Se è inevitabile, che scissione sia

 

Ritengo la linea del Segretario Ferrero in grado di riportare Rifondazione oltre il disastro elettorale. Se la componente vendoliana-Sanson-MaxiBon-luxuriosa-bertinottiana vuole formare l’ennesimo partitino insignificante, peggio per loro. Meglio perderne qualcuno per strada, che riproporre stantie e disastrose formule.

 

di Marco Sferini

 

Quando il compagno Paolo Ferrero ha definito l’area di Nichi Vendola una "corrente esterna del PD" ho avuto qualche attimo di smarrimento e ho pensato alla fine che fosse un’affermazione dettata dalla pressione parolaia di questi giorni, dal continuo piovere di insulti che, prendendo oggi in mano Liberazione (un numero monografico di solidarietà a Piero Sansonetti, tutto proteso a dire il peggio che si possa su Rifondazione Comunista e sul suo spirito veteromarxista e veterosovietico), sono confermati come linea di condotta propagandistica contro l’attuale dirigenza del Partito.

Poi ho ripreso in mano vecchi articoli, addirittura il documento congressuale della mozione vendoliana e, infine, l’intervista a Franco Giordano – di qualche giorno fa – a "la Repubblica" e ho ricalibrato la mia misura su quanto detto dal segretario nazionale. Non siamo più davanti ad un’area culturale e programmatica, quella chiamata "Rifondazione per la Sinistra", come se esistesse un’altra Rifondazione che non è "per la sinistra"… Siamo davanti ad un veloce cammino di separazione dal PRC, visto che l’incapacità politica della minoranza congressuale di creare una dialettica politica costruttiva nel Partito per arrivare a modificarne i rapporti di linea, di strategia e di azione diretta nelle cose, nei fatti, con le persone di tutti i giorni. Ma la ricerca di un rapporto "privilegiato" col PD si legge nelle dichiarazioni, nelle lettere di addio al PRC, nel canale di comunicazione permanente che dovrebbe essere la bussola di una sinistra a sinistra del PD stesso.

Tutti vorrebbero avere numeri di minoranza, inoltre, così forti: 47% dei consensi. Eppure neanche questa forza trattiene e tratterrà i compagni e le compagne vicini a Nichi Vendola e a Fausto Bertinotti dal fare una scissione, la sesta, che andrà a dare vita ad un nuovo soggetto politico di cui tutti conosciamo molto bene la connotazione ideale: provare a coniugare le istanze della sinistra anticapitalista con quelle dichiaratamente riformiste di Fabio Mussi e Claudio Fava essendo tutti concordi nell’abbandonare la vecchia cassetta degli attrezzi, quel comunismo che è un fagotto ingombrante, pesante e da trascinarsi dietro come un bagaglio insopportabilmente fastidioso.

Non esistono però nuove categorie politiche a sinistra: o si è comunisti o socialisti o rosso-verdi. Non esistono poi molte vie di fuga per creare e plasmare in una creta magica quello che non c’è. E se essere comunisti vuole ancora dire rinunciare ad orizzonti di ricerca dell’istituzionalismo permamente nel programma di un partito, nella sua vocazione governista come espressione massima del raggiungimento degli obiettivi di minimo termine, allora si pongono delle pregiudiziali nette che sconfessano quell’immacolatismo di non definibilità di un progetto nuovo che vorrebbe solo fregiarsi del termine senza alcun aggettivo: "la Sinistra". Con la esse maiuscola, per significare che è quella per antonomasia, che lo è anzi per diritto politico, quasi che per scelta dei suoi costitutori futuri.

La lontananza dagli aggettivi, però, sarà breve perchè nello Statuto e nel programma del futuro nuovo partitino, frutto dell’unione di microcellule politiche provenienti dal PdCI, dai Verdi e da una parte più consistente del PRC, dovrà essere scritto cosa si propone di fare quella che si definisce l’unica, la vera, la sola "Sinistra".

L’accusa che ci viene rivolta è quella di voler ostinatamente mantenere in vita un partito di zombie, un cadavere ambulante, un soggetto politico comatoso con un accanimento terapeutico di simboli, di nomi e di riferimenti storici che non hanno più alcuna attinenza con la realtà.

Noi comunisti saremmo nostalgici del muro di Berlino, come ripete Piero Sansonetti oggi nel suo editoriale-addio ai lettori di "Liberazione", saremmo adoratori di Breznev e persino di Gomulka. Il quadro che ne esce è quello di una Rifondazione Comunista con lo sguardo rivolto al passato e incapace di guardare al futuro, ai sommovimenti sociali, alle lotte per una riconfigurazione duplice, politica e culturale, di una egemonia dei valori progressisti e di uguaglianza di cui da sempre siamo portatori.

