Glory Glory Man … chester

 

La giovinezza, l’amore, l’Inghilterra, la politica, ma soprattutto tanto Manchester City. Tutto ciò in questo splendido e autoironico libro.

 

 

Da La mia vita rovinata dal Manchester UnitedColin Shindler

 

Meno di un mese dopo l’epica vittoria per 4-3 del City sul Newcastle United al St. James’ Park che decise quel campionato, per la precisione il mercoledì 5 giugno 1968, partecipai al mio primo Ballo di Maggio a Cambridge verso le sei del mattino. Tornai barcollando nella mia camera (da solo, potrei aggiungere). Due ore più tardi ci fu un battere frettoloso alla porta e il mio vicino Martyn Jones irruppe nella stanza urlando: “Gli hanno sparato! Hanno sparato a Bobby Kennedy!”. Risvegliato da un sonno profondo, la mia prontezza di spirito lasciava alquanto a desiderare, ma la notizia mi fece raddrizzare di scatto sul letto. “Perché diavolo qualcuno dovrebbe sparare a Bobby Kennedy?” chiesi. “Abbiamo appena vinto il campionato”.

“Lo hanno ucciso!” strillò Martyn ancora più forte. “Bé in fondo era soltanto una riserva”, replicai con raziocinio, senza riuscire ancora a capacitarmi del perché Martyn dovesse essere tanto turbato, e tantomeno di quale impazzito del Manchester United potesse aver commesso quell’inusitato delitto. Se avesse sparato a Colin Bell o a Mike Summerbee, l’atto sarebbe stato tragico ma comprensibile. Ma sparare a Bobby Jennedy! Forse il folle cecchino era stato allo Stamford Bridge e aveva assistito a quel terribile pasticcio tra Kennedy e il portiere del City Ken Mulhearn. Migliaia di noi avrebbero premuto volentieri il grilletto in quel momento. Lentamente, mentre il ronzio dentro la mia testa cominciava a diminuire, dedussi che un killer solitario aveva assassinato il senatore Robert F. Kennedy all’Ambassador Hotel di Los Angeles qualche istante dopo l’annuncio della sua vittoria nelle elezioni primarie del partito Democratico in California. Sebbene questa tragedia avesse precipitato nel dolore l’America e buona parte del mondo, io ero confortato dal pensiero che il vero Bobby Kenendy, sarebbe stato in grado di iniziare la stagione 1968-69, e tornai a dormire.

 

 

 

Sono disposto a fare tutto ciò che è in mio potere al fine di cagionare una sconfitta al Manchester United. Nel 1992 lo United era favorito per strappare il titolo al meno quotato Leeds United, che lo inseguiva in classifica. Il lunedì dopo Pasqua la squadra di Ferguson regalò scioccamente due gol in casa al Nottingham Forest. Quando il pallone entrò in rete per la seconda volta, io me ne stavo seduto in giardino con la caviglia destra posata sulla gamba sinistra, intento a leggere la pagina 23 del libro che tenevo in grembo. Ero consapevole di aver fatto qualcosa di giusto, ma ignoravo precisamente che cosa. Tutto ciò che potevo fare era restare esattamente nella stessa posizione per i successivi 25 minuti. Il libro rimase stabilmente a pagina 23. Io fingevo di leggere, ma non una sola parola si imprimeva nella mia mente. La mia gamba era in preda ai crampi. Tuttavia non intendevo arrendermi. L’agonia era diventata quasi insopportabile, ma mancavano ormai solo cinque minuti. Tormentato dal dolore, continuavo a tenere la caviglia destra saldamente piantata sulla gamba sinistra. Lo United si lanciò all’assalto dopo la rete del Forest, ma io tenni duro. Non appena arrivò il fischio finale, rotolai giù dalla sedia sull’erba, stringendomi la gamba tra gli spasimi. Quando un’ora più tardi ritrovai la sensibilità dell’arto, giudicai che era valsa la pena compiere quello sforzo erculeo, sebbene fossi un pizzico deluso di non aver ricevuto nemmeno una telefonata da Brian Clough.

 

 

 

Io e mio fratello partimmo per la nostra prima visita in terra d’Israele con una canzone nei nostri cuori; nel suo caso When the Reds Go Marchig in, nel mio, We’ll meet again, don’t know where, don’t know when.

