Federico Aldrovandi: condannati gli assassini

 

Già, la verità. Buffo come tutti continuano a cercarla, ma quando la ottengono non le credono perché non è la verità che volevano sentire.

 

 

Federico aveva 18 anni e morì sull’asfalto una domenica mattina, dopo aver incontrato ed essersi scontrato con quattro agenti di polizia: Paolo Forlani, 48 anni, di Ferrara, Monica Segatto, 45 anni, di Padova, Enzo Pontani, 44 anni, di Occhiobello (Rovigo) e Luca Pollastri, 39 anni, di Ferrara. Il giudice Francesco Maria Caruso li ha condannati a tre anni e sei mesi. Secondo l’accusa – e il tribunale – i quattro agenti, durante un normale controllo di ordine pubblico, commisero il reato di eccesso colposo in cui causarono la morte del ragazzo, il suo omicidio colposo

 

 

 

di Marco Sferinihttp://www.lanternerosse.it/

 

Ciao Federico. Oggi questa Repubblica zoppicante, democraticamente instabile, ti ha reso giustizia. Oggi un suo tribunale ha detto che quella compressione toracica per cui sei morto asfissiato non l’ha provocata qualche “droga”, ma il comportamento di quattro agenti di polizia, quelle persone che dovrebbero garantire l’ “ordine” e che, a volte, cadono nel vizio di esercitare il potere che hanno fuoriuscendo dalle leggi, dalle norme che dovrebbero far rispettare e rispettare loro stessi.

La Giustizia con la maiuscola iniziale è strana sai, Federico… E’ pur sempre un atto umano e quindi è possibile che ci si sbagli spesso o che la si riesca ad ingannare o che, ancora, si usino tutti i cavilli procedurali e di mille altre nature per rallentare quello che comunemente chiamano il “corso” della signora che porta la bilancia in una mano e la spada nell’altra.

La Giustizia è anche un potere, Federico. E’ il potere che hanno i magistrati di emettere le sentenze e, appunto, giudicare. Insomma, se è vero che è necessario convincersi che tutto sommato qualcosa di buono nel diritto c’è e che oltre il diritto sono possibili solo due stati: il caos o l’armonia anarchica, se è vero questo, allora mi piace pensare che sia vero proprio oggi quando lo Stato (un insieme di poteri) riesce a giudicare una parte di sé stesso, senza autoassoluzioni troppo semplici, veloci e dichiaratamente ipocrite e sporche di menzogna.

Troppe volte il potere usa sé medesimo per coprire la verità, per confondere la Giustizia, per depistare le prove che lo porterebbero alla propria condanna, inesorabile perché accertata dai fatti che, come si sa, hanno la testa dura.

Quel giorno ferale, ti hanno trattato come i giovani del G8 di Genova: ti hanno spezzato due manganelli addosso con una violenza tale che già agonizzavi quando a terra poi, ammanettato, sono saliti su di te con le loro ginocchia e ti hanno spezzato il torace facendoti morire.

E mentre tu chiedevi aiuto, lo Stato quell’aiuto te lo negava forse con una punta di sadismo immerso in un bagno di letale abuso di potere, di quello che viene leggermente definito un “comportamento anomalo” da parte della polizia.

Ma l’anomalia vera è la tua vita diciottenne che finisce. Poi dopo morto, come è accaduto con tanti altri celebri morti per mano della polizia, hanno provato ad infangarti, a dire che eri solo uno “sporco drogato”, che eri un “esagitato”, sì proprio così… ricordando i tempi in cui, quando gli operai scioperavano e magari la veemenza dello scontro era tale da portarli a confrontarsi con le forze dell’ordine che, una volta arrestati, venivano rinchiusi nei manicomi con l’etichetta di “agitato”, colui che si agita e che agita, l’ “agitatore”.

Invece quegli uomini volevano il salario, i diritti che gli venivano negati e l’ipocrisia borghese dello Stato gli negata tutto questo, accondiscendente comitato di affari dell’imprenditoria italiana.

Ha ragione tuo padre: la più bella Giustizia sarebbe averti qui, di nuovo con i tuoi genitori, col tuo coraggioso fratello e con tutti i tuoi amici e parenti, con chi ti ha voluto bene e con chi ancora te ne vuole dopo averti conosciuto a causa di quel pestaggio a quattro che ti ha ucciso.

Eppure, come Carlo Giuliani e come Giorgiana Masi, come Franco Serantini e Alexandros, tu sarai ancora con noi. Il tuo nome è una storia da raccontare a tutti coloro che ignorano queste violenze, che guardano le fiction televisive sulle forze dell’ordine e si illudono che non esistano deviazioni pericolose che infrangono i diritti di ciascuno di noi, con la prepotenza, con l’arroganza di chi pensa di essere ingiudicabile, intangibile.

Per fortuna in Italia c’è ancora un tribunale dove nessuno è al di sopra della Legge. Ciao Federico, la tua storia non va in archivio, ma da oggi è un patrimonio di libertà, è, nel suo piccolo, una restituzione dei princìpi costituzionali a sé stessi, alla loro giusta e sacrosanta applicazione.

 

 

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