Libre Crezca Fecundo

 

Da L’arte dell’omicidio politicoFrancisco Goldman

 

La settimana di Pasqua in Guatemala è un periodo di solenne osservanza, ma anche di vacanza. La capitale serra i battenti. Il Congresso chiude, e gran parte dei guatemaltechi illustri, compresi i giornalisti, nonché gli stranieri, in particolare i diplomatici, raggiungono qualcuno dei laghi del paese, o le spiagge o gli chalet di montagna, o la vicina Antigua, o Miami o quello che sia il luogo dove si rilassano e si divertono. Durante la Settimana Santa del 1985 il piccolo comitato direttivo del Gam (Grupo de Apoyo Mutuo – primo gruppo dei parenti degli scomparsi) fu quasi annientato. Hector Gomez Calixto, un panettiere di 4 anni di Amatitlan, nei pressi della capitale, fu sequestrato e massacrato e ritrovato il giorno dopo vicino a un’uscita dell’autostrada. Era stato torturato con una lampada da saldatore, lo avevano colpito brutalmente in viso e gli avevano strappato la lingua. Sua sorella, pure lei rapita, fu stuprata con ferocia. Un altro leader del Gam si salvò la vita per un soffio scavalcando un muro e arrivando sui terreni dell’ambasciata belga, in fuga da uno squadrone della morte.

Rosario Godoy de Cuevas tenne un discorso al funerale di Hector promettendo che la sua morte non sarebbe stata inutile. Tre giorni dopo, lei, il suo bambino e suo fratello, di 21 anni, furono rapiti dal parcheggio di un centro commerciale. Il giorno seguente la macchina fu trovata rovesciata in un fosso poco profondo lungo una strada fuori città. Dentro c’erano i corpi di Rosario, di suo fratello e del bambino. Il governo annunciò che si era trattato di un tragico incidente d’auto, e lo stesso fece il portavoce del Dipartimento di stato del presidente Reagan, e la dichiarazione de del portavoce, passata probabilmente inosservata negli Stati Uniti, fu trasmessa varie volte dalla televisione guatemalteca.

Viveva a quei tempi a casa mia Mark Fazlollah, che divenne poi un brillante inviato del Philadelphia Inquirer, ma era allora un giovane corrispondente. Decise di fare un’indagine poliziesca all’antica. Ispezionò la macchina in cui erano stati ritrovati i tre cadaveri, e il fossato dove a quanto pare era successo l’incidente, concludendo che l’automobile ci era stata spinta con grande delicatezza. Parlò con l’anatomopatologo autore dell’autopsia, che aveva confermato essersi trattato di un incidente. Il dottore, che presto fu assassinato, non riuscì a rimanere fedele al proprio rapporto d’autopsia. Quando i familiari di Rosario andarono a reclamare il corpo all’obitorio, notarono che sul seno c’erano segni di morsi. Le mutande erano sporche di sangue, a indicare uno stupro. Al funerale, la gente vide che il bambino aveva le unghie strappate. Erano stati i torturatori a farlo, a strappare le unghie del bimbo mentre la madre era ancora viva, per provare a estorcerle quello che volevano sapere.

Nessuno è mai stato dichiarato colpevole, o ufficialmente accusato, di quei crimini, così come di decine di migliaia di altri delitti simili. Ditemi pure che vivo nel passato, se volete, ma non credo debba esserci un’amnistia per chi abbia pianificato e commesso delitti di questo genere, chiunque esso sia.

 

 

 

Negli ultimi sei anni, mi ricordò Mario quella notte passata a bere al tavolo della sua cucina nel west Virginia, in Guatemala c’erano stati 23000 omicidi, un numero di morti vicino a quello dei tempi di guerra. Il 20% delle vittime erano donne, e negli ultimi tre anni le donne e le ragazze assassinate in Guatemala erano raddoppiate. Un editoriale apparso su elPeriodico deplorava la violenza: “La frenesia sanguinaria con cui avvengono le uccisioni in Guatemala sta superando i limiti della nostra immaginazione. La gente parla di macabri riti d’iniziazione per e bande armate, di conflitti tra capimafia e maras, di azioni destabilizzanti condotte dallo stato parallelo, di violenti atti di vendetta compiuti da gruppi illegali o dagli apparati di sicurezza clandestini, di psicopatici che ammazzano per il piacere. Sebbene possa suonare come una litania, noi non ci stanchiamo di ripetere che l’unico modo di rendere umana la nostra società è quello di applicare il principio di legalità”.

