Le ultime ore dello scimmione W.

 

Fra poche ore giurerà Obama e si chiude finalmente un ciclo tragico della storia americana e mondiale con brogli elettorali e guerre insensate. Quando, anche in Italia, i presidenti avranno un mandato in scadenza e si andranno a nascondere nei boschi dalla vergogna?  

 

W. Un film di Oliver Stone. Con Josh Brolin, Elizabeth Banks, Thandie Newton, Rob Corddry, James Cromwell, Ellen Burstyn, Richard Dreyfuss, Ioan Gruffudd, Scott Glenn, Toby Jones, Sayed Badreya, David Born, Dennis Boutsikaris, Jesse Bradford, Jonathan Breck, Bruce Bryant, Wes Chatham, Maria Chen, Teresa Cheung, Jeffrey Wright Genere Drammatico, durata 129 min. – USA 2008.

Mio Voto: /10

 

Recensione di Boris SollazzoLiberazione, 19 dicembre 2008

 

Nixon, John Fitzgerald Kennedy e ora George W. Bush. Nel caso dovesse decidere di fare un film anche su Barack Obama – e la storia sembra perfetta per lui – Oliver Stone, almeno al cinema, avrebbe scolpito un altro monte Rushmore. Disonestà (Richard Milhouse), martirio (JFK), vergogna ( W , appunto, che rovesciato è il giudizio morale e politico che il regista dà di lui). Ritratti impossibili da rifiutare per una cinematografia morale ed epica come quella dell’adrenalinico, coltissimo e simpaticamente psicotico regista di Platoon. Ma con W. il nostro ti combina lo scherzo che non ti aspetti e pur confezionando una pellicola-pamphlet, non si lascia andare alle piazzate alla Michael Moore, evita le (sue solite) furbizie e scorciatoie e, incredibile a dirsi, regala un lavoro in cui non si alzano mai i toni. Per questo e per mancanza di tempismo, forse, il film ha subito la clamorosa indifferenza da parte delle distribuzioni italiane (uscito poco prima delle elezioni negli Usa), sanata solo in extremis dalla Dall’Angelo Pictures, finora operante soprattutto nell’home video, e che, sfruttando l’effetto politico e mediatico dell’insediamento di Obama del 20, dal 9 gennaio lo distribuirà nelle sale con tecnologia digitale (da ieri, in lingua originale e con sottotitoli, è già al cinema Metropolitan di Roma).

A dispetto delle molte critiche, Stone, pur non nella sua forma migliore, disegna un ritratto che ha solo alcune pennellate fuori misura – cadute di stile, cinematografiche e non – ma che nel complesso è la naturale evoluzione e complemento del suo lavoro su Nixon. E’ di entrambi i film un ritmo compassato e riflessivo, una tendenza visiva e narrativa a non cercare mai il colpo ad effetto, la capacità di entrare nelle debolezze di presidenti che hanno affrontato ostacoli e imprese enormi, dalle crisi interne alle guerre esterne (Vietnam e Iraq), e ne sono rimasti schiacciati per motivi soprattutto personali. E così con ironia il regista ci porta nella vita di questo figlio di papà che "sognava di presiedere la lega di baseball e dovette ripiegare sulla Casa Bianca". E vediamo Bush jr (un Josh Brolin spaventosamente in parte, dalla voce allo sguardo) nei suoi approcci pacchiani con l’altro sesso, nell’alcolismo, nel rapporto quasi filiale con la moglie (Elizabeth Banks), nel debole, ricambiato, per Condi Rice (una Thandie Newton trasformata e inquietante), nel suo complesso d’inferiorità per i suoi padri, quello naturale che gli preferisce il fratello Jeb e quelli politici, Karl Rove (Toby Jones) e Dick Cheney (Richard Dreyfuss), che lo manipolano sfruttando il suo carisma da mediocre che empatizza con un paese divenuto, purtroppo, mediocre esso stesso.

Lo fa con una costruzione classica, una regia sobria in cui i virtuosismi sono lasciati agli attori, e con un lavoro di documentazione durato un anno (per rimanere ancorati all’attualità, infatti, si è girato solo 45 giorni e montato in neanche 10!). Molti dialoghi sono reali- ma non le battute più perfide come "chi ti credi di essere, un Kennedy?"- o verosimili, come i bellissimi 11 minuti in cui Cheney monopolizza una riunione per una lezione di geopolitica economica, su risorse non rinnovabili e strategia neoimperialista, da far tremare i polsi.

Si sorride spesso, amaramente, di questo incapace divenuto l’uomo più potente del mondo, né divo né caimano, la politica rimane sullo sfondo e nelle scene corali del presidente e dei suoi consigliori, si evitano l’11 settembre e i brogli che sconfissero Al Gore. Ne esce una parodia politica di Quei bravi ragazzi , gangster senza fascino con un capo-testa di legno ingestibile. Peccato che gli ultimi 8 anni non erano cinema, ma realtà. E che forse il lieto fine è arrivato troppo tardi.

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