Strage di Innocenti

 

di Fabio SebastianiLiberazione

 

Innse è un acronimo che sta per Innocenti – Sant’Eustachio. E questo già la dice lunga su un sito produttivo tra i più specializzati dell’area lombarda che dagli anni ’70 ad oggi ha avuto lunghe vicissitudini, passando di mano tra almeno quattro o cinque diversi proprietari, tedeschi compresi. E’ stata anche pubblica la Innse. E da lì è andata alla Manzoni. Poi il baratro del fallimento. E infine Silvano Genta, l’ultimo imprenditore, che sfruttando i benefici della legge Prodi si aggiudicò l’impianto per poco più di 750mila euro, più o meno un modesto appartamento in centro a Milano.

L’area che ospita l’Innse, famosa in tutto il mondo per i suoi manufatti di precisione come presse e parti di pipe-line, sorge a Lambrate, la prima cintura periferica metropolitana. E questo rappresenta un po’ la sua condanna, visto che gli interessi speculativi si dimostrano talmente forti da travolgere qualsiasi tavolo di trattativa, regionale o nazionale. Anche la stessa proposta di acquisto da parte della Ormis di Brescia viene tenuta inspiegabilmente in stand-by. L’Aedes, l’immobiliare proprietaria, non ha nessuna intenzione di mollare la preda, viste anche le notevoli perdite in borsa a seguito della crisi finanziaria internazionale. Pur di tenersela si dice disposta a costruire vicino a un impianto industriale.

La resistenza delle tute blu, circa una cinquantina, scatta nel maggio dello scorso anno quando Genta decide, con il primo di una lunga serie di colpi di mano, di chiudere tutto e mandare i lavoratori a casa. Per contrastare il disegno speculativo, già chiaro fin dalle prime battute, i lavoratori decidono per la gestione diretta, considerando che il mercato tira e gli ordini da evadere ci sono. I macchinari, tra cui alcuni pregiatissimi torni, valgono diversi milioni. Per rimetterli in funzione una volta spostati, però, occorre diverso tempo. E’ per questo che i lavoratori pensano che li si voglia dar via come ferro vecchio.

Per un anno Genta tenta e ritenta di smontare il macchinario, anche facendosi scortare dalle forze dell’ordine, Il 10 febbraio dopo un estremo tentativo di difendere l’impianto i lavoratori vengono brutalmente picchiati dalla polizia. «Un fatto che ci rimarrà impresso nella memoria», dicono i lavoratori. Da quel momento la Regione Lombardia si pone come garante dell’impianto. Sia la Regione che la Provincia votano all’unanimità diversi ordini del giorno in questa direzione.

I tentativi di Genta di riprendersi il sito sono diversi, e tutti falliti grazie alla resistenza dei lavoratori e alla solidarietà di centri sociali, sindacati, partiti della sinistra e cittadini.

Il 27 febbraio, il figlio di Genta, secondo quanto denunciano i lavoratori, tenta addirittura di sabotare le macchine. Viene scoperto dagli operai del presidio proprio mentre apre un quadro elettrico di una macchina ed asporta del materiale. «Era garante Rossoni vice di Formigoni, – raccontano i lavoratori – sul fatto che il macchinario non doveva essere toccato. Alla fine di una lunga trattativa entrano i tre delegati sindacali, il figlio di Genta va a casa». Fino all’altro ieri sulla Innse c’era un "decreto di smontaggio" nelle mani di Prefetto e Questura, che evidentemente hanno deciso di entrare in azione domenica mattina.

 

«Una vergogna per l’Italia e per Milano». Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, parla con alle spalle uno schieramento impressionante di carabinieri e polizia. A fianco a lui c’è la segretaria generale della Fiom di Milano Maria Sciancati, e Giulia Colombini, segretaria della Cgil Lombardia. E’ una conferenza stampa improvvisata davanti ai cancelli della Innse, in lotta per la difesa dei posti di lavoro. Domenica notte, le tute blu sono state cacciate dalla portineria a colpi di manganellate per permettere poi ad una squadra di entrare e tentare di portare via un po’ di macchinari. E ora il sindacato prova a dare la sua risposta: richiesta al prefetto di un tavolo di confronto e sospensione delle operazioni di smantellamento di torni e alesatrici. A controfirmare, arriva nel pomeriggio il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini. «Se non andrà così – dice – sono altri che si devono assumere la responsabilità di quel che succederà». Ma la risposta positiva non si fa attendere. L’incontro ci sarà in serata.

Intanto, per oggi sono state proclamate due ore di sciopero in tutto il settore metalmeccanico di Milano e provincia. E davanti ai cancelli il presidio non è più soltanto dei cinquanta lavoratori che resistono ormai da giugno del 2008, ma anche della Fiom. Un gruppo di lavoratori e sindacalisti continua poi ad oltranza il presidio dentro i locali della Regione in attesa che il presidente Formigoni si decida a riceverli.

