Omnia sunt communia!

 

da QLuther Blissett

 

Einaudi Tascabili,

Stile libero, n. 597,

Giulio Einaudi editore S.p.A.,

Torino, 1999

 

 

– Apri la Bibbia, amico mio.

La voce mi coglie all’improvviso dal tavolo al quale deve aver lavorato tutta la notte. Appena sveglio, la bocca impastata, mi volto in un mugugno: – Come?

Gli occhi gonfi di chi ha scritto a una luce troppo scarsa, indica il libro sul tavolo.

– La Prima lettera ai Corinzi: 7, 11-13. Leggi, ti prego.

– No Magister, dovete dormire almeno un poco o non avrete nemmeno la forza di parlare… Riponete la penna e sdraiatevi sulla branda,

Sorride: – Ho ancora tempo… Leggimi quel passo: 7, 11-13.

Scuoto la testa mentre apro la Bibbia e mi metto a cercare. La sua resistenza al sonno non smette ancora di impressionarmi.

– «Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro. Con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Togliete il malvagio di mezzo a voi!»

Mentre leggo annuisce in silenzio. Sembra riflettere sulle parole, ripassarle a memoria. All’improvviso alza gli occhi, miracolosamente ancora svegli: – Tu cosa credi che intenda l’apostolo?

– Io, Magister…?

– Già. Cosa pensi che significhi?

Rileggo rapidamente le parole di San Paolo e la risposta mi esce dal cuore: – Che abbiamo fatto bene a incendiare il tempio dell’idolatria. Che i francescani di Neudorf si dicono fratelli, ma vivono nell’avarizia e spingono il popolo ad adorare le immagini e le statue.

– Voi lo avete fatto per zelo. Ma non credi ci sia qualcuno che ha ricevuto da Dio la spada proprio a questo scopo? Chi è «al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male»?

– Paolo afferma che l’autorità è preposta a questo scopo. Ma se non era per noi nessuno avrebbe castigato quella banda di idolatri usurai!

Si illumina: – Proprio cosí. Lo zelo degli eletti ha dovuto strappare la spada ai potenti per fare quello che essi non facevano: difendere il popolo e la fede cristiana. E questo non ci insegna forse che quando i governanti permettono che l’empietà si diffonda, allora tradiscono il loro compito e diventano complici della malvagità? Dunque, come i malvagi, secondo le parole dell’apostolo, vanno tolti di mezzo.

L’enormità di quelle parole mi colpisce come un pugno, mentre lui comincia a leggere dal suo manoscritto: – «Io affermo con Cristo e con Paolo, e in conformità all’insegnamento di tutta la legge divina, che si devono uccidere i governanti empi, particolarmente i preti e i monaci che rampognano di eresia il Santo Evangelo e non di meno pretendono di essere i migliori cristiani».

Non è possibile, deglutisco: – Magister, questo… è questo che predicherete oggi al cospetto dei duchi di Sassonia?!

Un ghigno, un lampo negli occhi, adesso piú svegli che mai.

– No, amico mio, non solo. Se non sbaglio ci saranno anche il cancelliere di corte Brück, il consigliere von Grefendorf, il nostro Zeiss, il borgomastro e tutto il consiglio cittadino di Allstedt.

Rimango impietrito, mentre lui si alza stirandosi le braccia.

– Grazie per l’aiuto a fugare ogni dubbio. Adesso credo che accetterò il tuo consiglio e mi sdraierò un poco. Ti prego di chiamarmi al rintocco della campana.

 

 

 

Thomas Muntzer

La navata è gremita, la gente si accalca fin sul piazzale antistante la chiesa. Dal pulpito, il Magister spazia con lo sguardo su quel mare di occhi, e ne trae la forza della parola. Il silenzio si diffonde rapidamente.

– La benedizione di Dio scenda su di voi, fratelli e sorelle, e vi conceda di ascoltare queste parole con cuore saldo e aperto. Non un respiro.

– Il digrignar di denti che oggi si alza, dai palazzi e dai conventi contro di voi, gli insulti e le bestemmie che i nobili e i monaci scagliano contro questa città, non scuotano le vostre menti. Io, Thomas Müntzer, saluto in voi, in questa folla qui riunita, la gloriosa, finalmente desta, Mühlhausen!

