Parlando di lei a te

 

Sommando l’ironia di Hornby con la follia di Eggers viene fuori questo splendido romanzo.

 

 

 

Da Dopo di LeiJonathan Tropper

 

Quasi tutti i giorni abbiamo dei conigli sul nostro prato. Piccoli e marroni, con il dorso grigio macchiettato e un ciuffo bianco simile a bambagia sfilacciata sul posteriore. O, più precisamente, quasi tutte le mattine io ho dei conigli sul prato. Non c’è nessun noi, non c’è da più di un anno. A volte me ne dimentico, cosa davvero strana visto che di solito non riesco a pensare ad altro. La mia casa. Il mio prato. I miei fottuti conigli.

Si presume che avere dei conigli sul prato sia incantevole, un punto di forza della casa, la prova inconfutabile del fatto che sei riuscito a lasciare la città per approdare alla rarefatta aria agreste della periferia di Westchester. Possiamo anche guidare minivan e SUV sufficienti a causare da soli lo scioglimento delle calotte polari, possiamo anche dotare le nostre eleganti case vecchie di ottant’anni di cavi a fibre ottiche sufficienti a garottare l’intero pianeta, possiamo anche fare crescere Home Depot, Wal-Mart, Stop and Shop e file di negozi su ogni prateria disponibile, come tumori, ma abbiamo questi conigli che sfrecciano avanti e indietro sul prato come in un dannato film della Disney, quindi il caso è chiuso. Siamo tutt’uno con la natura.

New Radfford è a grandi linee ciò che vi aspettereste da un sobborgo della classe medio alta. Avete letto il libro, visto il film. Le dimore originali in muratura, ville in stile Tudor e coloniale risalente agli anni Trenta, che ospitano famiglie fiorenti e matrimoni in fase di implosione, auto di lusso tedesche piazzate nei vialetti d’accesso come annunci pubblicitari sulle riviste, ragazzini dall’aria annoiata e abbagliati nei colori della sbiadita tavolozza della Abercrombie & Fich che si radunano scelleratamente nei parcheggi, pendolari mattutini stipati come bestiame sui treni della Metro-North diretti a Manhattan, minivan e crisi di mezza età che costellano il paesaggio come lentiggini. In ogni isolato, dozzine di immigrati a bordo di scricchiolanti camioncini con fiancate di legno fissate al pianale arrivano ogni mattina per curare i giardini, mantenendo ben curati e fertili i prati all’inglese, alte e fiere le siepi divisorie.

È indubbio che siano questi prati lussureggianti i responsabili della sempre più numerosa popolazione di conigli. Di tanto in tanto ne vedo uno sbucare sulla siepe e scorrazzare sull’erba, ma di solito li trovo già accosciati al centro del giardino, immobili come statue, le minuscole narici che vibrano quasi impercettibilmente, come fossero collegati a una tenue corrente elettrica che passa sotto il manto erboso. Scopro che di solito è quello il momento migliore per lanciargli contro oggetti di vario genere.

Bugs, Thumper, Roger, Peter, Velveteen. Li battezzo come i loro omologhi celebrati nelle storie, poi faccio del mio meglio per spaccargli la testa. Perché mi ricordano dove mi trovo, abbandonato qui in questa vita che non ho mai programmato.

 

 

 

“Ti sei fatto un tatuaggio?” chiedo, cercando di non essere turbato.

“Sì”, risponde, distogliendo lo sguardo.

“Quando?”.

“La settimana scorsa”.

“Fammi vedere”.

Tira indietro i capelli per mettere in mostra un ghirigoro blu a forma di girino che gli solca la curva del collo, circondato da fiamme arancioni. So che la cosa non dovrebbe rattristarmi, che oggigiorno i tatuaggi sono semplicemente un accessorio come tanti, al pari dell’anello al pollice e dei bracciali di cuoio. Le attrici vincitrici di premio Oscar hanno testi buddisti scribacchiati sulla schiena. Ogni ragazza in jeans a vita bassa ha un disegno floreale o una farfalla sospesi sopra il taglio tra le chiappe. Eppure l’idea di qualcosa di così permanente su questo sedicenne triste, arrabbiato, mi causa un groppo alla gola. Quello e la consapevolezza di quanto Hailey sarebbe rimasta ferita, vedendolo. Hailey, che parve praticamente inconsolabile la prima volta in cui Russ si rasò la rada peluria che chiamava baffi. Comunque, non è che lui possa tornare indietro, quindi non mi rimane che offrirgli un minimo di sostegno.

“Carino”, dico fiaccamente.

“Che cos’è?” mi chiede in tono di sfida.

“Sperma fiammeggiante?”.

“Vaffanculo”.