Lì dentro c’è un patrimonio di diversi milioni di euro: macchine di prima qualità che hanno consentito all’Innse di farsi un nome in tutto il mondo. E Silvano Genta, l’imprenditore che nel 2006 si è aggiudicato l’impianto per poco più di settecentomila euro grazie alla legge Prodi, ora vuole "realizzare": ovviamente sulla pelle dei lavoratori, approfittando delle ferie agostane, grazie all’appoggio del ministro dell’Interno Bobo Maroni, e nell’assenza totale di Regione, Provincia e Comune, che ieri hanno segnato ancora una volta la più completa latitanza dopo aver promesso non più tardi di qualche giorno fa che tutto sarebbe filato liscio fino a settembre. L’operazione di strappare l’impianto alle sue radici non è ancora riuscita, ovviamente. Gli "smantellatori" stanno chiusi dentro l’azienda occupata militarmente dalle forze dell’ordine, mentre i lavoratori promettono che da lì non uscirà nemmeno uno spillo. Un vero e proprio braccio di ferro, che racconta anche di come il Governo Berlusconi intende affrontare la crisi economica in Italia.

L’Innse, del resto, è una tipica storia italiana. Da una parte un’azienda in piena salute che ha realizzato alcune "cosucce" come parti del Cern di Ginevra, e che al momento di essere congelata aveva un portafoglio ordini piuttosto consistente; dall’altra, un imprenditore d’assalto come Genta, amico di Roberto Castelli e quindi nel giro della Lega, che non investe una lira, non paga l’affitto dell’area alla Aedes, ed ora pretende di vendere i macchinari, il cui valore si aggira intorno ai diversi milioni di euro. Ci sono alcuni imprenditori, intanto, come conferma lo stesso Sergio Cusani, che sta seguendo la vicenda come consulente della Fiom, che sarebbero anche interessati a far ripartire l’azienda, ma vengono sistematicamente ignorati.

Genta, che proprio ieri si è presentato in tribunale nella causa per il pagamento dell’affitto dell’area, respinge le accuse e dice che di offerte serie non ne sono arrivate. «Siamo rimasti ostaggio di personaggi ideologicamente schierati che per 14 mesi non hanno fatto alcuna proposta seria e reale», dichiara. «Non ho alcun amico politico – aggiunge -. I miei contatti sono stati solo con le istituzioni: prefetto, ministero, tribunale e questura. Non sono stato presentato da alcun politico, vado in prefettura quando mi chiamano e seguo le istituzioni per risolvere i problemi». E invece non è così. Quando la Innse era sull’orlo del fallimento fu proprio Castelli a portare Genta in Provincia, come ricorda la stessa Sciancati davanti ai giornalisti.

Intanto, continua il tam tam della solidarietà. Domenica pomeriggio qui davanti c’e stato il segretario del Prc Paolo Ferrero. «C’è un’azienda che funziona e che viene smontata perchè qualcuno ha interesse a fare una speculazione edilizia. Solo che non tutti gli italiani sono disposti a prendere mille euro al giorno per dare il culo a Berlusconi», aveva detto Ferrero. Ieri il segretario del Prc ha chiesto a Maroni «di fermarsi subito e ritirare la forza pubblica, in modo da permettere la riapertura e il buon esito del tavolo di mediazione in prefettura». «Non sia il ministero degli Interni – ha aggiunto – a garantire lo smantellamento degli impianti dell’azienda affinchè la proprietà possa fare la propria speculazione». Ieri è arrivato il messaggio dell’ex segretario generale della Cisl Savino Pezzotta: «Esprimo la mia piena e convinta solidarietà ai lavoratori dell’Innse di Milano. Questi lavoratori da più di un anno sono in attesa di una proposta di soluzione e di un piano di salvataggio», ha detto il deputato dell’Unione di Centro Pezzotta. L’impresa, spiega, «non è decotta, ha capacità innovative e un personale fortemente motivato. Non è con lo sgombero forzato che si risolvono questioni come queste, ma evitando le speculazioni e il disinteresse verso i drammi umani e familiari dei lavoratori coinvolti». «Sollecito il Ministro delle Politiche sociali e del lavoro ad intervenire con sollecitudine e a ricercare una soluzione. La vicenda è il primo segnale delle gravi tensioni sociali che si muovono nel mondo del lavoro. Spiace che il Governo non abbia voluto accogliere le nostre proposte sugli ammortizzatori sociali e sul governo della crisi», ha concluso Pezzotta.

«Noi non ce ne andremo mai da qui», dicono infine i lavoratori. «Abbiamo passato 14 mesi qui e non è questo il momento di andarcene», spiega Claudio, che lavora da 30 anni nell’industria nei pressi di Lambrate. «Aspettiamo un compratore – aggiunge – compratore che c’è già, perchè la società di intermediazione che ha ricevuto l’incarico lo ha già trovato».

 

Questa voce è stata pubblicata in Politica controcorrente. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...