Va ora in onda Scudo Aperto

 

Una metafora, per capire di che si tratta. E’ un po’ come se un agente di polizia sorprendesse qualcuno alla guida di un’auto rubata. Poi, una volta accertata la responsabilità di chi è al volante, il poliziotto scrivesse un bel verbale di multa. Neanche troppo salata. Poi l’autista potrebbe riprendere tranquillamente a guidare la macchina rubata ed andarsene via. Tranquillo. Non è buona regola giornalistica, si sa, cominciare un articolo con un esempio ma una volta tanto si può fare un’eccezione. Anche perché la metafora spiega meglio di qualsiasi discorso cosa sta preparando il governo col suo "scudo fiscale".

La notizia l’ha riportata l’altro giorno – con uno scoop – il quotidiano La Repubblica. E’ stata smentita – meglio: è stata blandamente smentita – ma ancora ieri il quotidiano diretto da Ezio Mauro ha portato nuove "prove", nuovi documenti. Nuovi testi, redatti con l’aiuto dell’Agenzia delle Entrate. Insomma, tutto fa capire che stavolta Tremonti e la sua squadra sono stati colti con le mani nella marmellata.

Scudo fiscale alle porte, dunque. Ma di che si tratta? In pillole: con quest’espressione si intende una serie di provvedimenti che – in cambio di qualche spicciolo lasciato all’erario – cancellano le responsabilità di tutti coloro che hanno esportato in modo illecito capitali all’estero. Per far rientrare quei soldi, si promette loro che pagheranno molto meno di quel che avrebbero dovuto se avessero rispettato la legge. Questo è "lo scudo". Già adottato dal governo Berlusconi due volte, nel quinquennio che va dal 2001 al 2006.

Ma stavolta c’è di più, c’è molto di più. Di più inquietante. Da quel che si è saputo, in questa occasione la destra a Palazzo Chigi ha deciso di mettere una pietra tombale addirittura sulla possibilità futura di svolgere indagini. Per capire ancora meglio: stando alle ultimissime rivelazioni – quelle pubblicate su "La Repubblica" di ieri -, stando dunque alla "bozza di relazione di accompagnamento" dei provvedimenti anticrisi, il governo ha intenzione di cancellare – nei fatti – una lunga serie di reati. Il linguaggio del documento è come al solito ultraburocratico ("si esclude la punibilità per i reati connessi agli articoli 2, 3, 4… del decreto legislativo del 10 marzo 200, n°74"… ) ma il senso è chiarissimo: l’esecutivo ha intenzione non solo di condonare chi ha esportato i capitali all’estero ma si impegna a "non punire" mai più chi ha frodato il fisco. Si impegna a non punire chi abbia compiuto illeciti tributari, chi abbia evaso i contributi assistenziali e pensionistici. Chi sia incappato in reati puniti duramente dal nostro sistema, come la bancarotta fraudolenta. O chi abbia compiuto un falso in bilancio. Che già questo governo ha in gran parte depenalizzato. Reato che però resiste (resisteva) nei casi più gravi. Ora, invece basterà pagare e viene tutto cancellato, i protagonisti torneranno imprenditori "puliti".

Ancora, di più: stavolta, stando sempre alle anticipazioni, il provvedimento non riguarderà solo le persone fisiche. Ma anche quelle giuridiche, le società.

Con un emendamento, insomma, si cancellerebbe la lunga, brutta storia, tutta italiana di soldi portati sui conti svizzeri, così come si darebbe un colpo di spugna sugli inestricabili intrecci di società che si incastrano in scatole cinesi. Se passasse così com’è il provvedimento, insomma, l’erario incasserebbe qualche miliardo di euro ma i responsabili delle più aggressive manovre speculative avrebbero un salva-condotto. Che varrebbe per sempre: nel provvedimento c’è l’impegno a non compiere ulteriori accertamenti sui capitali oggetto dello "scudo". Basterà pagare una mini-multa, dunque, e sarà tutto cancellato. Per sempre.

