Kasa da pazzi

 

Recensione di West Rider Pauper Lunatic Asylum dei Kasabian by me stesso

 

 

Narra la storia, o la leggenda, dell’arte che il grande Cimabue dubitasse della bravura del giovane allievo Giotto. Per far  mutare opinione al maestro, Giotto fece uscire dal suo sapiente pennello il volto di una giovane donna sul cui naso dipinse per scherno una mosca. La mosca era talmente graziosa e talmente perfetta da sembrare vera. Talmente reale che Cimabue dubitò che fosse pitturata, e quando si avvicinò alla tela brandendo un’arma impropria per scacciarla si dovette ricredere.

Anche per merito di questo semplice episodio scaturisce l’espressione “l’allievo che supera il proprio maestro”. Quale interpretazione possiamo dare noi a tale detto? Molti ritengono che il verbo superare abbia un’accezione prettamente sportiva, ossia che l’allievo debba in qualche modo diventare più bravo del maestro. Per molti motivi non può essere così. Il proverbio sopra citato va inteso nel senso di acquisire progressivamente la consapevolezza della differenza, che non può che esistere, fra l’attività culturale dell’allievo e quella del maestro e la coscienza di essere un’altra persona, con una diversa storia personale, che vive in un contesto differente trovando così la propria strada individuale e sviluppando indipendentemente il bagaglio delle proprie conoscenze.

Che c’entra questo lungimirante pippone filosofico coi Kasabian? C’entra eccome, perché il gruppo di Blaby è stato capace col terzo lavoro in studio di sublimarsi distaccandosi tanto dall’ala protettiva degli Oasis quanto dall’alone mistico dei Primal Scream, riuscendo così a brillare finalmente di luce propria. Ora possono essere considerati a pieno diritto stelle di prima grandezza e  headliners a tutto tondo (sempre per utilizzare una metafora artistica).

Come hanno ottenuto i nostri questo splendido risultato? Forse hanno semplicemente allentato le camicie di forza dell’istituto psichiatrico in cui erano rinchiusi (notare bene il titolo dell’album) o più probabilmente hanno ultimato la pozione magica della loro carriera, confezionata per lo più con tre ingredienti segreti: friggenti sfuriate elettro-rock, lievitate visioni cinematografiche e mielose ballate.

 

Tra le canzoni più rockeggianti, pulsanti, distorte e acidamente da dancefloor rientrano la potente aggressione ritmica di Underdog “Kill me if you dare, Hold my head up everywhere” , la ruffianeria policroma di Where Did All The Love Go? in cui ogni strofa trasfigura quella precedente grazie all’ingresso di archi, beat elettronico e chitarra acustica “I suck another breath To the hearts of the Revolution … Whatever happened to the Youth of this generation?”, il tuffo nel passato strumentale dell’omonimo debutto discografico di Swarfiga (c’entreranno le origini italiane di Pizzorno in questo titolo? Dichiarare guerra alla figa è un ottimo proposito bellicoso J), il pugno nello stomaco dello scatenato incedere di Fast Fuse “I’ve got not time to love Just a city to abuse”, la pompata tammaraggine alla Primal Scream di Vlad The Impaler e l’adrenalina morrisoniana di Fire grazie al motivetto stile vecchio telefilm in cui si avviluppa il succulento ritornello “Wire me up to machines I’ll be your prisoner Find it hard to believe You are my murderer I’m on fire behind you”. Il cuore di panna del disco è costituito dalla componente “cinematografica” della loro musica. Subentrano fiati, violini e arrangiamenti più pomposi e ascetici. Panorami più dettagliati e in continuo movimento. Ciò si riscontra nell’arabeggiante e ondeggiante danza del ventre di Take Aim “Nightmares, oh nightmares come on now Getting my days all wrong now”, nello spagnoleggiante ritmo in levare della tarantiniana Thick As Thieves “I gave you all the high skies But you gave me night Let the lights sing again”, nella morriconiana West Rider/Silver Bullet, duetto tra l’attrice Rosario Dawson e Tom Meighan in cui viene affrescata la storia di due amanti che corrono verso il tramonto in un’atmosfera acida totalmente folle e nella sinfonica Secret Alphabets, lettura sperimentale dei mai dimenticati Stone Roses. Chiude il cerchio la parte più lenta, riflessiva e poetica del lavoro. Suadenti ballate identificate con gli echi beatlesiani di Ladies And Gentlemen, autentico diamante nella notte “No matter what you do, you know The world it keeps on turning We never feel a thing Come on and meet me at the Carnival” e con la pianistica Happiness, un sorta di Shine on di Jettiana memoria con spruzzate d’immenso degli Embrace, “I will follow you now Wherever you go I’ll be with you now Stick around forever And I never wanna see those tears again”, che termina con uno struggente gospel femminile. Se non è questa la felicità!

Non è retorica affermare che questo disco mi ha preso da impazzire. Il quesito finale è: sarò schizzato io o sono dei geni loro? Fortemente consigliato a tutti. Voto: 8.

 

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4 risposte a Kasa da pazzi

  1. mauro ha detto:

    io voto 9 ottima spiegazione dettagliata ,anche la prima parte il paragone puo\’ essere simile ,l\’allievo batte sempre il maestro ,anche perchè motivato nella competizione,quella del segno che ti identifica subito,le influenze possono essere solo fonte di ispirazione .

  2. Chiara ha detto:

    Si,si,leggo la recensione(lintroduzione è una bomba),ma quando lo ascolto?Domani portalo insieme ai fagiolini

  3. Michele ha detto:

    Ora mi potrai dire se l\’infinità delle parole corrisponde all\’illimitatezza degli ascolti

  4. Chiara ha detto:

    Dunque,al primo ascolto,quindi così a brucio,mi piace molto,ma proprio per questo motivo non vado oltre il 7,5 perché sono convinta che potrebbero fare cose che noi profani non possimo neanche immaginare…. Bella la5,com\’è che si chiama??e anche la prima

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