I punti di riferimento europei IV: Socialistische Partij Olandese

 
 
 
 
 

di Luca TomassiniIl Manifesto febbraio 2009

 

L’appuntamento con Hans van Heiningen è alle nove del mattino, nella sua abitazione ad Amsterdam sud. Non lontano si trova una delle principali moschee della città, l’anno scorso al centro di polemiche sfociate nell’espulsione dall’Olanda di un imam. Cinquantaquattro anni, di cui otto passati con la moglie medico nel Nicaragua sandinista, per lungo tempo attivo in quel movimento che a partire dagli anni ‘80 aveva trasformato il centro della sua città in una caledoscopica jungla di case occupate, è stato tra i principali animatori dell’opposizione alla guerra in Irak. Nel 2002 il grande salto: si iscrive al Partito socialista (Sp) per divenire nel giro di tre anni segretario nazionale organizzativo. Una “carriera” folgorante che non è un’eccezione ma la regola in un’organizzazione fondata nel 1972 da un manipolo di maoisti e impostasi nelle elezioni nazionali dello scorso 22 novembre come la vera rivelazione della scena politica olandese, volando dal 6 al 17% dei voti.

 

Una rapida occhiata all’appartamento, un caffé e poi in macchina verso Het land van ooit («Il paese di mai»), un parco divertimenti stile fantasy-medievale nel Noord-Brabant, per immergersi nella campagna elettorale in vista del voto regionale dello scorso mercoledì. «E’ proprio da queste parti che nasceva l’Sp – racconta van Heiningen mentre un muro di pioggia si abbatte sul parabrezza -. Le nostre radici sono nei piccoli centri del sud cattolico, da qui è iniziato il nostro assedio alle città». Assedio più che riuscito, e non solo elettoralmente: il numero dei militanti, caso unico in Olanda, è in crescita vertiginosa. E l’anno scorso Jan Marijnissen, presidente e leader indiscusso del partito da più di vent’anni, si è presentato con un mazzo di fiori a casa dell’iscritta numero 50mila, una giovane di origini turche residente ad Amsterdam. Che lo ha ricevuto con i capelli coperti da un velo.

 

Van Heiningen spiega che «siamo oramai uno specchio della società olandese, anche per quanto riguarda la presenza degli immigrati: siamo un partito popolare, di attivisti, con un forte radicamento locale. E siamo riusciti a fare tutto questo in una delle società più ricche del mondo, dove il problema non è certo la lotta di classe: meglio denunciare la vergogna che il 10% dei giovani olandesi vive in povertà». Forse è proprio qui quello che è stato definito «il segreto di Oss», dal nome del piccolo centro dove Marijnissen è nato e che ha dato al partito il suoi primi eletti locali nel lontano 1974: nell’approccio pratico, «post-ideologico», nella capacità di dare risposta ai bisogni quotidiani delle persone.

 

Lotte per il diritto alla casa, per la difesa dell’ambiente, contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, fino all’impegno nelle voedselbanken, organismi che raccolgono nei supermercati prodotti destinati al macero per distribuirli ai poveri. E questo con chiunque, dal collettivo di giovani radicali fino all’associazione caritatevole cristiana. «Cosa mi ha più colpito – dice mentre parcheggiamo – quando sono entrato nel partito? L’efficacia. La nostra è una macchina perfettamente adatta a crescere in un periodo di egemonia della destra». Van Heiningen mostra una copia del Volkskrant, secondo quotidiano del paese di tendenza liberalsocialista, dove il noto articolista Henrik-Jan Scoo dichiara il suo voto: «E’ ora che la politica si faccia più umana e sociale, nel giardino di casa come nella capitale. E a volte l’Sp sembra l’unico vero partito politico sopravvissuto: serio, concreto e capace di mobilitare». Ma forse non è tutto qui. In un paese attraversato da una religiosità profonda, che negli anni ‘70 aveva amato l’allora leader socialdemocratico (PvdA) Joop den Uyl e la sua proposta di salari uguali per tutti, i deputati dell’Sp che consegnano l’intero stipendio al partito per riceverne 2.000 euro al mese non possono che suscitare fiducia. Così come l’orgogliosa rivendicazione delle proprie origini operaie di Marijnissen medesimo, l’unico politico di un certo rilievo che non si sia trasferito all’Aia, la capitale.

 

Il Partito del PomodoroE’ uno “stile” raccomandato su un vero e proprio manuale per militanti partorito circa dieci anni fa, e significativamente intitolato «Lokaal Actief», dove molto spazio è dedicato all’esempio che ogni iscritto al partito è chiamato a dare. «Sperimentiamo su noi stessi cosa significa vivere in maniera modesta, come socialisti», spiega van Heiningen mentre ci facciamo largo tra biciclette con rimorchi a forma di pomodoro dai quali viene distribuita zuppa di pomodoro, giovani con pomodori dipinti sul viso distribuiscono spugnette a forma di pomodoro e i più grandi bevono birra appoggiando i loro bicchieri su cartoncini a forma di pomodoro. Poco lontano una piccola folla circonda la Fiat 500 rosso pomodoro usata da Marijnissen in campagna elettorale.

