Italia 2009

 

Nel Canale di Sicilia naufraga il rispetto dei diritti umani

 

di Alessandra MancusoArticolo21

 

I telefoni cominciano a squillare al mattino. Organizzazioni umanitarie presenti a Lampedusa : Medici Senza Frontiere, Save the Children, non parliamo dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati…tutti in fortissimo allarme. Quanto è successo nella notte è gravissimo. Respingimento di 227 persone tra cui donne e minori. Persone disperate, soccorse su tre barconi a sud di Lampedusa. Italia e Malta hanno giocato al solito rimpallo. Poi l’intervento di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, il trasferimento dei migranti su tre motovedette che hanno fatto rotta su Tripoli.  Respinti. Senza essere prima identificati. Senza  verificare in alcun modo  se ci fossero casi di richiedenti asilo.

Mai prima d’ora un governo italiano si era macchiato di una così evidente violazione della Convenzione di Ginevra sui diritti umani e del principio di non respingimento che ne è la sua pietra miliare.

Respinti e dirottati su un Paese, la Libia, che non ha aderito alla Convenzione di Ginevra e che non da’ alcuna garanzia che i migranti non siano rimandati nei paesi di origine. Persone forse a rischio di arresto, tortura, morte. Non lo sapremo mai.

Svolta storica, giornata storica, la definisce il ministro Maroni. E rischia davvero di esserlo, di fissare un pericoloso precedente, se la gravità di quanto accaduto non trovasse adeguata denuncia.

Una cosa i giornalisti possono fare: non spegnere i riflettori su questa vicenda. Sottrarsi alla propaganda. Dare voce a tutti, non solo alla politica ma anche a chi si batte per il rispetto dei diritti dell’uomo. Diritto alla vita, alla dignità. Diritto a essere soccorsi, accolti e protetti. Cosucce forse un po’ più importanti delle tante, troppe futili notizie che riempiono giornali e telegiornali.

 

Che succederà ai migranti? In questo articolo si può facilmente intuire:

http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/immigrati-6/reduci-pinar/reduci-pinar.html

 

 

 

Tunisina morta impiccata al CIE

 

Fonte: http://roma.indymedia.org/node/9910

 

Nella notte, nel Cie di Ponte Galeria è morta una detenuta tunisina. Si chiamava Nabruka Mimuni e aveva 44 anni. Ieri sera le hanno comunicato che sarebbe stata espulsa e questa mattina le sue compagne di cella l’hanno trovata impiccata in bagno. Da quel momento le recluse e i reclusi di Ponte Galeria sono in sciopero della fame per protestare contro questa morte, contro le condizioni disumane di detenzione, contro i maltrattamenti e contro i rimpatri. Nabruka lascia un marito, e un figlio.

Era in italia da più di 20 anni. È stata catturata due settimane fa dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.

Se dobbiamo dare un nome a chi l’ha uccisa, non basterebbero le poche righe che abbiamo a disposizione. Del resto, almeno qualche nome di questa lista lo conoscete già: intanto il ministro Maroni, che questa mattina si vantava della gente deportata in Libia senza neanche passare dai porti italiani; poi il partito del Ministro, e tutto il suo governo, che si

apprestano a portare di nuovo a sei mesi il tempo di reclusione nei Centri di identificazione ed espulsione; e ancora la Croce rossa italiana, che gestisce il centro di Roma Ponte Galeria e diversi altri lager in Italia; e giù giù, tutte le brave persone che applaudono alle retate, che si radunano nelle strade ad urlare "espulsioni, espulsioni!", che sputano rancore ad ogni passo.

 

Le 140 donne del centro identificazione ed espulsione in cui è morta  Nabruka Mimuni  sono in rivolta e hanno smesso di mangiare. Sembra che la protesta si stia diffondendo anche alle sezioni maschili.

 

Solidarietà con chi lotta.

No border!