Questo è ciò che si sta preparando. Questo è ciò che Tremonti si appresta a varare su richiesta di Berlusconi. Che si è accorto di non poter tener fede a nessuno dei suoi impegni – a cominciare da quelli presi coi terremotati de l’Aquila -, con un bilancio disastrato e con entrare tributarie calate del 3 e 8 per cento. Lui, il premier, ha bisogno di tre miliardi di euro subito, Tremonti li dovrà trovare. E ormai ci sono pochi dubbi che si ricorrerà al maxi-scudo. Nonostante le smentite. Che in realtà si soffermano solo a spiegare che i documenti pubblicati non sono "ufficiali". Tutto qui. Nulla, nessuna smentita nel merito del provvedimento che il governo si appresta a varare. Lo "scudo", insomma, ci sarà.

 

 

 

di Dino GrecoLiberazione

 

Sono trascorse solo poche ore dalla chiusura del G8 aquilano. Dove, fra i temi in agenda, campeggiavano le iniziative di contrasto alla speculazione, la lotta ai paradisi fiscali, la costruzione di un sistema di regole capace di prevenire collassi finanziari come quelli che hanno messo in ginocchio l’economia del pianeta e travolto milioni di posti di lavoro. Non avrete certo dimenticato come Giulio Tremonti si fosse lanciato in un volo pindarico nei cieli (udite, udite) dell’etica, rivendicandone il primato ispiratore delle scelte economiche. In un documento di tredici cartelle di «raccomandazioni», denominato «Global legal standard» e accolto in quel consesso con sincero fervore, il super ministro ha tracciato gli orientamenti che disegnano il profilo di un’economia finalmente attenta alle persone, capace di tagliare le unghie a quanti, privi di scrupoli, costruiscono le proprie fortune sulla frode, sulla truffa, sulla premeditata elusione di ogni buona regola. Nulla di risolutivo e di concreto ma, diciamo così, una dichiarazione di intenti, da mettere alla prova di ben più cogenti misure, tutte da definirsi. Ma ecco che ieri l’altro Repubblica ci mette a parte di un documento elaborato dagli uffici del ministero dell’economia con la collaborazione dell’Agenzia delle entrate, pudicamente intitolato «Emersione di attività detenute all’estero». Di cosa si tratta? Niente più, niente meno, per capirci, della riedizione del famigerato "scudo fiscale", la terza dopo quelle varate da Tremonti nel 2001 e nel 2003 che consentirono ad un discreto numero di nababbi che avevano trasferito i proventi delle loro "attività" nei paradisi off shore , di ripulirli, rientrando in Italia previo pagamento di un ridicolo 2,5%. Un autentico regalo, per un miserabile introito incassato dall’erario. Ora, l’operazione starebbe per ripetersi. Sempre Repubblica ci racconta che si tratterebbe di un condono generalizzato, una vera e propria sanatoria che con un colpo di spugna cancellerebbe reati come il falso in bilancio, l’emissione di fatture false, persino la bancarotta fraudolenta. Non solo, dunque, i reati valutari, ma anche quelli fiscali e societari passerebbero in cavalleria. Quelli per i quali, negli Stati Uniti, giusto per fare un esempio, si finisce dritti in carcere, e non per qualche mese, anche soltanto per un ritardo nell’invio della dichiarazione dei redditi o per l’abuso nelle deduzioni e nelle detrazioni.