 

 

 

Summerbee non fu mai un grande realizzatore. Se si trovava da solo in area davanti al portiere, si poteva scommettere con ragionevole sicurezza che la palla sarebbe finita nella tribuna dietro la porta invece che in fondo al sacco. Summerbee era dotato di rapidità, destrezza, vigore e, soprattutto, senso dell’umorismo. Aveva un rapporto con il pubblico che forse soltanto Gazza, tra i giocatori di oggi, può vantare. Una volta vidi Summerbee togliere il casco a un poliziotto posizionato vicino alla bandierina del calcio d’angolo, infilarselo in testa e giocare così per cinque minuti buoni.

Uno dei suoi trucchi preferiti era battere una rimessa laterale scagliando con forza la palla sulla schiena di un difensore avversario di modo che la sfera tornasse a lui consentendogli di continuare la sua azione lungo la fascia. Era una pratica molto usata nei campetti delle scuole, raramente nel calcio professionistico. Summerbee era capace di fare il tunnel a un terzino, essere falciato, strangolare il colpevole del fallo e baciare l’arbitro avanzato minacciosamente verso di lui, il tutto nello spazio di venti secondi.

 

 

 

La squadra aveva assunto la sua fisionomia definitiva e sarebbe rimasta eternamente impressa in modo indelebile nella mia mente. Mulhearn, Book, Pardoe; Doyle, Heslop, Oakes; Lee, Bell, Summerbee, Young e Coleman.

 

 

 

Doyle battè la rimessa, Lee irruppe nella fragile difesa del Newcastle e scagliò il pallone alle spalle di McFaul: 4-2! Era nostro. Potevo assaporarlo. Lee salì sul muretto dietro alla porta in cui aveva appena segnato, le braccia in alto, in attesa dell’adorazione, che gli venne tributata in egual misura da tifosi e compagni.

Lee si vide annullare un altro gol, e fatalmente, a cinque minuti dal termine, un errore di Doyle provocò il 4-3. Lo United intanto aveva accorciato le distanza all’Old Trafford. Tutti i più spaventosi pensieri che avessero mai attraversato la mia mente tornarono a ossessionarmi. Se Mulhearn regala due gol in tre minuti e lo United pareggia, schiatterò. Il traversone è indirizzato verso il palo lontano .. e Mulhearn resiste. Il direttore di gara guarda l’orologio. Mi manca il respiro. I giocatori quasi si fermano aspettandosi il fischio finale. L’arbitro fa cenno di continuare, Doyle butta via il pallone e il Newcastle avanza di nuovo. Sto per morire dalla paura. E’ come se fossi in un altro mondo. Non so dove mi trovo. Dov’è questo mondo? E poi David mi abbraccia e salta su e giù. E’ finita, abbiamo vinto. Sto urlando, e non sono il solo. E’ un isterismo di massa, come i Beatles e le loro scatenate giovani fan.

 

 

 

Si chiamava Jenny, e nell’istante in cui posai gli occhi su di lei, seppi che era quella giusta. Dal canto suo, Jenny sicuramente non ebbe lo stesso presentimento. Ci incontrammo di nuovo per caso nella biblioteca dell’università e andammo a prendere una tazza di tè insieme … posto davvero selvaggio, quella biblioteca. Ero completamente cotto di lei. Suonava il piano a ottimo livello e rideva delle mie barzellette. Non c’era niente che non andasse in quella ragazza.

Tornammo oziosamente al Trinity. Io fissai Jenny. Lei distolse lo sguardo. Avvicinai i due divani per formare una sorta di letto, aspettando l’immortale frase di Maggie: “Tu dove dormi?”. Non arrivò mai. Jenny spense la luce e scivolò sotto le lenzuola con indosso soltanto la biancheria intima. Io la seguii senza indugio. Era stata una fantastica giornata, e non era ancora finita.

 

 

 

Un contratto verbale per sostenere una squadra di calcio forse non vale, citando la memorabile frase di Sam Goldwyn, la carta su cui è scritto, ma nella mente di milioni di noi, è vincolante quanto uno vergato con il sangue.   

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