Il giardino di limoni

 

Premesso che sono dalla parte degli oppressi, degli occupati, degli sfruttati e quindi dei palestinesi – in ogni conflitto di lunga data ci vorrebbe buona volontà e buon senso, quasi sempre assenti, da ambo le parti. Questo film dimostra come la tragedia odierna fosse inevitabile, in un clima di militarismo, machismo e violenza psicologica perpetuo.

 

 

Un film di Eran Riklis. Con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Tarik Kopty, Amos Lavi, Rona Lipaz-Michael, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon Titolo originale Lemon Tree. Genere Drammatico, durata 106 min. – Israele, Germania, Francia 2008.

Mio Voto: /10

 

 

Recensione di Davide TurriniLiberazione

 

Tutte le volte che vediamo un film ambientato in Palestina o Israele ci chiediamo come si sia riusciti a costruire nel tempo la mitologia di una terra promessa florida e ricca, quando siamo sempre di fronte a luoghi di un’aridità fisico-geografica oggettivamente spaventosa. L’israeliano Eran Riklis con Il giardino dei limoni , senza scomodare la favola dei giardini di Babilonia, una risposta a questo dubbio che parrebbe fuori tema ce la dà. Gli alberi di limoni che appartengono a Selma (Hiam Abbass), una vedova di un villaggio della Cisgiordania, sono la rappresentazione simbolica di una naturale e super partes forma di vita in mezzo all’acrimonia, all’astio, all’odio socio-religioso che investe quel contesto mediorientale da decenni.

Nel film di Riklis tutto nasce dal fatto che il ministro della difesa israeliano diventa il nuovo vicino di casa di Selma. Per motivi di sicurezza le decine di alberi di limoni, che da anni crescono rigogliosamente in quel campo dando sostentamento a Selma e figli, dovranno essere abbattuti. L’alta rete di plastica a maglie larghe che il ministro fa costruire attorno a casa, si sovrappone al muro separatore di cemento che lo stesso sta facendo costruire tra Israele e Cisgiordania. Una metafora proveniente da una cinematografia produttivamente povera, che per una volta non mescola le carte sostituendo mancanza di idee con mancanza di mezzi. Il giardino dei limoni procede spedito, con tono lieve e risoluto da commedia, sulla strada della ribellione orgogliosa e decisa di Selma, dell’appoggio di un giovane avvocato palestinese che con la donna porterà lo stato d’Israele in tribunale e di un supporto inaspettato alla causa proveniente dall’altra parte della barricata. La messa in scena di Riklis è magmaticamente in divenire, un rimpiattino continuo di sguardi intrecciati tra protagonisti a dimostrazione delle vibrazioni impercettibili delle loro anime. La fluidità e sincerità di sguardo cancella possibili ridondanze e patetismi che negli accennati rapporti Selma/avvocato, Selma/moglie del ministro si potevano facilmente sviluppare. Il gioco visivo di svelamenti, muri che coprono, tapparelle che scorrono, di profondità di campo continuamente obnubilate dall’artificio del risentimento politico piuttosto che da comuni elementi naturali del territorio che dovrebbero unire, sfociano in un "the end" duro e difficile da digerire. In fondo, come dice l’avvocato, «pare che solo nei film americani ci sia un finale felice».

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