Fini occulti

 

Mentre Fini si candida farsescamente ad essere il nuovo leader di un’opposizione parlamentare inesistente, SilvioB. tira fuori una boutade al giorno (ora c’è quella del voto unico del pianista) pur di non affrontare la questione della crisi drammatica che presto lo travolgerà.

 

 

di Monica MaroAprileOnLine

 

Intervenendo al Capranica all’assemblea dei gruppi Pdl di Camera e Senato, il premier propone di cambiare i regolamenti parlamentari: il voto del capogruppo deve valere per tutti i suoi deputati. Chi non è d’accordo potrà esprimersi contro o astenersi. "Io capisco i nostri deputati – dice Berlusconi – che sono persone del fare e non funzionari di partito, che si sentono deprimere in Parlamento con votazioni continuative"

 

 

Nel suo intervento all’assemblea dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, andata in scena al teatro Capranica di Roma, cuore capitolino, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha annunciato che è all’esame una riforma dei regolamenti parlamentari per quanto riguarda il sistema di voto. E c’era già da tremare fin da queste prime dichiarazioni, soprattutto memori dei recenti strappi politici e di una cammino governativo che non ha risparmiato l’uso della decretazione d’urgenza, di fatto sterilizzando spesso e volentieri il Parlamento.

 

Ed infatti la spiegazione che il premier fornisce per giustificare questo progetto di (contro) riforma è sempre la stessa, il solito mantra che si fonda sull’idea che governare sia comandare, mentre delinea in cosa dovrebbe consistere la svolta. "Di fronte a regolamenti che sono non adeguati alla necessità di una maggioranza e di un governo di avere in tempi certi e brevi disegni di legge che vengano trasformati in leggi", Berlusconi ha ipotizzato che a un certo punto si possa riconoscere "il voto di un partito nel voto del capogruppo". Tutti per uno, uno per tutti. Dove i tutti sono i deputati e l’uno il capogruppo. Ma siccome è magnanimo, Berlusconi non nega il diritto di esprimersi diversamente. Chi invece non è d’accordo potrà "presentarsi" e "votare contro o astenersi". Insomma, "il capogruppo alzandosi e votando nelle commissioni o in aula" dovrebbe poter rappresentare, secondo il premier, "l’intero gruppo dei suoi deputati".

 

Qualora qualcuno potesse fargli presente che l’idea non è proprio saggia, il premier non esita a farsi scudo dell’altrui condizione. "Capisco i nostri deputati, che sono persone del fare e non funzionari di partito, che si sentono deprimere in Parlamento con votazioni continue", ha detto il capo del governo.

 

Prima di lanciare questa ipotesi di riforma – che si accompagna con quella di dimezzare il numero dei parlamentari – il premier ha chiamato alla tribuna il ministro degli Esteri Franco Frattini che ha ricordato come "da quarant’anni nell’assemblea nazionale francese è previsto il voto per delega in base a un’ordinanza presidenziale del ’58. Il capogruppo può votare al posto del singolo parlamentare nel caso di un impedimento o di una missione che lo coinvolga autorizzata dal governo fino a otto giorni". Ma in Francia, questo non è stato ricordano, non hanno Berlusconi come capo del governo.

 

Un capo del governo che sa anche prevedere. Soprattutto il possibile malumore di chi si accollerebbe tutto il peso dell’attività parlamentare. Per evitare infatti l’effetto "tana libera tutti" che rischiava di propagandarsi nell’assemblea degli eletti già pronti a lasciare il fardello del voto nelle mani dei due malcapitati "secchioni" di Camera e Senato (Cicchitto e Gasparri), Berlusconi ha chiarito che rispetto all’ipotesi estrema di una riforma così radicale, i parlamentari del Pdl dovranno in ogni caso essere presenti in aula e con un sorriso li ha ammoniti a lavarsi "bene le mani e i polpastrelli", facendo riferimento al nuovo sistema di votazione a Montecitorio che prevede il riconoscimento delle impronte digitali di ciascun parlamentare.

