Vuoti a prendere

 

da FangoNiccolò Ammaniti

 

Si guardò in giro e decise che quella era la più fottuta topaia che conoscesse Un letamaio al settimo piano di un grattacielo a forma di torre. In cemento armato e mattonelle blu. Vicino ce ne erano altre quattro di quelle torri. Tutte uguali. Nessuna era ancora finita ma già ci vivevano dentro. Agli ultimi piani mancavano sia le mattonelle blu che gli infissi.

Speculazione edilizia.

Continuò a guardarsi in giro.

Alle pareti appesi quadri di divinità indiane e Bob Marley e Jimi Hendrix e Ravi Shankar e a terra materassi pieni di pulci e tappeti incrostati di fumo e puzza di piedi e panni sporchi e piantine di Maria rinsecchite.

In cucina sul lavello, incassato alla bell’e meglio nel cemento armato, pile di piatti sporchi, lerci di grasso e di schifo. Una pentola con del riso incollato. Una zuppiera con dentro un vomitevole intruglio orientale.

Dalla finestra chiusa con dei fogli di plastica trasparente si vedeva sfocato la Prenestina, le macchine incolonnate, i capannoni delle industrie di cessi, le gru d’acciaio, gli orti, le costruzioni basse e il cielo. Azzurrissimo. Freddo. Senza neanche una nuvola.

 

 

 

 

Dalle scene di vita di "L’ultimo capodanno dell’umanità" alle atroci fantasie di Francesca in "Ti sogno con terrore", dagli stupri post-discoteca di "Rispetto", prova che le febbri del sabato sera sono esplose in malattie mortali, a "Fango", con le peripezie del picciotto Albertino, in fuga dopo uno sgarro al boss Giaguaro, i racconti di Niccolò Ammaniti mettono in scena i nuovi grotteschi eroi di un’umanità giovane, metropolitana, al tempo stesso sbandata e conformista, banale e imprevedibile, che passa con leggerezza, per una bizzarria del caso, da una modesta aspirazione a un efferato delitto. Sono racconti che mescolano tutti i generi, dall’horror alla commedia all’italiana fino alle suggestioni del cinema di Tarantino, trovando infine in una gustosissima vena comica il vero elemento comune. Storie nelle quali una minuziosa osservazione della realtà si fonde con una scatenata fantasia, per cui anche la morte si trasforma, nella prosa trascinante di Ammaniti, in uno scintillante spettacolo. Un libro che sfida l’impavido lettore fin dalle prime pagine, mettendolo alla prova. Se il lettore ha nervi saldi e sopravvive, ed ha forza sufficiente per toccare il fondo, lo finisce, altrimenti si rilassa e muore per cause naturali!

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