La zona

 

Un film di Rodrigo Plà. Con Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Carlos Bardem, Daniel Tovar, Alan Chávez, Mario Zaragoza, Marina de Tavira, Andrés Montiel, Blanca Guerra, Enrique Arreola, Gerardo Taracena. Genere Drammatico, colore 97 minuti. – Produzione Spagna, Messico 2007. – Distribuzione Sacher

Mio Voto: /10

 

Recensione di Roberta Ronconi  Liberazione, 9 aprile 2008

 

Un piano sequenza con dolly ci presenta il contesto già dai titoli di testa. Bambini in divisa da collegio, prati verdi, aiuole curate, ville signorili, cani da guardia. Seguendo il volo di una farfalla, lo sguardo si alza e si sposta verso sinistra, fino ad incontrare un muro. Alto, ancora più alto, filo spinato, torretta, telecamera di sicurezza, quindi apparizione dell’esterno: un agglomerato urbano, immenso e accatastato come una favela, una colata di cemento graffiato dalla miseria. Dentro è "La zona", fuori il resto del mondo. La zona sembra finta, il mondo è orribilmente vero. Per realizzare il suo primo lungometraggio, il giovane regista uruguaiano Rodrigo Plà, già autore de "El Ojo en la nuca" e "Novia mìa", e la sua compagna e sceneggiatrice Laura Santullo non hanno avuto necessità di inventare. A Città del Messico l’ultimo muro di cinta per quartieri signorili è stato eretto recentemente e di fatto ne esistono di simili in tutta l’America latina.

Vincitore del leone del futuro al Festival di Venezia e di quello della critica a Toronto, "La Zona" di Plà ha la forza degli esordi esplosivi, dei pensieri ancora puliti (dai richiami del mercato) di due autori che vogliono raccontare una realtà sociale asfissiante senza rinunciare al sogno dei cinema. Il genere scelto è il thriller poliziesco in atmosfera di tenebre.

E’ notte di tempesta equatoriale, infatti, quando a pochi passi dal muro che protegge la "zona" un palo della luce cade colpito da un fulmine, trasformandosi in perfetto ponte di passaggio dal fuori al dentro.

Ne approfittano tre ladruncoli, saltano il confine, entrano in una villa, iniziano il saccheggio, ma la vecchia proprietaria li sorprende. Una colluttazione, la fuga, il nero. Alla riapertura dell’obbiettivo, ci sono tre cadaveri sul selciato e uno dei ladruncoli disperso. In piena notte, la zona si risveglia, i suoi abitanti decidono che l’unica cosa da fare è vendicarsi con le proprie mani, troppo corrotta e inaffidabile la polizia del mondo di fuori. Inizia la caccia all’uomo, anzi al ragazzino, a cui assistiamo con gli occhi di Alejandro, giovane benestante della zona, figlio del capobanda dei vendicatori.

La metafora è semplice, lo stile appropriato. La vera protagonista del racconto è, appunto, la zona, ovvero quel luogo che per proteggersi dall’esterno in realtà si priva di ogni libertà, anche quella di pensare.

Chi la abita, infatti, soccombe velocemente agli istinti peggiori, si fa predatore del diverso, fiuta ovunque il pericolo, non molla la presa fino a quando non sente l’odore del sangue. I cuccioli dei predatori guardano gli adulti e imparano a cacciare.

Sembra semi-fantascienza ma non ci dimentichiamo del muro di via Anelli a Padova, per non citare muri più lontani, come quelli che stanno per chiudere definitivamente il confine tra Messico e Usa. E mentre cadono le antiche divisioni (vedi Cipro) di carattere politico-militare, ecco ergersi le nuove barriere, di profilo strettamente economico-sociale: i ricchi da una parte, i poveri dall’altra. Con uno stile teso e appassionato, questo debuttante, che in Messico ha vissuto gran parte della sua vita, regala a tutti noi un efficace compendio della nostra contemporaneità. E in più ci fa godere di un ottimo cinema. Il mezzo che amplifica il fine, la forma che si sposa con il contenuto. E un po’ d’ingenuità che rende il tutto vivo e palpitante.

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