 

Lui stesso ha garantito che "anche il presidente del consiglio cercherà di ritagliarsi del tempo per venire a testimoniare con la sua presenza l’importanza del Parlamento". Grazie mille, soprattutto per quel ritagliarsi del tempo, oltre che per quel riconoscimento di importanza alle camere. E a scanso di equivoci ha insistito: "A parte gli estremi, credo che si debba ragionare sul cambiamento dei regolamenti in modo che si possano avere delle sessioni di voto. Intanto molti voti possano esseri presi nelle commissioni dove si fanno le leggi. Il voto finale può essere spostato nell’aula. E comunque questo nuovo sistema deve essere tale che la maggioranza che gli italiani hanno eletto possa essere ancora e sempre maggioranza in Parlamento. Nei primi tempi in attesa che questo avvenga occorre che siamo tutti presenti".

 

Occorrerebbe spiegare al Cavaliere che, per attuare la sua riforma andrebbe cambiata la Costituzione, che all’art. 67 lascia libero ogni parlamentare di esercitare le proprie funzioni "senza vincolo di mandato". Noi non osiamo, meglio non mettergli altre idee in testa. Intanto, a stroncare l’ipotesi del voto dell’uno per tutti ci pensa Gianfranco Fini: "Già l’aveva avanzata ed era caduta nel vuoto. Accadrà la stessa cosa anche stavolta, è una proposta impossibile".

 

Il premier ed il suo ex vice, che di nuovo domani si vedranno a pranzo per facilitare una comunicazione altrimenti non semplice, continuano a dire l’uno il contrario dell’altro sui temi più disparati: dalle intercettazioni al caso Englaro, dalla decretazione d’urgenza all’abuso del ricorso alla fiducia, dal diritto di voto per gli immigrati in regola alla bicamerale per le riforme, per citare solo alcune delle divergenze più recenti.

 

Pensare che la giornata era iniziata con il viatico del leader della destra all’ipotesi di Berlusconi al Quirinale.

"Certamente oggi Berlusconi ha un appoggio personale e popolare per cui questa ipotesi non è affatto remota", argomentava Fini intervistato da "El Pais", aggiungendo però di non sentirsi "il delfino" di nessuno. Quanto ad un suo futuro al Colle, il premier aveva preferito dribblare sull’apertura di Fini: "Non ho visto niente". Ma in Forza Italia l’uscita del presidente della Camera era parsa a più d’uno una sorta di autocandidatura del leader di An, forte del suo ruolo istituzionale di garanzia e del rapporto sempre migliore con l’opposizione (che infatti anche oggi lo elogia per la risposta alle pulsioni autoritarie del Cavaliere).

Divergenze a parte, tra un paio di settimane Berlusconi salirà su un palco proprio con Fini per annunciare "la cosa più importante che lasceremo al Paese", il Pdl. "Lasceremo", dice il Cavaliere. Ma il plurale salta in vari passaggi successivi del suo discorso alla assemblea dei gruppi del Pdl.

"Tra noi ci sarà grande e straordinaria compattezza – assicura il premier – il partito che nasce sarà il vero partito della gente, non sarà certo un partito di nomenklatura, non dovrà conoscere correnti, posizioni di potere, potentati".

Fini, il co-fondatore, non viene nominato da Berlusconi neppure una volta. In compenso il premier spiega che sarà lui personalmente ad aprire e chiudere il congresso. E tutti i presenti avranno una pergamena e medaglia celebrativa per dire "io c’ero". E … niente paura, il leader del nuovo partito non si vota, si sceglie per acclamazione. Quindi, anche senza delega, nella foga del momento, qualche parlamentare potrà sgattaiolare via.

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Una risposta a Fini occulti

  1. mauro ha detto:

    fini puo\’ fare solo i tortellini!!

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