La partita di pallone

 

Da Febbre A 90’Nick Hornby

 

Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente. Senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.

 

 

Non ricordo molto della partita di quel primo pomeriggio. Ma ho comunque altri ricordi più attendibili e probabilmente più significativi. Ricordo la travolgente maschiezza del tutto – fumo di sigaro e pipa, linguaggio osceno (parole che avevo già sentito, ma non da adulti, non a quel volume), e solo anni più tardi mi resi conto che tutto questo era destinato ad avere delle conseguenze su un ragazzino che viveva con sua madre e sua sorella; e ricordo di aver guardato più la folla che i giocatori. Da dov’ero seduto avrei potuto contare ventimila teste; solo un tifoso di sport (o Mick Jagger o Nelson Mandela) può farlo.

 

 

Ero già stato a degli spettacoli, naturalmente. Ma era diverso. I vari tipi di pubblico di cui avevo fatto parte fino a quel momento avevano pagato per divertirsi e, sebbene occasionalmente si potesse scorgere un bambino irrequieto o un adulto che sbadigliava, non avevo mai notato visi contorti dalla rabbia o dalla disperazione o dalla frustrazione. L’intrattenimento come dolore era un’idea che mi giungeva del tutto nuova. Non sarebbe troppo fantasioso ipotizzare che tale idea abbia plasmato la mia vita.

 

 

Questo copione si è ripetuto da allora parecchie volte. Le prime e più facili amicizie che strinsi all’università furono con dei tifosi di calcio; un accurato esame della pagina sportiva di un giornale, durante l’ora di pranzo presso un nuovo posto di lavoro, provoca normalmente qualche genere di reazione. E sì, sono consapevole degli effetti collaterale di questa prodigiosa facilità che hanno gli uomini: diventano repressi, non riescono nei rapporti con le donne, la loro conversazione è banale e rozza, si scoprono incapaci di esprimere le loro esigenze emotive, non sanno tenere un rapporto con i figli, e muoiono soli e infelici. Ma, sai, che diavolo importa? Se riesci ad entrare in una scuola di ottocento ragazzi, la maggior parte dei quali più vecchi, e tutti più grandi, senza intimorirti, semplicemente perché hai una doppia di Jimmy Husband nella tasca della giacca, allora lo scambio sembra conveniente.

 

 

Mi piacquero le diverse categorie di rumore: il clamore formale, di rito, quando i calciatori scesero in campo (e noi gridammo il nome di ogni giocatore, uno per uno, cominciando dal preferito, finché lui non ci salutò con la mano); il boato spontaneo e confuso ogni volta che accadde qualcosa di eccitante sul terreno di gioco; gli slogan cantati con rinnovato vigore dopo il gol o dopo un prolungato periodo di attacco. (E anche qui, quel brontolio tipico del calcio quando le cose stavano andando male) Dopo l’ansia iniziale, il movimento, il modo in cui venivo sospinto verso il campo e risucchiato nuovamente indietro cominciò a piacermi.

 

 

Parte del piacere che si ricava dall’andare nei grandi stadi di calcio è un piacere parassita e riflesso, perché a meno che uno non vada nel North Bank, nel Kop o nello Stretford End, vuol dire che, per l’atmosfera, si appoggia agli altri; e l’atmosfera è una delle componenti fondamentali nell’esperienza del calcio. Questi enormi settori sono tanto importanti per i club quanto i giocatori, non solo perché i loro habitué offrono un supporto di tipo sonoro alla squadra, e non solo perché riforniscono le società di grosse somme di denaro (anche se non sono elementi trascurabili), ma perché, senza di loro, a nessun altro gliene fregherebbe niente di andare allo stadio.

 

 

Nel North Bank ci fu un mezzo secondo di silenzio. guardammo i tifosi del coventry che saltavano come cavallette nel Clock End; ma poi, unanime, feroce e dal profondo del cuore arrivò il canto: “vi spaccheremo quella vostra faccia di merda”

 

 

Ho conosciuto donne che amano il calcio, e che vanno a vedere un sacco di partite in una sola stagione, ma non ne ho ancora incontrata una che viaggerebbe tutta la notte del mercoledì per andare a Plymouth. E ho conosciuto donne che amano la musica, e sanno distinguere cantanti tipo Mavis Staples da cantanti tipo Shirley Brown, ma non ho mai conosciuto una donna con una collezione di dischi enorme, in continua espansione e in ordine alfabetico nevroticamente perfetto. Sembra sempre che i dischi li abbiano persi, o che si siano appoggiate a qualcun altro in casa – un fidanzato, un fratello, un compagno di appartamento, abitualmente un uomo – per i particolari materiali dei loro interessi. Gli uomini non possono permettere che ciò accada. (A volte mi accorgo che nel mio gruppo di amici tifosi dell’Arsenal c’è una sorta di rivalità tra le righe: nessuno di noi ama sentirsi raccontare da chiunque altro qualcosa che riguardi il club e che non sapeva: un infortunio a una delle riserve, per esempio, o un’imminente modifica della maglia, insomma, cose di importanza cruciale come queste.) Non sto dicendo che la donna maniacale non esiste, ma che esiste in numero di gran lunga inferiore a quello del suo equivalente maschile; e pur avendo anche le donne le loro ossessioni, credo che normalmente siano ossessionate dalle persone, o che l’oggetto della loro ossessione cambi spesso.

 

 

La gioia che proviamo in queste occasioni non nasce dalla celebrazione delle fortune altrui, ma dalla celebrazione delle nostre; e quando veniamo disastrosamente sconfitti il dolore che ci inabissa, in realtà è autocommiserazione, e chiunque desideri capire come si consuma uno sport deve rendersi conto prima di tutto di questo. I giocatori sono semplicemente i nostri rappresentanti, e certe volte, se guardi bene, riesci a vedere anche le barre metalliche su cui sono fissati, e le manopole alle estremità delle barre che ti permettono di muoverli. Io sono parte del club, come il club è una parte di me, e dico questo consapevole del fatto che il club mi sfrutta, non tiene in considerazione le mie opinioni, e talvolta mi tratta male, quindi la mia sensazione di unione organica non si basa su un fraintendimento confuso e romantico di come funziona il calcio professionistico.

L’unica differenza tra loro e me è ch io ci ho dedicato più ore, più anni, più decenni di loro, e quindi capii meglio quel pomeriggio, e apprezzo di più la ragione per cui il sole brilla ancora quando lo ricordo.

 

 

Non trovi niente di simile fuori da uno stadio di calcio; non c’è nessun altro posto in tutto il paese in cui ti senti come se tu fossi al centro di tutto. Perché in qualunque discoteca o ristorante tu vada, o a qualunque commedia, o film, la vita, altrove, sarà andata avanti in tua assenza, come sempre; ma quando sono ad Highbury a vedere partite come queste, è come se il resto del mondo si fosse fermato e fosse accorso fuori dallo stadio, ad aspettare di sentire il risultato finale.

 

 

E allora non c’è proprio niente che possa descrivere un momento così. Ho esaurito tutte le possibili opzioni. Non riesco a ricordare di aver agognato per due decenni nient’altro (cos’altro c’è che sia sensato agognare così a lungo?), e non mi viene in mente niente che abbia desiderato da adulto come da bambino. Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non e’ che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste.

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