“E’ una meteora”.

“E’ una cometa”, dichiara.

“Che differenza c’è?”.

“Come cazzo faccio a saperlo?”.

“Okay, allora. E’ una cometa.”

Russ la strofina con fare protettivo. “E’ la cometa di Hailey.”

Le lacrime mi riempiono gli occhi così in fretta che non ho modo di fermarle.

 

 

 

Le donne chiudono gli occhi durante il sesso, non per immaginare Brad Pitt ma solo per non vedere la vostra faccia da cretini. La faccia di Brad Pitt è semplicemente un sovrappiù.

 

 

 

“Oggi è il mio compleanno”, disse.

“Tanti auguri”.

“Grazie”.

“I compleanni possono essere davvero tosti”.

“A chi lo dici”.

“Quanti anni hai?”.

“Trentasei. E sono divorziata. E madre di un dodicenne perennemente arrabbiato”.

“Si ha l’età che ci si sente”.

“Be’, in tal caso ne ho cinquanta”.

“Hai un aspetto strepitoso, per essere una cinquantenne”.

Lei sorrise. “Sai, non è come mi aspettavo che fosse, tutto qui”.

“Avere trentasei anni?”.

“La vita”.

“Ah, la vita”, dissi, proprio come potrebbe dirlo qualcuno più saggio di me. “Potrei raccontartene delle belle”.

Hailey mi rivolse un fugace sorrisetto ironico. “Quanti anni hai?”.

“Venticinque. Ma me ne sento dodici”.

Sbuffò quando rise, ma mi piacque comunque, così glielo feci fare un altro paio di volte, poi lei si lasciò andare e cominciò a raccontarmi del divorzio e del figlio pieno di problemi, e della sua sfortuna con gli uomini. Hailey era una trentaseienne divorziata che stava crescendo un figlio da sola. Io ero venticinquenne ancora in attesa che mi succedesse qualcosa. Giunti da due mondi diversi, all’improvviso eravamo stati gettati insieme nella stessa zona grigia. Non si trattava solo del fatto che lei fosse decisamente troppo vecchia per me, era anche troppo carina, troppo triste, troppo saggia e, nel complesso, troppo di mondo per qualcuno come me. Ma era successo qualcosa, un imprecisato singulto nel cosmo, e riuscivamo a vedere l’uno dietro le tende dell’alta, e stavamo parlando e ridendo, e lei era intelligente e simpatica e vulnerabile e così dannatamente bella, il tipo di bellezza per cui vale al pena di farsi sparare.

 

 

 

Sposare Hailey e trasferirsi a New Radford aveva significato fare amicizia con un tipo di uomo diverso dai miei amici single di Manhattan , più giovani, più ubriachi e più scatenati. Gli uomini che conobbi nella cerchia di Hailey erano tutti mariti e padri, situati sulla cuspide oppure già in fase di discesa nell’immensa marea della mezza età. Stavano andando alla deriva in un paesaggio alieno fatto di mutui e secondi mutui, matrimoni e secondi matrimoni, figli, assegni per il mantenimento dei figli, relazioni, alimenti, istruzione, tutor e una serie infinita di impegni mondani. E tutta la loro vita doveva essere stipata nelle poche ore del weekend durante le quali non si stavano facendo il mazzo per pagare l’intera baraonda. Avevo sempre pensato che le persone che vivevano in quelle eleganti ville dei sobborghi stessero meglio di me, dal punto di vista finanziario, e solo dopo essermi unito alle loro fila giunsi a capire come tutto non fosse altro che un modo molto più sofisticato e complesso di essere al verde. C’è il supermutuo, l’ipoteca sulla casa per ristrutturare la cucina e i bagni, le due o tre rate mensili per auto di lusso; senza accorgertene avrai già speso circa centomila dollari di reddito al netto di tasse prima ancora di aver posato il primo pezzo di pane sul tavolo. Maledizione della middle class un paio di palle. Sono loro stessi a ridursi così, tutto perché hanno questa concezione da film di Natale hollywoodiano di come dovrebbe apparire la loro vita. E’ un’esistenza fragile, eretta precariamente su fondamenta fatte di debiti colossali: un unico errore di calcolo, un unico bonus esiguo o investimento incauto o spesa imprevista può far crollare miseramente il tutto.

 

 

 

“Lo hai detto a me”.

“Ma noi non stiamo uscendo insieme”.

“Questo non potrebbe essere un appuntamento?”.

“Un matinee di zombi e pop-corn?”

“Non ho detto che fosse un appuntamento riuscito”.

