Fare un golpe e farla franca

 

di Enrico Deaglio

 

Da quasi un anno, Beppe Cremagnani, Mario Portanova ed io abbiamo cercato di capire che cosa successe veramente a Genova in quei tre giorni di sette anni fa. Raccogliendo una quantità sterminata di materiale, ascoltando i testimoni e seguendo le udienze della magistratura, fino all’ultima sentenza di due settimane fa. La cosa che ci interessava indagare è stata proprio la “catena di comando” che ha portato agli eventi; la loro preparazione; le responsabilità politiche e della gestione della piazza; le diverse opzioni che erano sul tappeto; la presenza o meno di ordini scritti e la possibilità di contestarli.

Il motivo era semplice e  nello stesso tempo doveroso: Genova 2001 è stato un qualcosa di molto diverso da una manifestazione “finita male” o da una impreparazione delle forse dell’ordine. E’ stata piuttosto una grande sperimentazione, la prima del genere dopo decenni in Europa, che ha visto impegnate tutte le nostre forze dell’ordine (solamente i vigili del fuoco si dichiararono non disposti a partecipare con i loro uomini e i loro mezzi, e furono sostituiti dalla guardia forestale).

Il summit venne preceduto, per mesi, da rapporti dei servizi segreti italiani e internazionali, da decine di riunioni politiche e tecniche, da ingenti stanziamenti finanziari e da modifiche “emergenziali” del funzionamento del trattato di Schenghen, delle garanzie dei diritti dei cittadini arrestati. Era anche previsto un possibile grande numero di cadaveri, per cui vennero allestite camere mortuarie nell’ospedale San Martino e un numero elevatissimo di arrestati, per cui vennero parzialmente svuotate quattro carceri in Piemonte e in Lombardia e la caserma di Bolzaneto venne trasformata in ufficio matricola. La certezza di avere gli occhi del mondo puntati addosso portò poi al cambio delle divise per i nostri poliziotti, carabinieri e finanzieri, alla dotazione di nuove armi e nuovi gas  e alla costruzione di un moderno ghetto che chiuse per almeno una settimana il centro storico della città di Genova, con grate invalicabili, garritte, posti di blocco e la sospensione delle attività commerciali, così come dei matrimoni e dei funerali. Venne poi chiuso lo spazio aereo e installate batterie antimissile, in base a segnalazioni dell’intelligence che parlavano di una preparazione di un attacco, con aerei, all’Air Force One con cui arrivava e sarebbe ripartito il presidente americano Gorge W. Bush. (Eravamo a poche settimane dall’11 settembre e dall’attacco alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono a Washington).

 

Nella ricostruzione che abbiamo effettuato parlano, per la prima volta diversi protagonisti e testimoni degli eventi di quei giorni. Il sindaco di Genova Giuseppe Pericu, la cui amministrazione, a poche settimane dall’evento, venne estromessa dalla preparazione del summit. Il comandante dei vigili urbani Nicolò Bozzo, che raccolse di prima mano, dai suoi uomini, le informazioni su uno stato molto bellicoso delle truppe di stanza alla Fiera del Mare e del loro manifesto orientamento fascista. Parla poi, dopo sette anni e in maniera molto esplicita, il ministro degli Interni dell’epoca, Claudio Scajola, per dichiarare quanto fossero imprecisi, inutilizzabili ed eccessivi i rapporti dei servizi segreti; di quanto fosse grande l’impreparazione e l’ineguatezza delle forze di polizia e di come il ministro stesso abbia avuto sempre informazioni a cose fatte, nel caso dell’irruzione alla scuola Diaz almeno con tre ore di ritardo. Ricorda Fausto Bertinotti, allora segretario di Rifondazione Comunista (il suo partito era stato l’unico a sostenere ufficialmente il movimento no global), un drammatico scambio di telefonate con il prefetto Gianni Di Gennaro, allora capo della polizia, che laconicamente informava il parlamentare che la scuola Diaz non era “un’ambasciata con lo status dell’extraterritorialità”.

E poi c’è la presenza di Gianfranco Fini, ovvero il vicepresidente del Consiglio, la più alta autorità del governo (Silvio Berlusconi era dentro la zona rossa, impegnato nel summit) che monitorò le operazioni dalla sala operativa della caserma dei carabinieri di Forte San Giuliano. Sul suo ruolo, che non ha precedenti, testimoniano sia Claudio Scajola che il generale Nicolò Bozzo.

 

Ci sarà quindi motivo, e sarebbe strano se non succedesse, di parlare ancora della “catena di comando”,  delle responsabilità politiche di quanto è successo e dei meccanismi istituzionali che l’hanno permesso. E ci sarà occasione per parlare delle nostre forze di polizia, del loro orientamento politico,  degli ordini che ricevono e della libertà che viene loro permessa.

 

Il film ha come titolo G8/2001 – Fare un golpe e farla franca e comincerà ad essere distribuito sabato 13 con il quotidiano L’Unità.

 

Dovendo riassumerne il senso, questo è: se una mostruosità del genere è successa una volta; se nessuno ha voluto indagare su come si è messo in moto il meccanismo; se le responsabilità politiche si sono autoassolte, siamo davvero sicuri che non possa succedere di nuovo? Spesso in Italia si ha l’impressione che la verità dei fatti, la ricostruzione degli avvenimenti, la denuncia dei torti subiti, il giornalismo stesso trovino dei muri insormontabili capaci di spegnere qualsiasi urlo, o lamento. Ma vale la pena provarci sempre; altrimenti non resterebbe che lasciare mano libera ad un ingranaggio che sa ben oliarsi da solo e agli altri lascia solo tre possibilità:  stare chiusi in casa,  alzare le mani in segno di resa, o farsi fracassare la testa.

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Una risposta a Fare un golpe e farla franca

  1. mauro ha detto:

    è tutto cosi\’ assurdo, e che cosa sarebbe successo se in quella scuola dopo l\’assalto della polizia ci scappavano 3o4 morti ,quale sarebbe stata la giustificazione .non ammetteranno mai di aver sbagliato

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