Lassù come penne del cielo

 

da Mondo senza fineKen Follett

 

In quelle ultime quattro settimane, mentre tagliava il legno e montava i pezzi del suo argano, Merthin per la prima volta in vita sua aveva davvero temuto di perdere Caris, e quel pensiero l’aveva atterrito. La ragazza era la vera fonte di gioia nella sua vita. Se il tempo era bello, voleva passeggiare al sole con lei; appena vedeva qualcosa che gli piaceva, gli veniva voglia di mostrarglielo; quando sentiva qualcosa di divertente, il suo primo pensiero era di riferirglielo per vederla sorridere. Il suo lavoro lo gratificava, soprattutto quando trovava una soluzione ai problemi più difficili, ma era una soddisfazione fredda, celebrale. Insomma, Merthin sapeva che la sua vita senza Caris sarebbe stata un lungo inverno.

 

 

 

Caris gli gettò le braccia al collo e scoppiò in singhiozzi.

Lui le accarezzò i capelli e rimase in silenzio.

Dopo un po’ incominciarono a baciarsi. Caris provò un desiderio più forte, quel giorno: voleva le sue mani su di sé, la sua lingua nella bocca, le sue dita dentro di lei. Voleva Merthin, e lo voleva in un modo diverso. “Spogliamoci” disse. Non erano mai stati nudi insieme.

Merthin sorrise felice … Lo condusse in camera da letto e si tolse le scarpe. Di colpo era intimidita: che cosa avrebbe pensato Merthin vedendola nuda per la prima volta? Sapeva di piacergli, sapeva che amava il suo seno, le sue gambe, il suo collo e il suo sesso: glielo diceva sempre, quando l’accarezzava. Adesso, però, avrebbe notato che aveva i fianchi troppo larghi, le gambe un po’ corte, il seno piuttosto piccolo …

Lui la squadrò da capo a piedi, ma ormai Caris non era più imbarazzata. Anzi il suo sguardo emozionato la eccitava più delle carezze. “Sei bellissima” sussurrò Merthin. “Anche tu”.

Si coricarono vicini sul sacco di paglia che fungeva da letto. Mentre si baciavano e si accarezzavano, Caris si rese conto che quel giorno i soliti giochetti non l’avrebbero soddisfatta. “Voglio fare l’amore” sussurrò. “Vuoi dire sino in fondo?” “Sì” bisbigliò. “Lo voglio anch’io”.

Merthin si sdraiò sopra di lei. Era da tanto tempo che Caris immaginava quel momento. Lo guardò in faccia: aveva l’espressione concentrata che a lei piaceva moltissimo, quella di quando lavorava e dava forma al legno con mani abili ed esperte. Merthin le schiuse il sesso con le dita: era bagnata e pronta a riceverlo. Le chiese: “Sei sicura?”. “Sicurissima”.

Ebbe un attimo di paura quando lui la penetrò e istintivamente si contrasse. Merthin si fermò, sentendo che lei gli resisteva. “Continua” lo esortò allora Caris. “Spingi più forte, non mi farai male”. Si sbagliava, perché quando lui spinse più forte Caris sentì una fitta improvvisa e si lasciò sfuggire un gemito di dolore.

“Scusami” sussurrò lui.

Rimasero lì, fermi. Merthin le baciò le palpebre, la fronte e la punta del naso. Lei gli accarezzò il viso e lo guardò negli occhi nocciola. Poi il dolore passò, tornò il desiderio e Caris cominciò a muoversi, felice di avere dentro di sé per la prima volta l’uomo che amava. La emozionava vedere l’intensità del suo desiderio. La fissava, sorridendo, mentre il ritmo di loro movimenti aumentava.

A un certo punto le disse, ansimando: “Non riesco più a fermarmi”.

“Non ti fermare, non ti fermare”.

Lo osservò. Nel giro di pochi attimi, Merthin vene travolto dal piacere, serrò gli occhi e socchiuse le labbra, il corpo teso come un arco. Caris avvertì i suoi spasmi dentro di lei, lo sentì eiaculare e pensò che nulla al mondo l’aveva preparata ad una simile felicità. Un istante dopo, anche lei venne travolta dal piacere. Era una sensazione che aveva già provato, ma mai con tanta intensità. Chiuse gli occhi, si spinse forte contro di lui e si lasciò andare a un brivido che la scosse come un fuscello al vento.

Rimasero vicini a lungo, dopo. Lui le nascose la faccia sul collo e Caris sentì il suo fiato caldo sulla pelle e gli accarezzò la schiena sudata. Piano piano, lei sentì il suo battito rallentare e fu pervasa da una dolcissima sensazione di beatitudine, come davanti a un tramonto in una sera d’estate.

“Allora è questo ciò di cui si fa tanto parlare” disse dopo un po’.

 

 

 

Caris osservò le prime fasi della battaglia dal lato opposto della valle. Vide i balestrieri genovesi cercare di fuggire, solo per essere poi falciati dai cavalieri loro alleati. Fu quindi testimone della prima grande carica, con lo stendardo di Carlo di Alençon che guidava migliaia di cavalieri e soldati.

Non aveva mai assistito a una battaglia e ne fu veramente nauseata. Centinaia di cavalieri caddero colpiti dalle frecce inglesi e furono poi calpestati dagli zoccoli degli imponenti cavalli da guerra. Era troppo lontana per riuscire a seguire i duelli individuali, ma vedeva il luccichio delle spade e gli uomini crollare a terra. Le vennero le lacrime agli occhi. Come suora, aveva curato ferite gravissime riportate da uomini precipitati da alte impalcature, da altri che si erano feriti con attrezzi da lavoro acuminati o che avevano subito incidenti di caccia, e aveva sempre sofferto di fronte a una mano mozzata, a una gamba maciullata o a un cervello irrimediabilmente danneggiato. Ma vedere uomini che si infliggevano volontariamente, gli uni con gli altri, tali ferite la rivoltava.

L’esito della battaglia fu a lungo incerto. Se Caris fosse stata a casa, e qualcuno le avesse riferito notizie della guerra, si sarebbe augurata la vittoria degli inglesi; ma, dopo quello che aveva visto nelle ultime due settimane, il suo atteggiamento era di una disgustata neutralità. Non riusciva a identificarsi con gli inglesi che avevano ammazzato i contadini e bruciato le loro messi, e per lei non faceva alcuna differenza se avevano quelle atrocità in Normandia. Certo, loro si sarebbero giustificati dicendo che i francesi se lo meritavano perché avevano incendiato Porthsmouth, ma era un modo di ragionare davvero stupido, tanto stupido che il risultato erano scene di orrore come quella.

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