Lei si gira verso di me e mi osserva per un lungo istante. Le esplosioni sullo schermo come stelle cadenti negli occhi scuri, e il suo sorriso sapiente è sufficientemente tiepido per sciogliermi alcune cose nel petto. Un particolare che non avevo ancora notato: proprio sul bordo del labbro superiore, leggermente spostato sulla sinistra, ha una piccola infossatura nella pelle, una vecchia cicatrice lasciata dall’acne che le corrode leggermente la carne del labbro superiore, interrompendone la curva, e formando una minuscola spirale di sbiadito tessuto cicatriziale. Ma per me è l’ideale. La perfezione è di plastica, fredda e inesorabile. La vera bellezza è una corrente che va messa a terra, e sono questi piccoli difetti a farlo. Si ha bisogno di contesto, di un punto di riferimento. Il suo labbro superiore con la cicatrice è l’amo, il nucleo di default da cui si irradia tutto il resto.

“No”, ribatte. “Sono sicura che questo non è un appuntamento, perché altrimenti ci terremmo la mano”.

Mi guarda mentre allungo lentamente la mia verso quella di lei, poi allarga le dita per intrecciarle alle mie, passandomi delicatamente il pollice su e giù sul dorso mentre mi posa la testa sulla spalla. “Scegliamo un altro film”, propone.

“Quale?”

“Quello che dura di più”.

Non mi lascia mai andare la mano, nemmeno nell’acre luminosità del corridoio del cinema mentre cambiamo sala, e io lo giudico un buon segno.

 

 

 

Quando scendo, Russ è appoggiato alla macchina, con un sorriso che va da orecchio a orecchio. “Il mio primo volo da solo”, annuncia. “Non sono bravo?”.

“Perché diavolo hai rubato la macchina per l’educazione stradale?”.

“E’ una manifestazione del mio perdurante dolore?”.

“Avrebbero potuto arrestarti”.

“Era un rischio accettabile”.

“Non capisci. Ora sei nella merda fino al collo”.

“Potevo scegliere tra questo o un’altra zuffa. E ho rinunciato alla violenza, per il momento”.

“Ma cosa stavi cercando di ottenere?” chiedo, esasperato.

“Non lo so. Sono solo uno stupido ragazzino”.

“Infatti. E ora torniamo subito là”.

“Non avrai intenzione di venire vestito così, vero?”.

“Cosa?”.

“Quella maglietta ha un enorme buco sotto l’ascella. Vai a metterti un maglione. E spazzolati i capelli, cazzo, sembra che tu ci abbia dormito sopra. E fatti anche una doccia. Io aspetto”.

“Di cosa diavolo stai parlando?”.

Poi mi sorride, il mio folle, bellissimo e incasinato figliastro, e io ho un’illuminazione. “Oggi è bellissima, Doug. L’ho vista nel suo ufficio”.

“Sei completamente matto”.

“La strada del vero amore non è mai diritta”.

“Non riesco a credere che tu abbia fatto una cosa del genere”.

“Perché no?” chiede. “E’ esattamente una delle cose che potrei benissimo fare”.

Per un minuto rimango lì impalato a grattarmi la testa come un ebete, poi scuoto il capo e sorriso. “Dammi cinque minuti”.

Durante il tragitto verso la scuola cantiamo a pieni polmoni insieme ai Clash, con i finestrini abbassati. Cantiamo nota per nota gli assolo di chitarra, battiamo le mani sul cruscotto a tempo con la batteria, armonizziamo in tonalità ove necessario. Nessuno riesce a farlo come noi. Il nostro istinto è impeccabile, la nostra alchimia sublime. Gli automobilisti fermi ai semafori ci fissano, in preda a un timore reverenziale, mentre suoniamo e cantiamo con tutta l’anima.

Non mi aspetto niente di troppo drammatico. Non ci saranno discorsi appassionati, niente tuffi l’uno tra le braccia dell’altro, nessun tentativo di reggere un enorme stereo portatile sotto la pioggia davanti alla sua finestra, niente lunghi baci fecondi nel corridoio mentre gli studenti riuniti ci incoraggiano a gran voce. Ma forse vedermi le rammenterà che c’era qualcosa di carino in quello che stavamo giusto cominciando ad avere, qualcosa di facile e autentico, e vederla mi colmerà della forza d’animo necessaria per tentare di rivederla. Forse ci scambieremo un’occhiata, o una risata, qualcosa che farà muovere il terreno sotto i nostri piedi quel tanto che basta per darmi il coraggio di lasciarle un messaggio, la prossima volta che vado al cinema da solo. E forse qualcosa nei miei occhi, o nella mia voce, le farà capire che potrebbe accettare un mio invito, che ora rappresento un candidato più promettente di prima. A questo punto della mia vita non sto cercando nessun lieto fine. Sto solo cercando di fare sì che le cose ricomincino.

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