Un’ovazione si alza sulle teste, il saluto ricambiato del popolo.

– Ascoltate. Ora sentite tutt’intorno a voi il vociare confuso, stizzito, rabbioso, di coloro che da sempre ci opprimono: i principi, i grassi abati, i vescovi, i notabili delle città. Sentite il loro sbraitare, là fuori, sotto le mura!? È l’abbaiare dei cani a cui sono state strappate le zanne, fratelli e sorelle. Sí, i cani che con le orde dei loro soldati, dei loro esattori, ci hanno insegnato cos’è la paura, ci hanno insegnato a ubbidire sempre, a chinare la testa in loro presenza, a ossequiarli come schiavi davanti ai padroni. Coloro che ci hanno regalato l’incertezza, la fame, le tasse, le corvée… Costoro, oggi, fratelli miei, piangono di rabbia perché il popolo di Mühlhausen si è alzato in piedi. Quando uno solo di voi rifiutava di pagar loro i tributi, o di riverirli a dovere, potevano farlo fustigare dai loro mercenari, potevano imprigionarlo e ucciderlo. Ma voi oggi, qui, siete migliaia. E non potranno piú frustarvi, perché ora voi avete in mano la frusta, non potranno piú imprigionarvi, perché voi avete preso le prigioni e ne avete divelto le porte, non potranno piú uccidervi né rubare al Signore la devozione del Suo popolo, perché il Suo popolo è in piedi e volge lo sguardo verso il Regno. Nessuno potrà piú dirvi fai questo, fai quello, perché da oggi vivrete in fratellanza e comunione, secondo l’ordine gradito al Signore, e non ci sarà piú chi lavora la terra e chi ne gode i frutti, poiché tutti lavoreranno la terra e ne godranno i frutti in comunità, da fratelli. E il Signore sarà onorato, poiché non ci saranno piú padroni!

Un altro boato d’entusiasmo risuona nella grancassa dell’abside e sembra il grido di diecimila.

– Mühlhausen è pietra di scandalo per gli empi della terra, è la premonizione dell’ira di Dio che sta per travolgerli ed è per questo che essi tremano come cani. Ma questa città non è sola. Nella strada che ho percorso per giungere qui da Basilea, dovunque, in ogni borgo, dalla Foresta Nera alla Turingia, ho visto i contadini insorgere armati della loro fede. Dietro di voi si sta formando l’esercito degli umili che vogliono spezzare le catene della schiavitú. Essi hanno bisogno di un segnale. Voi dovete essere i primi. Fare ciò che tanti, altrove, per paura stentano ancora a fare. Ma siate certi che il vostro esempio sarà seguito da altre città, vicine o cosí distanti che ne ignoriamo perfino il nome. Voi dovete aprire la strada del Signore. Nessuno mai potrà sottrarvi l’orgoglio di questa impresa. Io saluto in voi la libera Mühlhausen, la città su cui Dio ha posato il Suo sguardo e la Sua benedizione, la città della rivincita degli umili sugli empi della terra! La speranza del mondo comincia da qui, fratelli, comincia da voi!

Le ultime parole vengono coperte dal frastuono, Magister Thomas deve urlarle a squarciagola. Salto anch’io in mezzo a quella gioia: non ci scacceranno mai piú da nessuna città.

 

 

 

– I beni, Lot, i soldi, i gioielli, le mercanzie, servono al corpo affinché se ne giovi lo spirito. Guarda questa gente: è felice. Non deve uccidersi di fatica per vivere, non deve rubare a chi possiede di piú né lavorare per lui. E dal canto suo, chi ha di piú non ha nulla da temere, poiché ha scelto di vivere con loro. Ti sei mai chiesto quante famiglie si sfamerebbero con quello che Fugger ha nei suoi forzieri? Io credo che mezzo mondo potrebbe mangiare per un anno intero senza dover alzare un dito. Ti sei mai chiesto quanto tempo un mercante di Anversa spende per accumulare la sua fortuna? La risposta è semplice: tutta la vita. Tutta la vita per accumulare, per riempire casseforti, scrigni, fabbricare la prigione per sé e i propri figli maschi, e la dote per le femmine. Perché?

 

 

 

In questa vita ho imparato una cosa sola: che il paradiso e l’inferno non esistono. Ce li portiamo dentro ovunque andiamo.

