Super Size Me

 

Documentario per chi ha lo stomaco forte … e se guardandolo si ha ancora voglia di un macschifezza, bah, non si hanno tutte le rotelle proprio a posto.

 

Un film di Morgan Spurlock. Genere Documentario, durata 98 min. – USA 2004.

 

Recensione di Alberto Crespil’Unità. 9 aprile 2005

 

Dopo la lobby dei fabbricanti d’armi, dopo la Fox di Murdoch che fa il bello e il cattivo tempo nell’informazione, dopo la Ibm che fornì tutto il know how logistico alla macchina dell’Olocausto, dopo i petrolieri texani (capeggiati dai Bush) amici e soci in affari della famiglia Bin Laden, ora tocca a McDonald’s: beccatevi ‘sti documentari, multinazionali, e tremate!

Se il cinema di Hollywood, salvo sporadiche eccezioni, è tutto appiattito sulla logica del «politicamente corretto», il documentarismo americano è in questo momento una formidabile macchina di controinformazione e di propaganda politica. Michael Moore non è più solo, non lo è mai stato. Anzi, è stato superato a sinistra, ammesso che nella politica e nella società americane siano facilmente riproducibili i nostri concetti di destra & sinistra. Mentre il regista di Bowling a Columbine individuava nella Casa Bianca il proprio obiettivo polemico, e confezionava con Fahrenheit 9/11 un pamphlet dichiaratamente destinato a far perdere le elezioni a Bush jr. (calcolo, purtroppo, sbagliato), altri autori decidevano che la vera battaglia politica, negli Usa, si svolge sul terreno dell’economia, dell’influenza che la grande industria ha sull’american way of life, sullo stile di vita del grande paese. Ecco quindi The Corporation, di Jennifer Abbott e Mark Achbar, ispirato al libro di Joel Bakan (dvd e libro sono stati pubblicati in un prezioso cofanetto dalla Fandango, la casa di produzione e distribuzione cinematografica, da poco attiva anche nell’editoria, che ha distribuito il film in Italia). Si tratta, forse, del documentario più complesso e anche stilisticamente più ricco, un’inchiesta nel concetto stesso di «multinazionale» e del suo ruolo nella storia americana e mondiale. Ecco The Take, il film di Naomi Klein (la scrittrice di No Logo) e Avi Lewis che racconta l’altra faccia della medaglia, il momento in cui le ditte argentine fallite a causa del crack del paese di Menem vengono riaperte e rilanciate dagli stessi operai. Tutti film che hanno trovato la via delle sale italiane: non c’è solo la Fandango, per fortuna, anche Bim, Lucky Red, Mikado e altre distribuzioni medio-piccole hanno deciso di provarci, forti del precedente di Michael Moore.

Il prossimo week-end vedrà l’arrivo nelle sale di due film che sono, per motivi diversi, diventati dei «casi». Uno è bellissimo: Super Size Me, di Morgan Spurlock. L’altro è meno bello ma per certi versi è un «caso» ancora più singolare: Mondovino di Jonathan Nossiter (si veda il box in questa stessa pagina). Sono accomunati da un dato fisico, anzi, biologico: riguardano il nostro apparato digerente, nonché le nostre papille gustative. Si occupano di ciò che mangiamo e beviamo, in ossequio alla filosofia di Feuerbach secondo la quale l’uomo è ciò che mangia (e beve). Mondovino, lo dice il titolo, parla di vino. Super Size Me parla di fast-food, e quindi in senso lato di salute, la nostra salute e quella dei nostri figli sedotti da cheeseburgers e milk-shake. Parliamo di quest’ultimo.