Se distribuiamo il pane con i Gruppi di acquisto popolare diventiamo dei populisti, degli illusi che credono di poter ritornare tra la gente facendo i panettieri. Se difendiamo Cuba dall’embargo cinquantennale americano automaticamente siamo tutti nipotini di Fidel Castro (e la cosa poi, in fondo, sarebbe così tremenda? Forse sarebbe più bello, agli occhi della storia, essere nipotini di Occhetto?); se ci battiamo contro il Lodo Alfano insieme ad una forza politica che ci è lontanissima per la sua conformazione iperlegalitaria, siamo all’unisono tutti giustizialisti e subalterni a Di Pietro?

E’ stato detto tutto questo, settimana dopo settimana, dalle compagne e compagni dirigenti dell’area "Rifondazione per la Sinistra". E’ stato detto che Rifondazione Comunista ha perso la sua anima, che si è chiusa in una sorta di riserva indiana dai tratti esclusivamente identitari e che è piccola, puerile magari e tutta protesa a salvare sé stessa invece che il più vasto orizzonte di sinistra.

Credo che questi nostri compagni e queste nostre compagne non vogliano capire che per noi la salvezza della sinistra, la ridiffusione dei valori di solidarietà, uguaglianza e di una costruzione di un nuovo movimento operaio e dei lavoratori passa proprio per la presenza forte, e al contempo dinamica e interattiva con tutte le altre culture ed esperienze democratiche e social, di un partito comunista.

Che senza un partito che riattualizzi proprio la ragionie della sua nascita ben 18 anni fa, ossia la "rifondazione del comunismo", che leghi il processo di analisi a quello dell’identità, che si rimetta in gioco senza il timore di essere tacciato di anacronismo, che non pretenda di insegnare agli altri cos’è comunista e cosa non lo è, ma che provi ad esserlo in questo moderno contesto sociale ricchissimo di contraddizioni, ecco senza tutto questo può nascere e vivere solo una sinistra socialista e riformista, che oggi può anche tentare l’impresa di far convivere anticapitalisti con socialisti europei, ma che alla fine cederà alla tentazione di "temperare" le brutture del capitalismo e di evitare gli estremismi. Così vengono chiamati spesso tutte le esperienze che vogliono mantenere un profilo di coerenza con un legame pragmatico con il sociale.

Qualcuno pensa di poter dire che siamo morti. Che siamo solo degli spettri. Se non avessimo più avuto fiducia nella "rifondazione comunista", se avessimo anche solo percepito che significava ormai rimanere abbarbicati ad un feticcio politico, avremmo proposto noi per primi una nuova organizzazione per i comunisti, per tutti coloro che hanno in tanti anni dato molto al PRC. Ma noi non siamo ancora morti. E’ vero: non ci sentiamo tanto bene e Marx è morto da tempo. Ma, personalmente, non trovo un motivo per cui non dovrei più dirmi ed essere marxista. E così, comunista. Visto che le classi sociali esistono, anche se non hanno coscienza di loro stesse (almeno – e purtroppo – quelle operaie, lavoratrici) e che finchè questo sarà, non potrà non esservi chi le contrasti non nella loro espressione superficiale, ma alla radice delle cose.

Come vedete, compagne e compagni di "Rifondazione per la Sinistra", non c’è uno straccio di nostalgismo di alcunchè in tutto ciò, ma c’è anzi un affanno prepotente, che ci spinge a guardare al futuro, ad una prospettiva rivoluzionaria nel vero senso della parole: un cambiamento netto, radicale, dal quale non si possa tornare indietro. Chi verrà dopo di noi ha diritto di trovare ancora un partito comunista in Italia che si batta per questi orizzonti, e che lo faccia quotidianamente: anche vendendo il pane e la pasta per le strade a chi non arriva a sbarcare il lunario. Perchè è solo attraverso una vicinanza ai problemi concreti che i moderni proletari vivono ogni giorno che sarà possibile allargare la critica che oggi loro non fanno verso il capitalismo e far così crescere nuove coscienze sociali, nuovi rapporti di classe, nuovi mutualismi e solidarietà.

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Una risposta a Se è inevitabile, che scissione sia

  1. Chiara ha detto:

    Eh no,per essere davvero vicini ai nostri problrmi dovrebbero prima di tutto anziché scrivere articoli farci degli scarni schemini esplicativi a colpo d\’occhio, di modo che il mio cervello non si spenga al primo Rifondazione e si riaccenda a Berlino,ma soprattutto perché già mi stanno sul culo,in più gente che trasla che crea partiti,che fa una fusione come Goku di partiti…oh,è peggio del calcio mercato! Poi viene tutto il resto della questione zombie,nuovi mostri,nostalgici,indecisi,voltabandiera,sinistra, destra,tricche e ballacche….

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