La regolamentazione del biscione

 

di Vittorio Zambardinohttp://zambardino.blogautore.repubblica.it/

 

Detta come l’ha detta – “Per quanto riguarda internet manca una regolamentazione, porteremo le nostre proposte in sede internazionale” – significa poco. Non solo perché l’affermazione sarà regolarmente smentita, dovesse essercene la necessità, ma perché è una di quelle frasi generiche che possono esser trinciate da ogni incompetente al bar o in un talk show.

 

Le forme di controllo già esistenti  – Ma non è verosimile che il Presidente del consiglio abbia parlato a caso, i segni non mancano. Quindi crediamogli: quando sarà al G8 porterà in quelle sedi le sue proposte per “la regolamentazione di internet”.

 

Non è che nel mondo abbiano aspettato lui. A livello internazionale le polizie e le agenzie di sicurezza si coordinano da anni su questioni relative al terrorismo ed altri reati gravissimi, come il commercio di essere umani in ogni forma. Su questi punti nessuno obietta, figuriamoci: almeno fino a quando l’idea di guardare dentro gli scambi criminali non tracimi dentro l’intercettazione di massa. E’ la critica dura fatta dai gruppi “liberal” all’amministrazione Bush dopo l’11 settembre e il varo del Patriot Act.

 

Altre forme di “regolamentazione” – come il filtro dei siti, controlli dei contenuti ecc ecc – vengono attribuiti, come se ne avesse l’esclusiva, al governo cinese. Che invece rappresenta solo la “best practice” del settore, come direbbero i manager del Presidente, ma la censura attiva è modello praticato su larga scala e spesso in silenzio.

 

Peraltro anche nel nostro paese, dove esiste una attività di blocco di siti “all’ingresso” sulla rete italiana.  Di quell’elenco poco si sa e soprattutto niente si dice da parte di coloro che lo gestiscono sui criteri con i quali vengono scelti i siti da bloccare.

 

Se c’è un progetto, riguarda tutti noi … – In passato l’attuale ministro Frattini, quando era commissario europeo,  ha fatto dichiarazioni temibili nelle quali si augurava regole e controlli che era difficile differenziare dalla “best pratice” cinese. Forse Frattini ha portato nel governo italiano orientamenti ed elaborazioni giuridiche sulle quali ha lavorato a livello europeo. Non ci sarebbe nulla di strano, anche se molto di discutibile. Bene, se ci sono progetti in questo senso, in un paese democratico, andrebbero dichiarati, discussi, analizzati.

 

Non è in gioco solo la privacy (e già basterebbe), qui si parla di libertà di espressione. E in entrambi i casi non è roba privata del governo. Chissà, forse i relativi garanti – privacy e comunicazioni – potrebbero rivolgere in merito delle domande all’esecutivo. Sarebbero nel pieno esercizio della loro funzione.

 

O è questione di diritto d’autore? – Ma c’è un secondo punto sul quale l’imprenditore Berlusconi è assai sensibile. Di recente Mediaset ha annunciato una sua analisi (con successiva minacciata vertenza in sede legale) dei contenuti di YouTube. Avevano quantificato in milioni di euro, molti milioni, il danno ricevuto dal fatto che la gente prende piccoli pezzi di programmi tv e li rilancia sulle piattaforme di social networking (come YouTube o Facebook o MySpace), per gli scopi più diversi: per condividere un gol particolarmente bello della propria squadra, per dare più visibilità a una intervista che è piaciuta, per denunciare una posizione politica o per affermarne un’altra. “Snack television”, la chiamano quelli che parlano difficile, e si tratta di secondi di tv, a volte minuti, mai ore. Ma secondo le aziende del settore, non solo per Mediaset, in quell’attività c’è una violazione del diritto d’autore e un danno d’impresa, perché chi ha prodotto e/o acquistato quelle immagini ha speso dei soldi che non vengono retribuiti dalla diffusione su internet.

 

Quello è il deposito del sapere sociale – Si potrebbe argomentare che, una volta pubblicato un articolo di giornale, scritto un libro e trasmesso un programma tv, quelle parole e quelle immagini fanno parte di un sapere sociale di libero accesso, un pozzo comune dell’informazione dal quale è legittimo e sacrosanto attingere per citare (altra questione è la copia integrale, ma qui non si discute di questo, e anche lì…).

 

Senza questa idea, che la sfera dei media è un universo sociale di simboli e parole cui tutti possono accedere  liberamente, non ci sarebbe la rete e non esisterebbe la società contemporanea che vive di pratiche che non sono l’hobby di pochi impallinati, ma la quotidiana attività di centinaia di milioni di persone al mondo e un valore fondante dell’esperienza culturale di ogni giovane di questi anni.

 

Certo per chi intraprende  per profitto nella tv o nelle telecomunicazioni risulta più attraente un mondo di servizi tutti “chiusi” e inaccessibile se non dietro ulteriore pagamento: come succede con i telefoni cellulari (pagamento per “pezzo” o a forfait, ma pagamento è).

 

Insomma su Internet dovunque si mettano le mani si maneggiano o i diritti della persona o il farsi del nostro futuro, la qualità della cultura di oggi e domani. Perfino George Bush ha preferito astenersi dal regolamentare alcunché, e dall’Unione europea, dichiarazioni di Frattini e in qualche caso della commissaria Reding a parte, non sono venute mosse avventate.

 

Difficile che voglia provarci Obama. Sarebbe meglio astenersi. Ma tutto questo è detto in teoria, perché, com’è noto, sono i giornalisti che hanno deformato il pensiero del Premier.

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