 

 

 

Posti sul metrò solo ai milanesi purosangue

 

di RedAprileOnline

 

Il deputato Salvini alla presentazione delle liste del Carroccio per le provinciali lancia l’ennesima "provocazione" razzista: "Riserviamo dei vagoni del metrò alle donne e ai milanesi". Convinta, appoggia l’iniziativa anche una candidata del Carroccio al consiglio provinciale, Raffaella Piccinni:"Carrozze per gli extracomunitari". La protesta di Majorino, Pd: "Via la Lega dalla giunta"

 

 

Una volta c’erano i posti riservati alle donne, agli anziani o agli invalidi. Ora il deputato della Lega Matteo Salvini ne propone una variante, con sorpresa: al posto dei singoli posti, il Presidente della Metropolitana Milanese dovrebbe riservare due carrozze intere del metrò "alle donne, giovani o anziane, italiane o straniere. Questo perché ci sono state centinaia di denuncia per molestie e per disturbo". E poi, visto che "c’è poi una minoranza che si comporta bene e che paga il biglietto, e quella minoranza è rappresentata dai milanesi. E’ evidente che dobbiamo avere un occhio di riguardo per loro". Tradotto, l’idea dell’onorevole leghista è quella di una carrozza riservata "ai soli milanesi". Meneghini doc.

Il capogruppo del Carroccio nel comune di Milano sceglie piazza della Scala e la presentazione dei candidati milanesi della Lega per lanciare la sua provocazione. Lo dice da leghista convinto e "da milanese che prende il tram".

 

Provocazione? Dopo il tentativo di censire i bimbi rom, la fiducia sul ddl sulla sicurezza, il reato di immigrazione clandestina ed il tentativo di far passare le norme sui presidi-spia e sui medici delatori quella che per il parlamentare leghista è "una battuta" è per noi l’ennesima testimonianza di xenofobia e razzismo.

 

Convinta, appoggia l’iniziativa anche una candidata del Carroccio al consiglio provinciale, Raffaella Piccinni. Stesso principio di apartheid ma con una sfumatura leggermente diversa: Se il deputato distingue tra "milanesi" e altri, lei tra "italiani ed stranieri". Per la Piccinni meglio sarebbe riservare "vagoni solo per extracomunitari". "Ci sarebbe più sicurezza", assicura.

 

Le critiche non sono tardate ad arrivare da entrambi gli schieramenti. Il primo a sollevarle è stato un politico della stessa coalizione di Salvini, Aldo Brandirali del Pdl: "L’unico modo per applicare la proposta del deputato è mettere stelle sul petto, di diversi colori, a seconda della razza". Gli ha fatto eco il capogruppo del Pd a palazzo Marino Pierfrancesco Majorino, imperativo contro il collega: "E’ una proposta da Ku Klux Klan. Che il sindaco butti fuori la Lega dalla giunta".

 

 

 

Fonte: http://it.peacereporter.net/upload/1/10/101/1013/10133.jpg

 

Se i civili afghani sono solo un numero

 

di Marco Sferini

 

Quello che è francamente inaccettabile, che sprigiona ipocrisia da ogni lettera scritta è il comunicato dei ministeri, anzi dei ministri. Frattini e La Russa se la cavano tranquillamente con la tragica evenienza dei fatti che possono accadere in un teatro di guerra e liquidano così quello che è l’assassinio di una ragazzina di appena 12 anni ad Herat, dove le truppe italiane sono impegnate a "portare la democrazia", a vigilare sulla ricostruzione pseudo democratica di un paese come l’Afghanistan che non smette di essere un viceregno americano nella zona asiatica.

Tutto accade, dicono le ricostruzioni dell’Esercito e quelle afghane, per colpa della pioggia. Sulla Ring road accanto al comando militare di zona piove incessantemente e si vede appena ad un palmo dal naso. La macchina è una Toyota, dello stesso modello – strane coincidenze del destino – su cui Calipari e Giuliana Sgrena erano imbarcati per lasciare Baghdad e dove il funzionario di Sismi trovò la morte. I militari italiani vedono l’automobile che va a passo veloce e decidono che quel fatto desta sospetto, così la inseguono, provano a farla fermare con gli ordinari mezzi di segnalazione. Ma niente. Allora sparano con una mitragliatrice prima sull’asfalto, poi in aria e poi sul cofano. La macchina si ferma. E dentro restano una bambina morta, sua madre e l’autista. Nessun terrorista, nessun talebano attentatore o kamikaze di sorta. Un normale viaggio di una famiglia afghana che finisce in tragedia.