Morgan Spurlock è un giovane americano che, per amore del cinema e della verità – e anche, parliamoci chiaro, di una dose super size di narcisismo – ha condotto su di sé un agghiacciante esperimento. Prima si è fatto le analisi: una volta constatato di avere una salute di ferro, si è nutrito per 30 giorni solo ed esclusivamente da McDonald’s. Colazione, pranzo, merenda e cena. Unica regola: provare almeno una volta tutti i cibi sul menu. Regola aggiuntiva, visto che i 30 giorni sono coincisi con un viaggio coast to coast, da Los Angeles a New York: provare le specialità «locali», i piatti regionali con i quali McDonald’s varia, si fa per dire, la propria offerta. Il risultato è impressionante: in un mese, Spurlock è ingrassato di 25 libbre, ha visto il proprio colesterolo salire alle stelle e ha compromesso le funzioni di svariati organi interni ed esterni, dal fegato all’apparato riproduttivo (dopo due settimane la sua fidanzata, vegetariana convinta, sostiene che a letto non è più lo stesso; dopo un mese non è più, punto e stop).

Ora, l’attendibilità scientifica di un simile esperimento kamikaze è ovviamente vicina allo zero: in primis il giovane Morgan potrebbe avere, che so, una particolare intolleranza alle patatine o al ketchup, in secundis McDonald’s ha buon gioco nel rispondere che nessuno dovrebbe nutrirsi nei suoi fast-food tutti i giorni… e se ci pensate proprio questa saggia risposta della multinazionale racchiude il paradosso. Vogliamo dire, se mangiare tutti i giorni da McDonald’s provoca assuefazione e morte, come si legge nelle istruzioni dei medicinali, ammetterete che qualcosa non va! Inoltre, Spurlock va in giro armato di videocamera a intervistare ragazzi americani di ogni estrazione ed etnìa, e molti di loro confessano tranquillamente di bazzicare i fast-food con frequenza quotidiana. Del resto, nel film ci sono numerosi personaggi intervistati (scienziati, esperti di marketing, nutrizionisti) e il più strepitoso di loro, tale Don Gorske, viene presentato come Big Mac Enthusiast (il Big Mac è uno dei panini che compaiono nel menu di tutti i McDonald’s del mondo). Gorske è il corrispettivo McDonald’s dell’Uomo di Marmo di staliniana memoria: quello alzava muri di mattoni a velocità supersonica, nel nome di Stakhanov, e gli facevano la statua fuori dalla fabbrica; lui ha invece un’insegna in suo onore fuori del fast-food preferito, perché in vita sua ha superato i 19.000 Big Mac consumati. La racconta come se fosse una cosa normale: «Quando ho mangiato il mio primo Big Mac la mia vita è cambiata. Ne ho subito trangugiati sette, uno dopo l’altro. Poi mi son dato una calmata: non ne mangio mai più di due o tre al giorno». Ora, Gorske può anche essere un pazzo, o un fenomeno che donerà (speriamo) il suo corpo alla scienza, o un attore pagato dalla McDonald’s a scopi pubblicitari: ma che dire di tutti i bambini americani per i quali il clown della famosa ditta di sandwich è una presenza più popolare di Topolino o di Gesù? Che dire di tutti i menu con allegati giocattoli, e di tutte le offerte super size (da cui il titolo del film) finalizzate ad accalappiare il cliente e a non mollarlo mai più? Direte: è marketing, e nel libero mercato tutto è lecito. Ma se scoprissimo che, a causa di questo marketing, la salute dei nostri figli è in pericolo? E che il medesimo marketing è ciò che ha trasformato gli Stati Uniti nel paese più obeso del mondo? E che la somministrazione di grassi e zuccheri illimitati coinvolge anche un’azienda, la Sodexho, che è leader nel settore delle mense scolastiche su entrambi i lati dell’Atlantico, Italia compresa?

La cosa rinfrescante di Super Size Me è che fa nomi e cognomi, cosa che abbiamo potuto fare anche noi in questo articolo. Il film è polemico, spaventoso, inquietante e fragorosamente divertente. La buona notizia, alla fine, è che Morgan Spurlock è ancora vivo: non l’hanno ucciso né i 30 giorni a base di patatine e ketchup, né i combattivi avvocati della multinazionale. Ha anche perso le 25 libbre: ci ha messo 5 mesi, ma senza la fidanzata vegetariana…

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