Come trascinando le parole in un lungo viaggio che le colmava di senso

 

da Senza SangueAlessandro Baricco

 

Una raffica sventagliò per la casa, avanti e indietro come un pendolo, sembrava non finisce mai, avanti e indietro come la luce di un faro, sul bitume del mare nero, paziente.

Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. Le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei non poteva tradirla. E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su sé stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, riparo di sé stessa, era tutto, era per sé stessa tutto, nulla avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi, e pensò Non muoverti, sei felice.

 

 

 

La bambina girò la testa e lo guardò. Aveva gli occhi scuri, tagliati in modo strano. Lo guardava senza nessuna espressione. Aveva le labbra socchiuse e respirava tranquilla. Era un animale nella sua tana. Tito sentì tornargli addosso la sensazione provata mille volte nel trovare quella stessa esatta posizione, tra il tepore delle lenzuola o sotto qualche sole di pomeriggio da bambini. Le ginocchia piegate, le mani in mezzo alle gambe, i piedi in bilico. La testa piegata leggermente in avanti, a chiudere il cerchio. Dio, com’era bello, pensò. La pelle della bambina era bianca, e il contorno delle sue labbra perfetto. Le gambe gli uscivano da una gonnellina rossa, e lo facevano come un disegno. Era tutto così ordinato. Era tutto così compiuto.

Esatto.

 

 

 

Poi la donna gli chiese se lui ricordava.

L’uomo rimase a guardarla. E solo in quell’istante, finalmente, rivide davvero, nel suo volto, il volto di quella bambina, sdraiata là sotto, impeccabile e giusta, perfetta. Vide quegli occhi in questi, e quella forza inaudita nella calma di questa bellezza stanca. La bambina: si era girata e l’aveva guardato. La bambina: adesso era lì. Come può essere vertiginoso il tempo. Dove sono io?, si chiese l’uomo. Qui o allora? Sono mai stato in un attimo che non fosse questo?

L’uomo disse che si ricordava. Che non aveva fatto altro, per anni, che ricordarsi tutto.

 

 

 

Per quanto uno si sforzi di vivere una sola vita, gli altri ce ne vedranno dentro altre mille, e questa è la ragione per cui non si riesce a evitare di farsi male.

 

 

 

Allora pensò che per quanto la vita sia incomprensibile, probabilmente noi l’attraversiamo con l’unico desiderio di ritornare nell’inferno che ci ha generati, e di abitarvi al fianco di chi, una volta, da quell’inferno, ci ha salvato. Provò a chiedersi da dove provenisse quell’assurda fedeltà all’orrore, ma scoprì di non avere risposte. Capiva solo che nulla è più forte di quell’istinto a tornare dove ci hanno spezzato, e a replicare quell’istante per anni. Solo pensando che chi ci ha salvati una volta lo possa poi fare per sempre. In un lungo inferno identico a quello da cui veniamo. Ma d’improvviso clemente. E senza sangue.

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  1. Chiara ha detto:

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