Sicuri da morire

 

Per fortuna che questo governo si prende cura della sicurezza dei suoi cittadini. Contrordine: l’importante è rispedire i migranti in Libia. Al resto penserà il Padreterno

 

 

 

di Costantino CossuIl Manifesto

 

La Saras uccide. Nella fabbrica petrolchimica di Sarroch, di proprietà di Gianmarco e Massimo Moratti, ieri tre operai di una ditta esterna, la Comesa srl, che facevano lavori di manutenzione in un grande serbatoio per il gasolio, sono morti avvelenati da esalazioni probabilmente di azoto. Si chiamavano Bruno Muntoni, 52 anni, Daniele Melis, 26 anni, e Pierluigi Solinas, 27 anni. Tutti di Villa San Pietro, un piccolo paese a una trentina di chilometri da Cagliari. E’ stato Pierluigi Solinas, poco dopo le 13,30, il primo a entrare nel silos. Si è subito sentito male ed è cascato all’interno. Bruno Muntoni, rendendosi conto che era in difficoltà, l’ha raggiunto e a sua volta s’è sentito male.

 

Daniele Melis ha indossato una maschera antigas prima di provare a raggiungere i compagni, ma è morto avvelenato anche lui.

A raccontare le fasi della drammatica sequenza è stato un quarto operaio della Comesa, Gianluca Fazio, che, rimasto all’esterno del serbatoio, è stato anche lui raggiunto dalle esalazioni e ha perso i sensi. Soccorso, è stato trasportato all’ospedale per accertamenti, ma le sue condizioni non sono preoccupanti. Altri operai che hanno visto tutto hanno detto che i tre sono entrati nella cisterna senza maschera protettiva. La procedura sarebbe corretta perché – dicono gli operai testimoni oculari della tragedia – questo tipo di intervento richiede normalmente una bonifica a monte, prima della manutenzione. Stando alle dichiarazioni rese dall’azienda ai sindacati, l’impianto l’altroieri era stato interamente bonificato. Ma allora perché i morti? «I vertici della Saras – spiega uno dei dirigenti della Cgil, Giacomo Migheli – dicono di non sapere se le procedure di sicurezza siano state rispettate e demandano all’inchiesta giudiziaria il compito di chiarire le cause dell’incidente». Il medico della Saras, il primo ad aver esaminato i corpi delle vittime, ha attribuito il decesso ad asfissia.

La Saras è tra le più grandi raffinerie del Mediterraneo. Lo stabilimento è composto da 19 impianti. Oltre mille le persone impiegate, a cui si aggiungono più di 3.000 addetti nell’indotto. La costruzione partì nel 1962, quando Angelo Moratti scelse Sarroch, venti chilometri a sud ovest di Cagliari, per farci i suoi impianti. La produzione fu avviata nel 1965. Oggi la capacità complessiva è di 110 mila barili raffinati al giorno. I tre impianti di distillazione hanno una capacità complessiva di 15 milioni di tonnellate l’anno. Il 53% della produzione è destinato al mercato italiano (di cui il 23% al mercato sardo); del restante 47% destinato all’export, circa un terzo è venduto in Spagna. Un colosso, insomma. Un colosso ad alto rischio. Lo ricorda il segretario generale della Cgil sarda, Enzo Costa: «Non è certo la prima volta che alla Saras accadono incidenti mortali. Nessuno quindi parli di fatalità, la pericolosità del sito era ampiamente nota».

Oggi l’intera zona industriale di Sarroch si ferma per otto ore di sciopero che, aggiunge Costa, «non ridanno la vita a nessuno, ma devono almeno servire ad aprire una riflessione». Il clima ieri era molto teso. Quando nel pomeriggio il presidente della Regione, Ugo Cappellacci (Pdl), è arrivato alla Saras, un parente di una delle vittime ha atteso il governatore all’ingresso della raffineria e ha gridato tutta la sua rabbia: «Fallo chiudere questo posto maledetto, falli arrestare tutti».

Sulla Saras è puntata la lente della procura della Repubblica di Cagliari, che la settimana scorsa ha aperto un fascicolo sulle conseguenze dell’attività della raffineria per la salute degli operai e degli abitanti di Sarroch. E’ partito tutto da «Oil», documentario sulla Saras girato dal regista Massimiliano Mazzotta. Il procuratore capo Mauro Mura ha visto il lungometraggio in una delle proiezioni in sala a Cagliari. Attraverso testimonianze dirette e recenti rilevazioni scientifiche, «Oil» denuncia i rischi sanitari e di inquinamento ambientale che deriverebbero dall’attività dello stabilimento dei Moratti. Dopo aver visto il documentario, Mura ha incaricato due sostituti – Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello – di valutare se gli elementi d’informazione contenuti nel film sono fondati e se possano emergere ipotesi di reato. La Saras ha risposto chiedendo alla magistratura civile il sequestro di «Oil». I vertici della raffineria di Sarroch vorrebbero esaminare il contenuto del documentario per stabilire se danneggia l’immagine dell’azienda.

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