Mezzo secolo dopo l’intervento degli Stati Uniti in Guatemala, in seguito al quale fu creato il moderno esercito guatemalteco, e dopo l’appoggio dato dagli Stati Uniti a forze armate di stampo simile anche in El Salvador e Honduras durante vari decenni di conflitti, i tre paesi hanno questo in comune: sono società che vantano tassi di omicidio tra i più elevati del mondo e nella quali si permette ai potenti e a chi ha conoscenze nelle alte sfere di agire impunemente.

Dopo 36 anni di guerra civile e 10 di cosiddetta democrazia e pace, l’unica speranza che il Guatemala possa respingere il caos derivante dal crollo dello stato è che riesca a creare e ad applicare un sistema legale e giudiziario indipendente. Istituzioni democratiche funzionanti: non è forse questo che viene promesso in cambio del brusco cambiamento del destino di una nazione, di tutta la violenza e le morti che conseguono a ogni intervento degli Stati Uniti in un altro paese? Se non si è potuto realizzare questo progetto in uno sputo di nazione come il Guatemala, come lo si potrebbe in altri luoghi?

 

 

 

 

La sera del 26 aprile 1998 il vescovo Juan Gerardi Conedera viene picchiato a morte nella sua casa parrocchiale di San Sebastián, nel centro storico di Città del Guatemala. Due giorni prima aveva presentato Guatemala: mai più, un rapporto redatto dall’Ufficio dei diritti umani dell’Arcivescovado sulla violenza perpetrata nel Paese negli ultimi sessant’anni. Nei quattro volumi, l’esercito guatemalteco è indicato come responsabile della tortura, della morte e della sparizione di oltre duecentomila civili, ponendo in questo modo le basi per processare i militari con l’accusa di crimini contro l’umanità. Il movente e i mandanti dell’assassinio sembrerebbero evidenti, eppure lo scenario che via via emerge dalle indagini governative parla di un delitto maturato nell’ambiente ecclesiastico, di relazioni omosessuali, di figli illegittimi, perfino dell’aggressione mortale da parte di un pastore tedesco. Uno scenario tratteggiato «ad arte», pettegolezzi che diventano verità ufficiale. Gli ingredienti perfetti per un thriller. Eppure. Eppure L’arte dell’omicidio politico non è un romanzo: è la riapertura di un caso insabbiato, è la ricerca ostinata della verità, nata da una serie di articoli di Francisco Goldman per il New Yorker sull’omicidio di Gerardi a pochi mesi dal fatto e divenuta sempre più inquietante nel corso degli anni, trasformandosi infine in un libro che ha contribuito a ribaltare i risultati delle elezioni presidenziali guatemalteche del 2007. Rifiutando le accuse ufficiali, l’inchiesta parte da una domanda: perché i militari avrebbero dovuto eliminare il vescovo? Il rapporto ormai era stato pubblicato. La sua tesi è che si volesse screditare l’ambiente ecclesiastico e liberale che minava la stabilità del governo militare. Inutilmente, verrebbe da dire oggi: Goldman scopre e denuncia la presenza del generale Otto Pérez Molina nei paraggi della casa parrocchiale insieme ad alcuni dei cospiratori la sera dell’omicidio. Questa rivelazione fa sì che, nelle elezioni del 2007, la «sicura» vittoria del generale diventi un’inaspettata sconfitta, impedendo il ritorno dei militari al governo. Con stile asciutto e incalzante, Francisco Goldman lega le fasi dell’inchiesta alla storia recente del Guatemala e descrive un paese ostaggio di un governo che, dietro una facciata democratica e attraverso una tentacolare rete di spie, informatori e assassini, ha creato un sistema politico alternativo, sordido e corrotto. Un sistema in grado di alimentare la confusione e l’incertezza di una società, soffocandone gli impulsi vitali, accecandone la vista e rendendo arduo non solo cercare la verità, ma anche riconoscerla una volta che la si è trovata.

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Una risposta a Libre Crezca Fecundo

  1. Chiara ha detto:

    Ho sentito la notizie e ho subito pensato che potevo contare su un delucidante articolo sul tuo space!

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