Sconfitta d’interessi

 

In ben sette anni di governo molto di centro poco di sinistra, nulla è stato fatto per risolvere il famigerato monopolio televisivo. E ora qualcuno si stupisce pure delle nuove proposte ad hoc per danneggiare i concorrenti. Chi dopo 15 anni non ha ancora capito che quel signore è diventato presidente unicamente per amministrare i fatti propri è veramente un decerebrato in mala(emilio)fede.

 

di Vincenzo Vita

 

Un clamoroso, persino abnorme caso di conflitto di interessi. Il raddoppio dell’Iva per i canoni di abbonamento alla pay- tv satellitare o via cavo, leggi Sky e Alice di Telecom o Fastweb. Naturalmente, l’azienda del supermonopolista Murdoch fa sapere che il costo ricadrà sugli abbonati, quattro milioni e seicentomila persone. A puro titolo di cronaca, con tale quota di diffusione il ‘congruo’ numero di  parabole previsto dalla legge n.249 del 1997 sarebbe stato raggiunto da tempo. E ora Retequattro sarebbe sul satellite. Ma arrivò la tragica legge Gasparri e cambiò tutto. Ci fu un ‘condono’ generale.

E’ un episodio di inaudita volgarità, perché si tratta di concorrenti diretti di Mediaset, l’azienda di Silvio Berlusconi, che non ha sentito neppure la necessità di uscire dalla sala del consiglio dei ministri per qualche attimo, come fu al tempo della citata Gasparri. Ora governo ed esponenti della destra invocano la fine di un privilegio (?!)e persino Berlusconi torna a difendere la ‘sua’ norma, pur in evidente imbarazzo. Anche perché quel dimezzamento della tassa sancito nel ’95 avvenne quando egli medesimo era presidente del consiglio: solo che allora Murdoch era un solido e fedele alleato di famiglia, in procinto di entrare in società, quella Fininvest che aveva buttato un occhio anche su Telecom. Del resto in tutta Europa si faceva uno sforzo per incentivare lo sviluppo delle nuove tecnologie. Sono fatti. In Gran Bretagna Gordon Brown abbatte l’Iva. Il governo italiano la raddoppia, penalizzando il suo concorrente privato diretto e persino il post-monopolista telefonico cui dare una botta non fa mai male, a futura memoria. E ,sempre naturalmente,  il management di Telecom risparmia sulla pelle dei lavoratori de La 7.

Insomma, la cosa è seria. Non si tratta di difendere un trust contro un altro trust, bensì le regole elementari del pluralismo e della concorrenza. Comunque, un appello al loquacissimo Mockridge: non scarichi sui cittadini un eventuale (e ingiusto) costo di impresa.

Contro simile misura, contenuta in un testo che, per di più, blocca al palo il canone della Rai, sarà doveroso e indispensabile muovere una dura , aspra opposizione, tanto in Parlamento, quanto con esposti alle Autorità  competenti.

Nessuno vuole eludere il capitolo delle risorse e dei risparmi. Non , però, devastando l’intero universo dei saperi e della comunicazione: dai tagli alla scuola e all’università, a quelli ai beni culturali e allo spettacolo, all’eliminazione del fondo dell’editoria. Un maggiore introito si può e si deve ottenere, ad esempio, alzando la quota dovuta dalle televisioni nazionali per l’uso delle frequenze o mettendo all’asta le il ‘dividendo’ digitale frutto del passaggio in atto alla tecnica diffusiva numerica. Per risollevare i media più deboli, dal cinema al teatro alla musica.

Sarà un passaggio chiave della vicenda italiana, perché prima o poi la piaga del conflitto di interessi dovrà finire. Non se ne può più.

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