Bruciare per gioco

 

di Marco Sferiniwww.lanternerosse.it

 

Quattro giovani "perbene", quattro ragazzi che arrivano a mala pena ai 20 anni. Quattro riminesi che non avrebbero destato alcun sospetto se non fossero stati scoperti dalle indagini della polizia. Perché? Perché non corrispondono in alcun modo allo stereotipo del delinquente che prende una tanica di benzina, la rovescia su un senzatetto che dorme su una panchina e poi accende un fiammifero e lo fa diventare una torcia umana.

E invece sembra essere andata proprio così: questi ragazzi hanno detto agli inquirenti che volevano solamente divertirsi, rompere la sordida noia di un giorno qualunque dell’autunno romagnolo. E così si sono detti: andiamo a fare qualcosa di spettacolare, di eclatante, di eccitante. Diamo fuoco ad un barbone. Tanto… è solo un barbone.

 

Da quel giorno il povero Andrea Severi lotta tra la vita e la morte con il 50% del suo corpo completamente ustionato e i quattro giovincelli ammettono: "Volevamo solamente divertirci". E non era forse la stessa spiegazione che davano alcuni di coloro che gettavano i sassi dai cavalcavia delle autostrade? Non volevano anche loro trasgredire oltre ogni misura, oltre il rispetto delle persone, cercando di fare centro con i parabrezza delle macchine in corsa proprio come si cerca il centro di un tondo da freccette in un bar?

 

E’ del tutto ovvio che c’è una componente di sadismo in questi episodi: il gusto del veder soffrire qualcuno per un proprio gesto è quanto di peggiore si possa trovare nel giustificazionismo dell’autore di queste che non si possono definire "bravate", ma solo crimini. Crimini che questi ragazzi non sanno di commettere. Crimini che loro interpretano al pari di una mangiata in compagnia, di una partita ai videogiochi o di un ballo in discoteca.

 

Che differenza passa tra il dare fuoco ad un clochard e sedersi a tavola e mangiare? Solo una: la seconda, se interpretiamo bene le loro parole, è molto molto meno divertente della prima. "Dovevi vederlo tra le fiamme, che scaldata gli abbiamo dato", dice uno dei quattro agli amici in macchina…

 

E allora, se il metro di valori che questi giovani hanno può essere questo, c’è tutta una società che sta fallendo, c’è un vuoto morale, c’è il tutto del niente, l’apocalisse dei sentimenti, il diluvio universale sulle emozioni e sulle sensazioni che dovrebbero spingerci a sentire in noi il male fatto agli altri e a riconoscerlo come possibile anche sulla nostra di pelle.

 

Nel riconoscere il male comune, l’uomo ha sempre cercato di contrastarlo, spingendosi a difendere i suoi simili e creando, laddove è stato possibile, delle comunità solidali che si fondassero esclusivamente sul rapporto di interazione tra il singolo e il collettivo.

 

Ma non è forse vero che è sempre l’uomo ad aver deriso e goduto della morte di altri uomini in giochi come quelli dei gladiatori? Non è forse vero che il duello a morte certa era applaudito da folle festanti sotto la benedizione degli imperatori?

 

Nei tempi della storia, la crudeltà dell’uomo verso l’uomo, il non riconoscere l’altro da noi come uguale e non solo come simile, è andata ora scemando e ora crescendo. Oggi ci troviamo in una situazione di ritorno di una barbarie simile a quella che si consumava nel Colosseo: non ci sono più i gladiatori e i leoni, ma ci sono le leggi che impartiscono la morale e che sanciscono l’ineguaglianza umana, che la santificano affermando che i bambini non italiani dovranno andare a studiare in classi "ponte", separati dai loro coetanei "autoctoni" solamente perché nati da genitori che non sono italiani "puri", ma immigrati.

Siamo su un confine pericolosissimo, letale per la democrazia che fa emergere le differenze che si vogliono creare per mantenere in stato di allerta i disperati e i meno abbienti, quelli che sono facilmente manovrabili proprio a causa del loro stato di indigenza e che, pertanto, è facile mettere contro il poveraccio come loro. Sì, come loro. Ma non italiano. E allora, questi italiani che da sempre non sono mai stati veramente tali, uniti e sentimentalmente unici in una riunione "nazionale" se non con la Resistenza antifascista, questi italiani fobici si fanno unire ora sotto il tricolore per respingere il diverso, lo straniero, chiunque li minacci di poter avere un centesimo di euro in meno in tasca, o che presumibilmente possa essere causa di ciò, e ora si fanno unire dal più vile dei campanilismi: la difesa strenue di sé stessi, in un bagno di egoismo che spaventa al solo pensarlo.

Ed ecco che quei quattro ragazzi riminesi, che vivono in questa società della paura e del disprezzo per il disagiato, per il debole e per il diverso, ecco che collocano in un gradino inferiore, nel sottoscala dei risentimenti e nella voglia di giganteggiare su ciò associandovi un divertimento lugubre, il barbone che dorme su una panchina del parco e che non sente la benzina scivolargli addosso e che si sveglia ormai quando le fiamme lo hanno già avvolto e il suo corpo, giocattolo di un inconsapevole – e per questo ancor più tremendo – razzismo, viene piagato dalle ferite del fuoco.

 

Se i ragazzi sono ridotti a questo, come diceva Diogene, la colpa non è completamente loro. La colpa è nostra. Siamo anche noi che abbiamo dato fuoco ad Andrea Severi. E’ anche colpa nostra se oggi lui rischia di morire per un comportamento che si può solo equiparare, in spietata crudeltà e tasso di sadismo, alle torture dei nazisti nei campi di concentramento.

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