Violino e altre questioni

 

Juan Gelman (Buenos Aires, 30 maggio 1930) è uno scrittore, poeta e giornalista argentino.

Nato in Argentina da una coppia di immigranti ebrei ucraini, lascia gli studi universitari e si dedica completamente alla poesia.

Nel 1955 fonda il gruppo di poesia El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, gruppo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones.

Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato , in seguito alle vibrate proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias ).

Nel 1976, in seguito al colpo di Stato militare di Proceso de Reorganización Nacional abbandona l’Argentina, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Madrid, Managua, Parigi, New York e in Messico.

Nel frattempo il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e la moglie Maria Claudia Irureta Goyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia.

Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde , e alle reazioni dei tanti intellettuali, Gelman rientra in Argentina nel 1988, libero da ogni pendenza giudiziaria grazie a un indulto promulgato dal presidente Carlos Menem

Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla testa e nel 1999 , grazie all’intervento del presidente dell’ Uruguay Julio Maria Sanguineti, ritrova la nipote scomparsa, figlia di Marcelo e Maria Claudia, data in adozione a una famiglia di Montevideo.

 

 

 

Accade

Non so perché ti amo.

So che per questo ti amo.

Cade la mia lingua, come quella di Catullo,

nella sua doppia notte di desiderio.

Nessuno fa ritorno da te

a ciò che fu. Quando tacciono

le parole inevitabili, le

ripetizioni del dolore e

i buchi della tenebra profonda,

riconosco il tuo patto che accade all’improvviso.

Nascere è l’appetito che tu susciti.

Cavalla della bocca.

 

 

 

Esilio

Io non sono

di qui:

sono solo una memoria

di passaggio.

La mia sicurezza si fonda su un profondo disprezzo

di questo mondo disgraziato. Darei

la vita per poter cambiare l’oggi.

 

 

 

Donne

Dire che quella donna era due donne è dire pochino

doveva averne 12 397 di donne nella sua donna/

era difficile sapere con chi si trattava

in quel popolo di donne/ esempio:

 

giacevamo in un letto d’amore/

lei era un’alba di alghe fosforescenti/

quando feci per abbracciarla

si trasformò in singapore piena di cani che urlavano/ ricordo

 

quando apparve avvolta di rose di aghadir/

pareva una costellazione in terra/

pareva che la croce del sud fosse discesa a terra /

quella donna brillava come la luna della sua voce destra/

 

come il sole che tramontava nella sua voce/

sulle rose c’erano scritti tutti i nomi di quella donna meno uno/

e quando si voltò,/ la sua nuca era il piano economico/

aveva migliaia di cifre e il bilancio delle morti favorevole alla dittatura militare/

 

non si sapeva mai dove andava a parare quella donna/

io ero leggermente sconcertato / una notte

le picchiai sulla spalla per vedere con chi mi trovavo

e vidi nei suoi occhi deserti un cammello / a volte

 

quella donna era la banda municipale del mio paese /

suonava dolci Walzer finché il trombone incominciava a stonare /

e tutti stonavano con lui /

quella donna aveva la memoria stonata/

 

tu potevi amarla fino al delirio /

farle crescere giorni dal sesso tremante/

farla volare come uccellino di lenzuola /

il giorno dopo si svegliava parlando di malevic /

 

la memoria le andava come un orologio rabbioso /

alle tre del pomeriggio si ricordava del mulo

che le aveva preso a calci l’infanzia in una notte dell’essere /

donava molto quella donna ed era una banda municipale

 

la divoravano tutti i fantasmi che poté

alimentare con le sue mille donne /

ed era una banda municipale stonata

allontanandosi fra le ombre della piazzetta del mio paese /

 

io / compagni / una notte come questa che

ci impregnano i volti che forse moriamo /

montai sul piccolo cammello che nei suoi occhi aspettava

e me ne andai nelle tiepide sponde di quella donna /

 

zitto come un bambino sotto gli avvoltoi grassi

che mi mangiano tutto / meno il pensiero

di quando lei si riuniva come un ramo

di dolcezza e lo lanciava nella sera

 

 

 

Nobiltà

La poesia è pallida e nobile.

Non cambia niente, non incurva colline, non

dà un solo frutto rosso, non

fa il rumore di chi strappa

un pezzo di pane per offrire

un pezzo di pane.

Si rannicchia in un angolo e

non si lamenta.

Vive in tutto ciò che si innalza

all’aria e al nascere.

Non chiede nemmeno una visita.

Le basta quel che non è successo.

 

 

 

Nessuno deve far rumore nel segreto cuore. Amo le apparenze del non essere naturale. Il vero nulla è lo specchio che avvelena i volti del desiderio, tramuta la memoria in corpo sfuggente dall’unione. Da quando nacqui sono pieno e vuoto di me stesso e così conosco che la verità più innocente è un destino.

 

 

 

Poesia Preghierahttp://javierheraud.splinder.com/post/18710939/Juan+Gelman+Preghiera+d%27+amore

Abitami, penetrami.

Il tuo sangue sia uno col mio sangue.

La tua bocca entri nella mia bocca.

Il tuo cuore ingrandisca il mio fino a scoppiare.

Straziami.

Cadi  intera nelle mie viscere.

Vadano le tue mani nelle mie mani.

I tuoi piedi camminino nei miei piedi, i tuoi piedi.

Divampami, bruciami.

Còlmami di  dolcezza.

Bagnami il palato con la tua saliva.

Stai in me come il legno sta  allo stecchino.

Non posso così, con questa sete

bruciandomi.

Con questa sete bruciandomi.

La solitudine, i suoi corvi, i suoi cani, i suoi brandelli.

 

 

 

Ignoranza

Non sapevo che

non averti poteva essere dolce come

chiamarti perché tu venga nonostante

non venga e non ci sia che

la tua assenza tanto

dura come il colpo che  pensandoti

mi son dato in faccia

 

 

 

Inverno

Dopo aver amato,

il tuo ventre illumina ancora l’oscurità, la stanchezza,

la notte rifugiata nella stanza

 

Il silenzio ha tremato per noi

come i piedi scalzi di quest’inverno di poveri,

rimangono ancora tra le tue braccia volti d’amore abbandonati,

dopo aver amato

regrediamo al fuoco, alla furia, all’ingiustizia.

 

Nella città che geme come pazza

l’amore conta pian piano

gli uccelli morti contro il freddo,

le carceri, i baci, la solitudine, i giorni

che mancano per la rivoluzione.

 

 

 

Abitudini

Non è per restare in casa che  costruiamo una casa

non è per restare nell’amore che amiamo

e non moriamo per morire

abbiamo sete e

pazienze da animali

 

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