Messico: un paese decapitato ma con voglia di rivolta

 

di Giuseppe De MarzoASUD

 

Nell’immensa sala de Armas della Ciudad Deportiva Magdalena Mixhuca di Città del Messico, circa mille e cinquecento delegati di oltre 40 organizzazioni, tra movimenti sociali, comitati, sindacati e forze politiche si sono dati appuntamento per celebrare – con un giorno di anticipo e alla loro maniera – il «Grito» di indipendenza che 198 anni fa liberò il Messico dall’invasore spagnolo. Questa volta l’obiettivo è liberarsi dall’occupazione di un governo di destra e dal suo modello capitalista, che in Messico affonda gli artigli più che in altri luoghi dell’America Latina. Per lanciare il proprio grido di indipendenza, una quarantina di movimenti messicani hanno deciso di costituire l’Mln: il Movimiento de liberacion nacional . Il Messico è una polveriera: ingovernabilità senza precedenti, clima di violenza che produce circa trenta morti al giorno, malcontento popolare diffuso. Dall’inizio dell’anno al 12 settembre (il giorno prima del congresso fondativo del Mln: in pochi giorni i morti si ammucchiano, solo ieri sette vittime in un attacco narcoterrorista con granate sulla folla a a Morelia, nel centro del paese) sono stati 3.202 gli omicidi, un aumento dell’80% rispetto all’anno scorso. Mentre sono più di un milione e mezzo i messicani che hanno lasciato il paese negli ultimi due anni, un tasso più che doppio rispetto al passato. Tasso di crescita economica inferiore a Haiti, aumento della povertà e disoccupazione fuori controllo: in questo contesto l’Mln si pone come obiettivo la costruzione di un nuovo progetto di nazione attraverso la mobilitazione permanente. Un’organizzazione di organizzazioni che preservando l’autonomia di ogni gruppo vuole articolare a livello nazionale le miriadi di lotte sociali e politiche del paese, puntando a sfidare il governo di Felipe Calderon, in sella da due anni grazie a una frode elettorale ai danni del centrosinistra di Andres Manuel Lopez Obrador. Nel salone circondato da gigantografie di alcuni dei personaggi più rappresentativi per la storia latinoamericana – tra i quali Emiliano Zapata, Pancho Villa, Che Guevara, Camilo Torres – è un continuo vociare e susseguirsi sul palco principale. Ci sono i sindacati dei maestri di Morelos, Zacatecas, Distrito federal (la capitale), Aguascalientes, San Luis Potosì, Queretaro, Durango, Guerrero e quelli delle storiche «seccion 18» di Michoacan e «seccion 22» di Oaxaca, organizzazioni che stanno paralizzando i loro stati con una mobilitazione permanente di più di 160mila maestri contro la riforma dell’educazione. C’è il sindacato più vecchio del Messico, i tranviari, il movimento nazionale organizzato «Aqui Estamos» con le sue decine di cooperative, l’unione dei giuristi, l’unione popolare dei venditori ambulanti «28 ottobre», le organizzazioni contadine e diverse comunità indigene del Chiapas e di San Luis Potosì, i movimenti urbani «villisti», le donne di San Salvador Atenco e molti altri. Ci sono anche i partiti della sinistra cosiddetta rivoluzionaria: il Partito comunista m-l, il Partito socialista, la Red Izquierda revolucionaria… La «presa» sul paese sarà verificata in breve tempo: per ottobre il neonato Mln ha convocato uno «sciopero patriottico». In settembre si discuteranno infatti alcune delle riforme strutturali che il governo vorrebbe imporre. Innanzitutto la questione della privatizzazione del petrolio e dell’impresa di stato Pemex, fiore all’occhiello non solo dell’economia nazionale ma dell’identità del paese. Fu proprio Lazaro Cardenas, il generale che fu presidente dal ’32 al ’38 (e che diede vita, tra gli altri, al primo Movimiento de liberacion nacional ) a nazionalizzare il petrolio, sancendolo nella Costituzione. La gravissima crisi economica che investe il Messico ha avuto come conseguenza un’offensiva da parte delle destre, delle multinazionali e del governo statunitense che punta a ristrutturare il paese attraverso riforme senza precedenti. L’obiettivo è privatizzare tutto il possibile: alla privatizzazione del petrolio seguono infatti la riforma del sistema educativo e quella del lavoro. La prima si chiama «Alleanza per la qualità dell’educazione» e punta a smontare definitivamente l’istruzione pubblica. La seconda è la riforma dell’Issste – l’istituto di sicurezza e servizi sociali per i lavoratori dello stato – già approvata nel marzo 2007, che tra le altre cose cancella di fatto le pensioni per 18 milioni di lavoratori, elimina i contratti collettivi e la giornata di 8 ore lavorative, elevando l’orario di lavoro a 72 ore settimanali. A questo si aggiungono la riforma giudiziaria, l’aumento delle spese per la militarizzazione e l’incorporazione al Aspan – il piano strategico militare di difesa dell’America del nord -, il consolidamento degli accordi commerciali con gli Usa e la firma del Plan Merida, che legalizza la partecipazione militare e di polizia degli Stati uniti nel paese. La crisi sta generando in Messico un’ondata di proteste e di mobilitazioni che alcuni paragonano all’epoca della Rivoluzione messicana del 1910. E sono in molti a scommettere che difficilmente Calderon terminerà il suo mandato nel 2012. Sul suo futuro inciderà sensibilmente anche l’esito delle prossime elezioni negli Stati uniti, visti i legami della destra messicana con il clan Bush e con i petrolieri statunitensi al governo «Dare vita ad una seconda indipendenza», è questo l’obiettivo politico dell’Mln che dal suo congresso costituente lancia un appello di unità ai due protagonisti dell’opposizione messicana, la Convenzione nazionale democratica – il movimento spontaneo che riconosce come legittimo presidente Obrador – e l’Ezln, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale. Il leader del centrosinistra Obrador, forte della grande capacità di convocare in piazza centinaia di migliaia di cittadini (molto meglio lui del del suo screditato partito di riferimento, il Prd), sembra procedere per la propria strada, scartando per ora un’alleanza con i movimenti sociali. Alla finestra, ma non ostile, l’Ezln.

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