La Brigata Folgore, per bocca del generale Rosario Castellano, fa mille scuse e giura che incontrerà sia i familiari della bimba che il governatore di Herat.

Se mai ce ne fosse bisogno, questa ennesima vicenda dimostra la necessità di disimpegnare tutte le nostre truppe dai teatri di guerra e di riportarle sul sacro suolo patrio. Almeno non potranno più essere adoperate dalla Nato per gli scopi imperialistici degli Usa o incappare in "incidenti" come quello di cui stiamo parlando e che tutto è fuorché un incidente. Può sembrare tale, ma rientra invece nei normali controlli che vengono attivati quando un sospetto sobbalza nella mente di qualche soldato, di qualche graduato, insomma di chi sta lì a presidiare un territorio sempre più perso e in mano alla forze della guerriglia talebana ma dominato dalle strategie economiche americane e inglesi.

La presenza italiana in Afghanistan dimostra solamente che le occasioni per compiere degli errori non mancano mai e tanto meno in un ambiente dove la paura la fa da padrona, dove il terrore è all’ordine del giorno e dove solo un mitra spianato dà una qual certa garanzia di non vedere qualche guerrigliero avvicinarsi e diventare elemento ostile per l’occupante.

Occupante. Sì, siamo e rimaniamo un esercito occupante, truppe straniere che non sono gradite in un Paese dove la guerra continua e dove la parola pace è più di un ricordo, è qualcosa di mai avvertito in Afghanistan da decenni e decenni.

No, ciò che è accaduto su quella strada bagnata di Herat non è un incidente, ma una purtroppo costante sequenza di fatti che si ripetono ogni giorno e che solo quando ci scappa il morto vengono classificati – a seconda di chi sia la vittima – come "fuoco amico", "fatale e tragico errore", "lotta contro il terrorismo".

Ma non sarà che per la popolazione afghana ora, il vero terrore siamo noi? Sono le truppe di "liberazione"? Perché se muoiono dei soldati italiani i giornali online, le grandi corazzate dell’informazione aprono a cinque colonne sui siti e a nove sulla carta, mentre se muore una bambina di 12 anni per un "errore", la notizia finisce al quinto, sesto posto nella home page sia del Corriere che de la Repubblica?

Non è un errore ciò che è avvenuto ieri a Herat. E’ un errore la nostra presenza ad Herat. E’ un errore che paghiamo caro ogni giorno che passa, salvo leccarci le ferite confortandoci con parole di speranza: "in fondo siamo lì per portare la democrazia, per aiutare gli afghani". Con aiuti che essi non vogliono. Perché i mitra non danno alcun aiuto, perché sostengono solo il potere di altri e l’intromissione economica negli affari di un popolo che ha il diritto di gestirsi da solo.

Ma oggi nel nostro Parlamento non c’è praticamente nessuno che abbia il coraggio di una idea di pace, che la esprima con una interrogazione e che chieda il ritiro dei militari italiani dall’Afghanistan. Anche per questo le parole di Frattini e di La Russa fanno ancora più male. E allora deve tornare tra la gente un sentimento comune che richieda la fine della nostra presenza ad Herat. Deve riaccendersi il movimento per la pace, le nostre bandiere arcobaleno dai balconi: non sono una moda, ma un segnale preciso, deciso e forte per dire che questo Parlamento non rispecchia appieno la volontà popolare e che il popolo italiano si riconosce nella sua Costituzione e nei suoi articoli. Che non contemplano le mitragliatrici in missione di pace e le patetiche scuse dei ministri della destra.

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