e come è avvenuto anche ieri sera, quando si sono accesi i telegiornali mostrando Veltroni e Casini che sfornavano le loro dichiarazioni di giornata tra una pausa e l’altra della presentazione del libro di Bruno Vespa: titolo involontariamente ironico dell’opera «Viaggio in un’Italia diversa».

La cogestione del sistema svolgerà appieno il suo mandato. Avremo il piccolo schermo piegato al verbo berlusconiano, con gli scampoli della sinistra sopravvissuta a giocare l’eterno ruolo degli apprendisti stregoni. Una cultura politica che costruisce il bene pubblico offrendo al cittadino la materia prima della dieta democratica, l’informazione, non si inventa con le alchimie di una Commissione parlamentare, né riducendo la Rai al gioco delle cooptazioni.

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