Due agosto 1980, ore 10.25

 

di Giovanni Russo SpenaLiberazione

 

Due agosto 1980, ore 10.25 stazione di Bologna. 85 morti e 200 feriti. Il due agosto del 2009, 29 anni dopo, ancora una volta, il corteo sfila dietro lo striscione "Bologna non dimentica" e gran parte della piazza contesta il rappresentante del governo Sandro Bondi. Una contestazione sacrosanta. Vuole esaltare il valore di un ricordo che è anche indignazione e sete di verità negata. E’ esercizio di democrazia, critica del potere, tentativo di squarciare la rimossa narrazione dello stragismo italico.

E’ avvilente che il Partito democratico non comprenda e parli della contestazione di Bologna come di un atto rituale e quasi autistico.

Proprio ora che le destre pretendono di riscrivere la storia dello stragismo italico partendo dalla stessa piazza Fontana; mentre il revisionismo antiresistenziale mina la religione laica su cui è nata la Repubblica. Non a caso il federalismo secessionista ne sta sfibrando l’unità; non a caso la borghesia mafiosa, fortemente insediata ai vertici del potere, offenda perfino la memoria di don Peppino Diana.

Per comprendere la contestazione a Bondi bisognerebbe ricordare che, oltre agli ergastoli inflitti ai terroristi neri Fioravanti, Mambro, Ciavardini, la sentenza per la strage di Bologna condanna per depistaggio il capo della P2 Licio Gelli, Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Allora, continuiamo a chiedere: chi furono i mandanti politici? Quale il comportamento dei poteri? E quali i motivi politici e sociali della strage? Settori dello Stato avevano forse bisogno, in quel contesto, di usare bombe assassine per impaurire, per bloccare partecipazione democratica e conflitto sociale, per chiudere le persone dentro la gabbia delle proprie paure, per costruire il clima di una pervasiva alienazione politica di massa; in definitiva per stabilizzare il potere?

Perché, sia chiaro una volta per tutte, lo stragismo stabilizza e rafforza il potere costituito; non è affatto dimostrato che lo destabilizza, come gran parte della socialdemocrazia italiana ha sempre ritenuto. La contestazione di Bologna significa dunque pretesa di conoscere la verità, perché dietro la P2 hanno vissuto e vivono poteri politici ed economici che ancora oggi preservano gli equilibri infami costruiti su quelle povere vittime. Nella sentenza di Bologna ritorna, non a caso, la responsabilità degli Ufficiali dei Servizi: una attività investigativa contro la verità, un’opera costante di depistaggio.

Sono stato per anni componente della Commissione Bicamerale Stragi: ebbene, non vi è strage (da Piazza Fontana, a Piazza della Loggia, all’Italicus, ad Ustica) in cui l’accertamento della verità non sia stato impedito dall’opera traditrice di depistaggio di segmenti dello Stato. Non a caso la Commissione Gualtieri propose, invano, al parlamento, l’approvazione di un vero e proprio reato di "depistaggio". E’ anche questo il motivo per cui il bilancio giudiziario sullo stragismo è del tutto negativo. Dino Martirano ricorda giustamente le parole dello storico De Lutiis: «La magistratura è stata sistematicamente sabotata dalla polizia, dall’ufficio affari riservati e da pezzi di servizio che non erano deviati ma rispondevano ad alleanze internazionali e ad ordini provenienti da catene di comando parallele». Con le carte processuali, insomma, rischia di sbiadirsi anche la memoria.

Vogliamo sapere a nome e per conto di quali poteri politici i servizi depistavano; la cittadinanza ha diritto di sapere chi fossero i mandanti. Sono proprio le rimozioni di queste domande a permettere le sortite del portavoce del Pdl Daniele Capezzone. La strage di Bologna, è bene ricordarlo, insieme con le bombe sul treno di Natale del 1984, è l’unica strage in cui vi sono condanne definitive. Giovanni Pellegrino, che è stato per sei anni presidente della Commissione Bicamerale stragi, avendo sempre sostenuto che esistono ancora ombre e verità non chiarite sulle ragioni politiche che spinsero a ideare la strage di Bologna, afferma che «forse, dietro la strage, c’era una logica di riaggiustamenti interni agli apparati di potere occidentali», che qualcuno che era stato dietro le stragi di anni precedenti potrebbe aver voluto le bombe a Bologna per lanciare avvertimenti. Come a dire, «so molto del passato, attenzione a non mollarmi».

Insomma, mentre le destre al governo vorrebbero togliere l’aggettivo "fascista" dalla lapide di Bologna, noi la consideriamo anche una strage di Stato; e vorremmo che, finalmente, fossero abbattuti i segreti di Stato e fosse squarciato il cono d’ombra calato sullo splendido e coraggioso lavoro della Commissione Anselmi sulla P2.

Comprendo l’amarezza dell’Associazione 2 agosto 1980 per l’uscita dal carcere di Valerio Fioravanti, condannato al carcere a vita anche per la bomba del 2 agosto 1980. Comprendo il dolore ed il rammarico dei familiari delle vittime; lo dico con rispetto ed affetto, anche per conoscenza diretta. Penso anche che la nostra lotta contro lo stragismo è resa più forte dal rispetto dello Stato di diritto e del sistema delle garanzie. Noi siamo contrari all’ergastolo, al "fine pena mai". Fioravanti è stato in carcere quasi 26 anni. E’ fuori di prigione in base a legislazioni non premiali per "pentiti" o "dissociati", ma che valgono per tutti i detenuti, anche per gli ergastolani. Ricerca delle responsabilità politiche nel rispetto delle sentenze e garantismo per quanto riguarda le pene sono, a mio modesto avviso, un binomio indissolubile.

 

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