Tragedia greca. Dramma globale

 

di Anubi D’Avossa Lussurgiu Liberazione

 

«Dolofonoi», assassini: questo è il grido per le strade e le piazze in fiamme di Atene e della Grecia, scritto a caratteri cubitali sulle mura del Politecnico assediato dai reparti antisommossa, dipinto sugli striscioni di cento manifestazioni, urlato dai giovani in rivolta che sfidano il governo delle destre e la criminalizzazione del movimento, dalla notte fra sabato e domenica scorsa. Da quando Alexandros Grigoropoulos, 15 anni, un volto ancora da fanciullo, casa borghese alle spalle, in giro con gli amici la sera di San Nicola, è stato ucciso da un proiettile nel cuore: un proiettile di Stato, sparato da un agente di pattuglia nel quartiere studentesco e autogestionario della capitale, Exarchia. Proprio davanti al Museo Archeologico Nazionale cioè alla vecchia sede del Politecnico, dove nel 1973 gli studenti sfidarono il regime dei colonnelli, repressi nel sangue. Exarchia: lo stesso quartiere dove nel 1985 un altro studente adolescente fu ucciso dal piombo della polizia.

E’ una storia greca, certo. Ma la campana di Atene (e di Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta…) suona per tutti. Perché quello di Alexandros è un assassinio di Stato maturato in una temperie che vede il governo Caramanlis impegnato nella ricerca del "potere della paura" come tanti altri in questo scorcio del primo decennio degli anni 2000. E perché il movimento giovanile che ne è stato colpito e che ora reagisce è uno dei protagonisti, come l’Onda in Italia, d’un serpeggiante movimento europeo insorto in coincidenza con un passaggio macroscopico: la crisi globale.

Da settimane, mesi, anche in Grecia è in corso una mobilitazione permanente studentesca. Come in Italia, come in Francia, come in Catalogna, come in Germania. E come ovunque, si tratta d’un movimento che parla ad una realtà più generale: perché gli studenti di oggi sono un settore ampio del precariato diffuso e perché la loro contestazione alle "riforme" del sistema formativo parla al disastroso saldo sociale di sistematiche politiche pubbliche, nel momento stesso dell’esplosione della crisi. Perché, inoltre, quel precariato studentesco è anche la figura viva della incipiente fine dei "ceti medi" e dunque d’una delle principali bandiere ideologiche sotto le quali quelle politiche sono state promosse; così come è figura viva del destino di un’altra di tali bandiere, il binomio "flessibilità-mobilità" declinato concretamente in competizione sul terreno del sotto-salario, mentre il Welfare è andato impoverendosi anziché rafforzarsi.

Basta guardare qual è il cardine intorno al quale le "riforme" si sono articolate, in tutt’Europa: lo hanno esplicitato maggiormente alcuni movimenti di protesta di questi mesi, a Barcellona come appunto in Grecia, e si chiama «Bologna Process». Una politica ufficiale dell’Ue tesa formalmente alla «armonizzazione» dei sistemi e, precisamente, all’accrescimento della «mobilità»: ma che ha da quasi un decennio sancito un’ulteriore stretta nei processi di aziendalizzazione e di gerarchizzazione dell’offerta formativa – con l’introduzione dei "crediti" e del sistema "duale" dei titoli (il «3+2» italiano). E che non a caso in sede comunitaria si è materializzata nella fusione della conferenza europea dei rettori universitari con la Tavola rotonda degli industriali.

Il Bologna Process risale al 1999: come si vede, un filo rosso lega il contesto politico attuale del precipitare della crisi e dei conflitti sociali in Europa, a quello dei tentativi di governo della globalizzazione "neoliberale" che proprio nella crisi giunge a saldo. E lega dunque il quadro odierno di un prevalente slittamento a destra della governance europea, a quello della fase d’egemonia delle ipotesi «neoriformiste» consacrate al «temperamento» del neoliberismo. Non è un caso se uno slogan molto ascoltato nelle piazze in Italia nelle settimane scorse ossia «Non abbiamo governi amici!» è indubbiamente sentito da tutte le mobilitazioni in Europa.

E’ questa la lente che aiuta a capire come mai anche l’«opinione pubblica moderata» si interessi ora ai movimenti giovanili, alla loro rivendicata «indipendenza», persino al protagonismo anarchico e autogestionario in questi giorni dell’ira in Grecia, dopo l’omicidio di Stato di Alexandros. Si intuisce una preoccupazione, un’ansia, un principio di panico: quello delle "classi dirigenti", nei giorni di vigilia dei primi scioperi generali di questa stagione in Europa, di fronte all’imprevisto eppure fatale apparire dell’«inconveniente della storia». Questa figura oggi può, minaccia d’essere incarnata da settori delle nuove generazioni capaci di parlare a tutta la platea dei soggetti destinatari in solido del conto del "governo della crisi". E’ la figura che si dota d’una indicazione di fondo, totalmente negativa e perciò stesso, in questa situazione concreta, costituente: «Non paghiamo noi la vostra crisi».

E’ questa la chiave della centralità sociale e politica dei movimenti di studenti e precari; prima e oltre l’epifenomeno materiale delle banche e degli esercizi della grande distribuzione e del consumo di lusso dati alle fiamme in Grecia. Ma anche questa specifica furia della protesta contro un potere assassino e contro una conseguenza estrema di quel "governo della paura" che nel tempo della guerra globale ha cercato di frapporsi alla crisi (e fra le cui inaugurazioni vi fu l’omicidio di Carlo Giuliani a Genova, così insopportabilmente affine a quello di Alexandros), anche questo preciso scegliere come simboli da distruggere i terminali dei poteri economici che sono stati protagonisti dell’intera fase di "sviluppo" precipitata ora nel fallimento, è qualcosa di eloquente, che va osservato senza manicheismi e al di là dei giudizi "di metodo". Di certo così lo osserva, nervosamente, chi abita le stanze del potere che conta davvero: come il segno d’un bivio. Quello tra il dilagare d’una insorgenza sociale persino necessitata ad eccedere, con un nuovo protagonismo, la "crisi della politica" che fa cornice alla crisi economica e sociale (come conferma la crisi di establishment sottesa al caso-Obama negli Usa e senza tema di smentite dai disperati sussulti di sovranismo nazionale cui si ricorre per tamponarla); e l’uso fino in fondo della «natura bruta» dello Stato per fermare, spezzare il dispiegarsi di questa potenza di conflitto e cambiamento. Una strada che il governo greco sembra voler inaugurare: ma in fondo alla quale non si sa cosa si troverà. Specie quando in una nuova generazione riaffiora quel pensiero di Panagulis: «Voglio vincere, perché non posso essere vinto».

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2 risposte a Tragedia greca. Dramma globale

  1. Chiara ha detto:

    hai inquietantemente detto tutto…

  2. mauro ha detto:

    spero che tutti i paesi europei comincino da subito col credere che queste eventi possono sfociare in tutti i paesi ,bisogna cominciare col ridistribuire i salari agli operai in proporsione del costo della vita ,non è una cosa difficile da capire .ora spero in una rivalutazione sulle politiche industriali chi mangia troppo alla fine si strozza.

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