Questo magnifico italico esempio di "economia etica", ingegnerizzato per nome e per conto del governo, si attuerebbe secondo due canali alternativi: l’uno sottoscrivendo bot, cct, titoli di aziende controllate dallo Stato, emessi in serie speciale, vincolati per dieci anni e dedicati alla ricostruzione delle aree d’Abruzzo terremotate. Con un costo, abbattuto grazie alla destinazione "virtuosa" dell’operazione, pari al 5% delle somme rimpatriate. L’altro, senza vincolo alcuno, con una tassa appena più consistente del 7-8%. Per aggiungere bianco allo splendore i fruitori di queste stupefacenti misure, oltre, naturalmente, che dell’anonimato, beneficeranno di un ulteriore "scudo", in quanto sarà nei loro confronti precluso ogni ulteriore accertamento tributario, fino a tutto il 2008. Le stime dei valori contenuti nei forzieri off shore sono per forza di cose approssimate, ma sembra non siano inferiori ai 550 miliardi di euro, diciamo, pari ad un terzo del debito pubblico italiano, sul quale, come si sa, paghiamo mastodontici interessi. Argomento, questo, inflazionato dai governi per spiegare la cronica renitenza agli investimenti e l’altrettanto forte propensione al taglio delle pensioni, della sanità, della scuola pubbliche. In queste settimane siamo tornati, con martellante insistenza, sul tema dell’evasione fiscale: una robetta da 130 miliardi l’anno. Lo abbiamo fatto per spiegare quanto sia delinquenziale la tolleranza – perché di tolleranza si deve parlare! – di questo stato di cose. E abbiamo anche dimostrato come ricondurre l’evasione entro tassi fisiologici – ciò che implicherebbe una cura d’urto – sia del tutto possibile, attraverso l’attivazione sinergica di funzioni ispettive e moderni strumenti di accertamento. Ivi compresi quelli legati alle intercettazioni telefoniche di cui, non per caso, il governo intende fare piazza pulita. La verità è che non vi è alcuna intenzione di percorrere questa strada, se il governo giunge sino a rivolgersi con le mani giunte alla parte più fraudolenta della società per chiedere ad essa un obolo caritatevole e fare un po’ di cassa. Ma si gratta solo in superficie, perché la polpa, sino alla scarnificazione, viene tolta ai redditi da lavoro, persino in misura superiore a ciò che la legge sancisce (fiscal drag). E ai servizi pubblici, nonché all’intero sistema di protezione sociale, ridotto ormai ad un inverecondo colabrodo. Il nostro ingranaggio tributario, quello disciplinato dall’articolo 53 della Costituzione, è stato già ampiamente manomesso nella sua sempre più tiepida progressività formale. Ma è la progressività sostanziale ad essere stata letteralmente travolta da una prassi consolidata protetta blandita, che ha fatto delle tasse a carico di coloro che non percepiscono un reddito fisso, un optional .

Questo – credo – è il nocciolo della questione politica e sociale in Italia. Ce ne sarebbe per rovesciare il tavolo. Non parlo di una rivoluzione proletaria, ma almeno democratico-borghese. Invece no. Tutto si consuma fra un impropero, un comunicato, uno strillo mediatico. Attenzione, signori tutti, perché a settembre, con questi chiari di luna, non basteranno le surreali battute di Silvio Berlusconi sulla crisi che è ormai alle spalle e la sparata che basta un po’ di ottimismo. Chi non guarda al Paese con occhi strabici e ne sa leggere la situazione reale, sa che tante persone sono davvero allo stremo. Da coloro che sono rimasti senza occupazione e a reddito zero, a quanti vedono rapidamente giungere al termine i periodi di cassa integrazione autorizzabili (con le imprese per niente affatto disposte a protrarre oltre quei rapporti di lavoro), agli anziani che hanno visto ridursi vertiginosamente il potere d’acquisto delle loro pensioni. La sostanziale inerzia sociale e politica che accompagna questo avvitamento a spirale della democrazia è ciò che dovrebbe massimamente preoccupare. Giorgio Napolitano, alla vigilia del summit dell’Aquila, ha invitato governo e opposizione ad una tregua. Ad accantonare, nel nome del superiore interesse nazionale, uno scontro che vede sì i contendenti duellare, ma più sulle notti a luci rosse del premier che sul catastrofico stato del Paese.

Il fatto è, signor Presidente della Repubblica, che di tregua ne abbiamo avuta sin troppa in questo Paese. Dura da oltre vent’anni. Ma ha avuto per protagonista, suo malgrado, una parte sola: i lavoratori. A ben vedere, si è trattato di un disarmo unilaterale. Le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi: welfare a pezzi, stato di diritto in frantumi, spazio pubblico occupato da consorterie, politica travolta dall’interesse privato e dalla corruzione, Parlamento sequestrato dall’esecutivo, informazione in larghissima parte ridotta allo stato servile, indipendenza della magistratura perennemente sotto attacco, razzismo istituzionale che inocula tossine micidiali in un corpo sociale che va perdendo ogni coesione e reattività. Tutto ciò è avvenuto, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Qui davvero senza tregua. Né risposta degna di tal nome. Se di fronte a questo autentico disastro vi è un compito, su cui la sinistra misurerà il proprio rilancio o il proprio definitivo tramonto, è quello di unificare, subito e nelle forme possibili, le proprie fila litigiose e disperse. E saper rappresentare un punto di riferimento credibile per quanti non si rassegnano e sono disponibili a riprendere la lotta.

 

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