 

Inutile dirlo, è il «pomodoro» il simbolo del partito, dal 1994. In quell’anno Marijnissen faceva il suo ingresso in parlamento dopo una aggressiva campagna contro il PvdA di Wim Kok, che avrebbe dato vita alla coalizione “porpora” con i liberali (Vvd) e inaugurato una stagione fatta di diritti civili e liberismo. Lo slogan era «Vota contro, vota Sp», su un manifesto col disegno di un omino nell’atto di lanciare, appunto, un pomodoro contro il palazzo del governo. All’interno del parco c’è di tutto, spettacoli con con fatine per i bambini e concerto stile roaring sixties per i più grandicelli, in attesa dei comizi finali.

 

Mikie, 19 anni, pettorina rossa, diploma tecnico e iscritta a una laurea breve, viene da Tilburg, a Sud: «Nell’Sp imparo cos’è la politica. Ho conosciuto tanta gente e ho anche imparato qualcosa su me stessa. E’ importante incontrare persone diverse da te». Ma perché proprio l’Sp? «Sono gli unici che fanno veramente qualcosa per i giovani: centri sociali, attività ricreative, iniziative culturali. E poi la casa». A Ton, studente universitario a Amsterdam, piace «la loro concretezza». Dice di volere una società più umana e solidale e anche lui insiste sul fatto che con l’Sp impara «a conoscere la politica». E Pim Fortuyn, Theo van Ghog e le tensioni esplose dopo l’11 settembre 2001? «E’ vero, c’è un razzismo diffuso. Le persone sono sole, spaventate e per questo si barricano nelle loro case.

Mentre i politici non fanno altro che indurle ad avere sempre più paura».

 

Dopo l’assegnazione di un premio per il miglior manifesto elettorale, è l’ora dei comizi: esordisce il senatore Tiny Cox. Quando grida che presto l’Sp supererà il PvdA gli applausi sono scroscianti, e quando domanda quanti tra i presenti votassero socialdemocratico almeno la metà della sala alza la mano. Tocca a Marijnissen, che salta sul palco afferrando un borsalino e saluta quasi come un giullare: è attento a gettare sul PvdA le responsabilità della mancata formazione di una coalizione di sinistra. Ora la parola d’ordine è «Vota per, vota Sp»: «Oramai il problema non è più se andremo al governo, ma quando». Ancora applausi. L’obiettivo è chiaro e i quattro anni di opposizione probabilmente attendono il partito di Marijnissen serviranno per consolidare l’organizzazione. «Mi sono dato questo tempo per trasformare la quantità in qualità – spiega van Heiningen sulla via del ritorno – e per questo stiamo intensificando gli sforzi per la formazione dei quadri».

 

Un argomento caro a Ronald van Raak, 37 anni, senatore prima e oggi deputato alla testa del “dipartimento cultura”. Non si definisce marxista ma ha appena pubblicato «Una vita piena e rossa» dove con altri commenta vari testi della tradizione socialista. Vive a Amsterdam e lo incontriamo nel centralissimo caffé de Balie, a due passi dall’università. «Siamo un partito popolare – ripete anche lui – ma gli intellettuali cominciano a avvicinarsi. Ci sono due problemi, uno legato alla loro età, l’altro che definirei più propriamente di classe. I più anziani sono con noi ma restano legati al PvdA. E poi gli intellettuali sono individualisti, faticano a trovare il loro posto in un partito di militanti. Ma per i giovani il discorso è diverso,si avvicinano a noi e cercano più che un semplice stipendio». Parla del corso “Marx for dummies”, organizzato l’estate scorsa, e ne annuncia uno sulla storia del movimento socialista: «Ma non ci identifichiamo con nessuna corrente di pensiero», precisa. Forse, per capire, bisogna ricordare che in Olanda a parte Spinoza teorici politici di rilievo non sono mai esistiti, ma van Raak suggerisce anche di andare a Rotterdam a vedere una lezione Actievoering, organizzazione di azioni.

 

Lì, nella spartana direzione nazionale del partito, attende Leo de Kleijn, consigliere comunale, tessera dal 2002 dopo anni nel Socialist international, una piccola organizzazione di ispirazione trotzkista. Che l’anno scorso è entrata nell’Sp ma è stata subito espulsa: «Sono stati troppo bruschi, si presentavano alle riunioni con le loro bandiere». E’ l’unico caso di provvedimenti disciplinari di cui siamo venuti a conoscenza, in un partito che tuttavia ha conosciuto momenti di intenso dibattito interno. Per esempio quando ha “riconosciuto” la Nato e molti militanti «temevano di vedere l’Sp fare la fine del PvdA». Le lezioni di Actievoering si svolgono in un centro so ciale, dove una ventina di persone seguono Mark, armato di computer e proiettore. Tra le massime sullo schermo: «Nessun diritto di parola senza inchiesta», poi una lunga lista di indicazioni pratiche, centrate sul rapporto con le persone, con i loro bisogni, fino a un rotondo «servire il popolo».

 

Alla fine è il momento delle proposte degli “studenti”: i biondi concordano sull’occupare case, gli immigrati e i loro figli sostengono invece iniziative contro la destra razzista. Ipotesi bocciata perché, spiega Mark, «così si scatenano emozioni che impediscono di ragionare, di convincere. Meglio portare quelle persone con noi a prendere possesso di un appartamento».

 

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