Ci sarà finalmente giustizia per Federico Aldrovandi?

 

La verità che fa l’uomo libero è perlopiù la verità che gli uomini preferiscono non sentire.

(John Ruskin)

 

 

 

Una pena di tre anni e otto mesi per i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell’ omicidio colposo di Federico Aldrovandi, lo studente diciottenne morto il 25 settembre 2005 dopo essere stato fermato dalla polizia. È la richiesta fatta dal pm Nicola Proto durante la sua requisitoria, durata cinque ore.

 

I poliziotti imputati sono Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Nella sua ricostruzione dei fatti il pm ha sottolineato la sproporzione dell’intervento fatto dagli agenti, in quanto non era necessario usare i manganelli: i quattro poliziotti delle due volanti si trovarono a fronteggiare la situazione con un atteggiamento offensivo e non difensivo, davanti a una persona indifesa che non era comunque aggressiva o pericolosa.

 

Federico, quella mattina, aveva bisogno di aiuto – ha ancora sottolineato Proto – mentre i quattro agenti usarono contro di lui i manganelli su tutto il corpo e anche la testa, con violenza non necessaria e gratuita. E ha concluso: «Federico sarebbe ancora vivo, oggi, e avrebbe 22 anni, se quella mattina del 25 settembre 2005 non avesse incontrato i quattro agenti di polizia intervenuti».

 

 

 

di Maurizio Crosettihttp://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldrovandi-processo/aldrovandi-processo.html?rss

 

Aldrovandi, l’ultima verità. Il 30 giugno la sentenza

 

Federico aveva solo diciotto anni. Ciao mamma, vado al concerto. Ma poi è morto. Forse, morto ammazzato. Forse, morto ammazzato da quattro poliziotti. Ed è nelle aule di tribunale che devono cadere i “forse”.

 

Domani, dopo quattro anni di inchieste e due di dibattimento, ventisei udienze e quattro imputati (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto), otto avvocati e quindici periti, riprenderà la requisitoria del pm Nicola Proto. Il 30 giugno la sentenza. E quel giorno, forse (l’ultimo forse della serie?) sapremo perché lo studente Federico Aldrovandi, incensurato, non tornò mai a casa quella domenica di settembre del 2005, e gli si spezzarono invece il respiro e il cuore mentre a terra, raggomitolato, ammanettato, manganellato gridava “no, no!”. Era l’alba.

 

Troppo silenzio aveva avvolto questa tremenda storia finché la mamma di Federico, Patrizia Moretti, impiegata comunale, non aprì un blog per raccontarla (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it): le pagine elettroniche sono diventate tra le più viste d’Italia. Così quella morte ha cominciato a essere una questione aperta, come non accadeva dai tempi dell’anarchico Pinelli. Si è mossa anche Amnesty International. Le domande sono tutte in fila e sono parole ferite. Come si può morire a diciotto anni senza avere fatto niente? Cosa accadde davvero, quando arrivarono i poliziotti chiamati da alcuni cittadini di via Ippodromo perché un ragazzo si stava dimenando, e gridava?

 

Sono le 5 e 47 del mattino di domenica 25 settembre 2005: l’ora della prima telefonata alla sala operativa. Pare ci sia un ragazzo che per strada batte la testa contro un palo della luce, gridando frasi incomprensibili e imprecazioni. La gente è svegliata di colpo. Arriva la prima auto della polizia, gli agenti scendono riparandosi dietro le portiere, Federico dà un calcio al paraurti, poi sale sul cofano, scivola, rompe un vetro con un calcio. Arriva una seconda pattuglia: in tutto, tre uomini e una donna. Provano a bloccare Federico, studente all’istituto tecnico Copernico-Carpeggiani, classe IV E, indirizzo elettrotecnico. Mai nessun guaio con la giustizia, non è conosciuto come tossicodipendente né come violento. Non è un bullo, non è un ragazzo del branco, è solo un diciottenne un po’ introverso che vive come tanti. Ascolta musica, esce con gli amici, qualche pizza, qualche birra. Forse, qualche pasticca. Ma si può morire ammazzati per questo?

 

C’è ancora tanta ombra attorno a quell’alba. La scena di Federico ammanettato e picchiato ci galleggia dentro, in cerca di contorni definiti. Il decesso viene dichiarato dal medico dell’ambulanza alle 6.35, dopo lunghi e inutili tentativi di rianimazione. Dalle testimonianze risulta che i poliziotti gli misero le manette, lo presero a manganellate e infine riuscirono a immobilizzarlo tenendolo a terra. Ed è così che probabilmente Federico è morto: per asfissia.

 

“Appena arrivati per i soccorsi, e visto il corpo con la faccia a terra, ammanettato sulla schiena, abbiamo chiesto ai poliziotti di togliergli le manette, altrimenti non riuscivamo a girarlo per capire se ancora respirasse. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e in testa”. Questa la deposizione dei due addetti all’ambulanza, Stefano Rossi e Thomas Mastellari. “Ma noi siamo intervenuti solo per impedirgli di farsi più male” ribattono gli imputati.

 

“Vedo mio figlio nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo: ha un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male” disse la madre. “Troppo silenzio, inaccettabile, neanche fosse morto un gatto. Nei primi giorni un muro di gomma, poi le cose sono cambiate”: queste sono invece sono le parole di Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani, il padre. Un padre e una madre vedono uscire il figlio che andrà a un concerto a Bologna, e potranno incontrarlo di nuovo solo all’obitorio, il giorno dopo. “Suonano alla porta e ti dicono che è morto”.

 

Però dall’autopsia emergono altre ombre. E’ anche una battaglia tra periti. Quelli della famiglia sono certi dell’asfissia mentre il consulente della Procura, Stefano Malaguti, parla di problemi cardiaci: “Insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico”. Ma il cuore gli scoppiò per le botte o per altro? “La causa dell’indebolimento – scrive il perito – è la droga, e precisamente eroina, ketamina e alcol”. In quantità comunque troppo bassa per uccidere. Nel blog, la signora Patrizia ha messo anche le fotografie del suo ragazzo morto sul tavolo dell’obitorio. “Lo scroto schiacciato? E’ stata rilevata solo una piccolissima ecchimosi” ha detto il procuratore capo, Severino Messina. “Quel ragazzo non è deceduto per le percosse ricevute”.

 

Troppe domande cercano una strada e un senso. Perché Federico aveva i vestiti sporchi di sangue, ma a terra il sangue non c’era? Forse perché lo picchiarono quando ancora era in piedi? Ma si picchia un ragazzo per calmarlo, massacrandolo di botte? Perché i soccorsi vennero chiamati in ritardo? I quattro poliziotti devono rispondere di omicidio colposo, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio: “Ingaggiarono una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento e mantennero il ragazzo ormai agonizzante in posizione prona, ammanettato, rendendone difficoltosa la respirazione. Un eccesso colposo che ha cagionato, o comunque concorso a cagionare il decesso”.

 

E’ questa la scena del pestaggio a sangue di un ragazzo che non aveva fatto niente di male, era solo agitato, aveva solo paura, aveva solo chiesto aiuto ed è morto. Senza motivo. Ma c’è un motivo per morire così?

 

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