Prove di repressione

 

Fonte: http://www.nodalmolin.it/spip.php?article383

 

Un corteo colorato, ma anche un corteo determinato; gli obiettivi della vigilia erano chiari ed espliciti: entrare nel cantiere statunitense per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin e dimostrare, così, la determinazione di tanti cittadini nell’opporsi alla base militare.

 

Ed era chiaro, sin dalla vigilia, che la Questura avrebbe usato tutti gli strumenti a propria disposizione per impedire alla democrazia di esprimersi e difendere, in questo modo, l’imposizione del governo a cui risponde.

 

E, del resto, accettare il diktat della Prefettura – “nessuno entrerà al Dal Molin” – avrebbe significato abbassare la testa di fronte all’arroganza con la quale si vuole garantire quest’imposizione; per questo, nei giorni precedenti al corteo, erano stati preparati degli strumenti di autodifesa e autotutela collettivi e individuali: perché alzare la testa di fronte all’imposizione significa anche non abbassarla di fronte a coloro che sono disposti a usare la violenza per garantirla.

 

Nulla di offensivo, naturalmente: e la lunga storia di mobilitazione – ormai tre anni – della comunità vicentina è lì a garantire quanto sia pacifica l’opposizione alla base. Strumenti, invece, di difesa, come barriere e scolapasta pieni di stracci, da mettere sulla testa. L’occupazione militare che ha subito la città berica e la volontà della questura di impedire il corteo hanno dimostrato che per “sradicare alla radice il dissenso locale”, come richiesto dal commissario Costa, il Governo è disposto a schierare davanti ai vicentini i carabinieri di ritorno dall’Afghanistan: vogliono proprio fare di Vicenza un territorio di guerra; ma noi resisteremo un minuto in più.

 

 

 

di Alessandro Cardullihttp://lombardia.indymedia.org/node/19782

 

Una prova generale in vista del G8? Lo hanno scritto alcuni organi di stampa e lo ha detto il telegiornale-pilota della Rai, diretto dall’uomo di fiducia di Berlusconi, annunciando la manifestazione di Vicenza, il “ No Dal Molin”. Ed hanno evocato l’immagine di no global, che proprio da Vicenza, darebbero il via alle contestazioni con una prova di forza e magari di violenza, per poi proseguire per tutte le giornate della riunione aquilana dei capi di governo.

 

Anche testate insospettabili come Repubblica.it ci sono cadute dimenticando che chi da mesi e mesi organizza la protesta, manifesta, rappresenta, in modo inequivocabile migliaia di persone che abitano questa città e che la vogliono libera da pesanti servitù militare. Bisognava invece mettere le mani avanti, parlare dei no global, prevedere sfracelli, criminalizzare preventivamente tutti coloro che oseranno far sentire la loro voce ai capi dei governi che si riuniranno all’Aquila.

Insomma, se qualcuno rovinerà la “ festa” di Berlusconi, tutti dovranno sapere che si tratta di estremisti, violenti, magari comunisti. Non è un caso che la Rai metteva in sintonia G8 e Dal Molin e suonava la gran cassa dando inizio ad un gigantesco spot berlusconiano che ci accompagnerà per tutte le giornate del G8. Però una prova generale c’è stata e non può che destare grande preoccupazione e allarme.

 

A Vicenza infatti non si è lasciato niente di intentato per intimidire i partecipanti, per disperdere la manifestazione, per colpire, anche in modo violento, chi vuole pacificamente protestare contro l’ampliamento della base Usa.

Qualcuno ha dato l’ordine di reprimere la manifestazione, di bloccare il corteo che era stato precedentemente autorizzato, ha blindato la città.

Non crediamo che sia tutta farina del suo sacco, di chi, localmente, è chiamato a garantire l’ordine pubblico di cui fa parte e anche la garanzia di svolgimento di manifestazioni pacifiche, tanto più quando sono autorizzate. Invece questo non è accaduto.

 

Era stato concordato che carabinieri e polizia sarebbero stati all’interno dell’area del Dal Molin, invece sono stati mandati a bloccare il corteo, cercando il contatto con i manifestanti, provocando migliaia e migliaia di donne e uomini. E non solo verbalmente ma con lacrimogeni e manganelli. Al solito le “ fonti ufficiali” parlano di scontri fra forze dell’ordine e manifestanti.

Si distingue il Tg 1 con un servizio al limite della vergogna, forse oltre il limite visto anche il titolo che, così come già aveva annunciato in una precedente edizione, richiamava i no global.

 

Ma la realtà è che chi ha diretto le operazioni ha volutamente cercato il “contatto” fra polizia e pacifici manifestanti, una provocazione, una trappola in cui i cittadini di Vicenza non sono caduti.

Del resto che si stava montando una gigantesca provocazione era visibile: la città era stata blindata anche con l’invio di battaglioni “ specializzati” in operazioni di repressione. Poliziotti e camionette sbarravano la strada che il corteo avrebbe dovuto percorrere. Solo la decisione delle donne e degli uomini che lottano per la “ indipendenza” di Vicenza, niente di leghista sia ben chiaro, ma il diritto di una città a vivere libera da basi militari, ha avuto la meglio su chi ha fatto di tutto per far saltare i nervi di migliaia di persone.

 

Il corteo è proseguito in un clima di tensione. Ma quel “ No Dal Molin, yes we can” si è fatto strada ancora una volta e giungerà fino ai capi dei governi che arriveranno all’Aquila, in primo luogo al presidente Usa, quell’Obama che più volte richiama i valori della libertà, dei diritti delle persone, porta in primo piano la difesa dell’ambiente, l’ecologia, la salvaguardia dei territori.

Questo vogliono i vicentini. Eviti di ascoltare in proposito Berlusconi e la sua corte, giornalisti compresi. Le sue “ fonti” italiane sono bene informate. Dall’Aquila lanci un segnale di pace, risponda a quel “ yes we can” che anche oggi è stato più forte di qualsiasi provocazione, intimidazione, azione repressiva.

 

 

 

Fonte: http://www.nodalmolin.it/spip.php?article380

 

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

 

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

 

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

 

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

 

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

 

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

 

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

 

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

 

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