Fascisti su Marte

 

I fratelli Guzzanti di solito non mi deludono mai. Meno che meno in questo lungometraggio di un’arguzia e di una canzonatura formativa davvero fuori degli schemi imbalsamati della comicità che passa sui canali di propaganda d’oggi.

 

Un film di Corrado Guzzanti. Con Corrado Guzzanti, Pasquale Petrolo, Andrea Blarzino, Marco Marzocca, Andrea Purgatori, Andrea Salerno, Simona Banchi, Valentina D’Alessandro, Valeria Ferrari, Irene Ferri, Caterina Guzzanti, Paola Minaccioni, Annalisa Plantera, Carla Rak, Carolina Such, Federica Zelada Genere Comico, durata 100 min. – Italia 2006.

Mio Voto: ,5/10

 

Recensione di Silvana Silvestri  Il Manifesto 3 novembre 2006

 

Dopo le avventure del gerarca Barbagli e dei suoi camerati che in tv hanno portato il tipico ritmo semi-futurista degli anni Trenta e un’operazione sul linguaggio dimenticato dei cinegiornali, Corrado Guzzanti è approdato al lungometraggio Fascisti su Marte (frase di lancio: «o Marte o morte»), la lunga epopea della pattuglia sperduta sul pianeta rosso.

Sul suolo marziano gli «arditi» – «com’altro nomare questi baldi fiori del regime che osarono porre un imperativo categorico tra le sabbie bolsceviche di Marte» – in camicia nera e anfibi riescono a tenersi in vita grazie a possenti parole d’ordine e prima di accorgersi di aver conquistato il nulla si mettono con puntiglio a organizzare una perfetta struttura coloniale incidendo sulla sabbia motti canonici («Vincere e vinceremo») e altri un po’ meno («Chi non muore si rivede»). Il pianeta «bolscevico e traditor» conquistato da Barbagli & co. è infatti: «Un deserto dei tartari, quattro scemi nella sabbia in un posto dove non accade assolutamente nulla, che vivono di fantasie e paure, dove i sassi diventano persone». Memorabile in proposito la scena alla Schindler list con i mimimmi (appunto gli unici «abitanti» del pianeta che con la loro imperturbabile fissità si oppongono alla colonizzazione) deportati in una trincea di filo spinato. Che questo nostro passato di colonizzatori feroci, e poco lungimiranti perfino nelle spoliazioni (vedi l’uscita ingloriosa e con un pugno di mosche in mano dalla Somalia) venga rimosso nell’immaginario collettivo, anzi nei recenti anni, coi post fascisti al governo, quasi rimitizzato vista l’urgenza di spremere sangue da ogni programma sui crimini rossi, trova in questo lungometraggio la giusta, feroce, egemonica risposta. Anzi si tratta di una serie di scosse «di assestamento», di efficacia geologica. Corrado Guzzanti parla di una successione di quadri, più che di un film vero e proprio, in cui si alternano spezzoni da Istituto Luce e quadretti parodistici, come quando un monolite nero plana direttamente dallo spazio di 2001.

Il suo Barbagli, con un moschetto e un «me ne frego» dentro al cuor, è uno che non cambia, a dispetto di tutto, non è un trasformista: «Nell’epilogo si cercava di raccontare questo perché la fine del fascismo è coinciso con il trasformismo, nessuno è stato condannato per crimini di guerra, tutti sono rimasti più o meno ai loro posti perché cominciava la guerra fredda e quindi i fascisti servivano a creare strutture di difesa contro il comunismo. È stata una transizione trasformistica molto morbida ed è il problema per il quale ancora si discute se sia o non sia caduto il fascismo, se l’Italia ha vinto o perso. Mi divertiva il fatto che questo è un paese per il quale non si riesca mai a stabilire una verità storica assoluta, continuano a coesistere versioni concorrenziali di verità ed è lo stesso motivo per cui due candidati si confrontano in una campagna elettorale in televisione e danno dati diversi dell’Istat e nessun giornalista li contesta».

Quindi tanto vale parlare di Marte: «È come dire: potete bervi qualunque palla, quindi perché non questa? C’è l’incapacità di vedere la realtà e si risponde solo con categorie ideologiche. Penso che negli ultimi anni gli italiani, oltre ad avere problemi economici e sociali di ogni tipo hanno avuto in più un carico di odio, di violenza, di intolleranza che viene dalla politica che per ragioni elettorali gioca alla demonizzazione dell’avversario».

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