Il cuore rimasto in fabbrica

 

Una poesia in loro memoria

Il cuore rimasto in Fabbrica

anche adesso che ho raggiunto la pensione

Sognavamo il cielo ma da decenni è sempre più lontano

Il silenzio e la solitudine circondano la mia Fabbrica

e tutte le fabbriche d’Italia

La classe operaia non è più centrale

e il paradiso è diventato inferno

di fiamme di fuoco e d’olio bruciato

di operai sfiniti che fanno notizia solo quando diventano torce umane

Operai sfruttati come non è successo mai

Il silenzio e la solitudine circondano la mia Fabbrica

e tutte le fabbriche d’Italia

Anche il nostro bravo Presidente

urla instancabile le morti sul lavoro

ma anche le sue sono urla impotenti

Addio Compagni di fatica, di sogni e d’ideali

Bagnati dalle nostre lacrime riposate in pace.

 

di Carlo SoricelliMetalmeccanico in pensione

 

 

di Paolo FerreroSegretario PRC

 

Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rocco Marzo, Antonio Santino, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi. E’ trascorso un anno da quando, nella notte del 6 dicembre, il rogo infernale divampato alla linea 5 della Thyssen Krupp di Torino ha falcidiato sette vite e distrutto sette famiglie, sottoposte per di più a lunghi giorni di terribile agonia.

Un anno dopo ricorre il tempo della commemorazione e della partecipazione al cordoglio. Ma anche quello dell’impegno civile e politico contro gli omicidi e gli incidenti sul lavoro: il solo modo per onorare sinceramente la memoria e il valore di quelle sette vite strappate al mondo e ai propri affetti, insieme a tutte le altre che ogni giorno sono vittime inermi della criminalità di un lavoro sempre più spogliato di dignità e rispetto.

La cinica contabilità dell’insicurezza sul lavoro conta quest’anno – e sino a ieri, ma si tratti di dati che subiscono un continuo, quotidiano e drammatico aggiornamento – 975 morti, 975.838 infortuni, 24.395 invalidi. Ogni anno il lavoro uccide, mutila, ferisce più di tutta la criminalità organizzata messa assieme. Ogni anno, il "bollettino" delle vittime del lavoro è più duro di un bollettino di guerra: si tratta di una guerra cronica ma non combattuta, di una patologia sociale ma non contrastata.

La criminalità del lavoro colpisce, infatti, in modo sempre più indiscriminato, dalla manovalanza in nero – vittima principale e spoglia di qualunque tutela – a chi detiene responsabilità direttive, nella misura in cui la frenesia della produttività e l’ossessione del profitto spingono, ormai, a travalicare ogni gerarchia della produzione, ogni diritto, ogni barlume di rispetto e di umanità, sui luoghi di lavoro.

Nei giorni scorsi, dalla magistratura è giunto un segnale importante di rinnovato impegno dello Stato contro gli omicidi bianchi, impegno di cui si sentiva l’urgenza: il rinvio a giudizio disposto dal gup di Torino per i sei imputati e per l’azienda, tutti accusati della morte dei sette operai uccisi nel rogo alla Thyssen Krupp. Un atto tanto più significativo in quanto è la prima volta che la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio volontario (nei confronti dell’amministratore delegato del gruppo tedesco, Harald Espenhanh), così come è la prima volta che si arriva a un rinvio tanto delle persone fisiche che della società.

Per contro, il governo – così alacremente impegnato a installare tornelli per controllare l’andirivieni degli impiegati – non è altrettanto risoluto nel contrastare il quotidiano bollettino di guerra dei morti sul lavoro, e medita anzi di depenalizzare nuovamente le responsabilità delle morti.

Occorre invece continuare ad affrontare e combattere con i fatti l’emergenza nazionale degli incidenti. A cominciare proprio dall’applicazione del Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro varato nella scorsa legislatura, dall’applicazione delle sanzioni e degli interventi nei confronti delle aziende. E a cominciare dai luoghi stessi di lavoro attraverso l’assunzione della coscienza del rischio e la battaglia politica da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, delle Rsu, delle Rls, del sindacato.

Mi trovo nell’impossibilità concreta di partecipare alla manifestazione organizzata oggi a Torino dai familiari delle vittime e dal comitato nato in loro nome, ma mi sento e sono vicino con il cuore e con tutto il mio impegno politico al fianco di quegli operai e delle loro famiglie e, naturalmente, al comitato di lotta nato in loro nome.

Mi auguro che la manifestazione di oggi a Torino come lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12 dicembre possano costituire due passaggi importanti e decisivi per dare dignità al lavoro e costruire un’economia stabile, pulita, sicura.

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Una risposta a Il cuore rimasto in fabbrica

  1. Chiara ha detto:

    Sperare non costa nulla,lottare un pò di più,ma spero che qualcuno abbia capito la rilevanza della faccenda…

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