Scrivere è sognare

 

Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è stato uno scrittore e poeta argentino.

 

 Sono cieco e ignorante, ma intuisco

che sono molte le strade

 

 

 

Né l’intima grazia della tua fronte luminosa come una festa

né il favore del tuo corpo, tuttora arcano e tacito e fanciullesco,

né l’alternarsi delle tue vicende in parole o in silenzi

saranno offerta così misteriosa

come rimirare il tuo sonno coinvolto

nella veglia delle mie braccia.

Di nuovo miracolosamente vergine per la virtù assolutoria del sonno,

serena e splendente come fausto ricordo trascelto,

mi offrirai quella sponda della tua vita che tu stessa non possiedi.

Proiettato nella quiete,

scorgerò quella riva estrema del tuo essere

e ti vedrò forse per la prima volta

quale Iddio deve ravvisarti,

annullata la finzione del Tempo,

senza l’amore, senza di me

 

 

 

C’é tanta solitudine in quell’oro.

La luna delle notti

non é la luna che

il primo Abramo vide.

I lunghi secoli dell’umano vegliare

l’han colmata d’antico pianto.

Guardala.

È il tuo specchio.

 

 

 

La rosa,

l’immarcescibile rosa che non canto,

quella che è peso e fragranza,

quella del nero giardino nella notte profonda,

quella di qualunque giardino nella notte profonda,

quella di qualunque giardino e di qualunque sera,

la rosa che risorge dalla tenue

cenere per arte d’alchimia,

la rosa dei persiani e di Ariosto,

quella che è sempre sola,

quella che è sempre la rosa delle rose,

il giovane fiore platonico,

l’ardente e cieca rosa che non canto,

la rosa irraggiungibile.

 

 

 

Vanno per l’aria placide montagne

oppure cordigliere d’ombre tragiche

che oscurano il giorno. Le chiamano

nuvole. Hanno sempre forme strane.

Shakespeare ne osservò una. Somigliava

a un drago. Quella nube di una sera

risplende e brucia nella sua parola

e ancora seguitiamo a rivederla.

Le nuvole che sono? Architettura

del caso? Forse Dio ne necessita

per eseguire l’opera infinita:

sono i fili della Sua trama oscura.

Forse la nube non è meno vana

dell’uomo che la guarda nel mattino.

 

 

 

Da uno dei tuoi cortili aver guardato

le antiche stelle,

dalla panchina dell’ombra aver guardato

quelle luci disperse

che la mia ignoranza non ha imparato a nominare

né a ordinare in costellazioni,

aver sentito il cerchio dell’acqua

nella segreta cisterna,

l’odore del gelsomino e della madreselva,

il silenzio dell’uccello addormentato,

l’arco dell’androne, l’umidità

– queste cose, forse, sono la poesia.

 

 

 

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

 

 

 

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

Chi è contento che sulla terra esista la musica.

Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo

 

 

 

Scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio.

 

 

 

Chi sogna chi? Io so che ti sogno, ma non so se tu mi stai sognando.

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