 

 

 

Sei bella. Sei viva. Sei una vita scivolata nel fango che non ne vuole sapere di smettere e mi regala ancora una giornata di sole come questa e il bruciore giú in fondo.

 

 

 

Le esplodo dentro, senza riuscire a trattenere l’urlo che si mescola al suo. Il piacere squassa il corpo fino a torcermi come un ramo secco nel fuoco. Scende su di me, madida, l’onda nera dei capelli mi avvolge, l’odore degli umori sulla bocca, sulle mani, il seno contro il petto. Si stende accanto, bianca e stupenda: ascolto il suo respiro rallentare. Mi prende la mano, in un gesto che ho imparato ad assecondare, e l’appoggia tra le cosce, a raccogliere in una sola presa delicata il sesso che ancora si contrae. Ursula è qualcosa che non proverò mai piú: è Melancolia, un’incisione nell’anima e sulla carne.

Le travi del soffitto raccolgono lo sguardo immobile. Non ho bisogno di dirle nulla, anche adesso sa tutto, piú chiaro e limpido di me.

– Hai deciso di partire con lui.

– A Emden, su a nord. Hofmann dice che lassú si radunano i profughi dall’Olanda. Si preparano grandi cose.

Si gira sul fianco, verso di me, concedendomi gli occhi brillanti: – Cose per cui vale la pena morire?

– Cose per cui varrà la pena vivere.

Il suo indice percorre il mio profilo storto, la barba rossa, scende sul petto, si ferma su una cicatrice, poi sulla pancia.

– Tu vivrai.

La guardo.

– Tu non sei come Hofmann: non ti aspetti niente. Hai negli occhi una sconfitta, disperata, ma non è la rassegnazione che ti affligge. È la morte. Già una volta hai scelto la vita.

Annuisco zitto, sperando che mi stupisca ancora.

Sorride: – Ogni essere segue il suo destino nel ciclo del mondo: il tuo è vivere.

– Questo lo devo anche a te.

– Ma sai che io non verrò.

È tristezza o commozione, le parole mancano.

Sospira serena: – Melancolia. Cosí mi chiamava mio marito. Era un medico, un uomo coltissimo, anche lui amava la vita, ma non come te, lui ne amava i segreti, voleva cogliere il mistero della natura, delle pietre, delle stelle. L’hanno bruciato per questo. Una moglie fedele forse avrebbe seguito la sua sorte. Io invece sono scappata: ho scelto di sopravvivere -. Mi accarezza il volto. – Anche tu. Seguirai la tua stella.

 

 

 

Bernhard Rothmann

– Fratelli e sorelle, i viandanti che aspettavamo sono giunti. Enoch ed Elia attraversano il mondo e arrivano a Münster per annunciare che l’ora è imminente, che i ricchi hanno i giorni contati, e il potere del vescovo sarà cancellato per sempre. Oggi sappiamo con certezza che ciò che ci attende è libertà e giustizia. Giustizia per noi, fratelli e sorelle, giustizia per chi viene tenuto in servitú, costretto a lavorare per un salario da fame, per chi ha fede e vede la casa del Signore imbrattata di immagini, e gli infanti venire lavati con l’acqua benedetta, come cani sotto una fontana.

Ieri ho domandato a un pargolo di cinque anni chi fosse Gesú. Sapete cosa ha risposto? Una statua. Questo ha detto: una statua. Per la sua piccola mente Cristo non è altro che l’idolo davanti al quale i genitori lo costringono a dire le preghiere prima di dormire! Per i papisti questa è la fede! Prima imparare a venerare e ubbidire, poi capire e credere! Che razza di fede può essere questa, e che inutile supplizio per i bambini! Ma li vogliono battezzare, sí fratelli, perché temono che senza il battesimo lo Spirito Santo non discenda su di loro. In questo modo l’atto della fede diventa secondario: le coscienze vengono lavate con l’acqua benedetta prima che si possano compiere peccati. E cosí il loro battesimo copre le nefandezze piú innominabili: il trarre lucro dal lavoro del prossimo, l’accumulare i possessi, la proprietà delle terre che voi coltivate, dei telai che voi fate funzionare. I vecchi credenti non vogliono permettere a nessuno di scegliere quale vita condurre, vogliono che voi lavoriate per loro e siate contenti della fede che vi consegnano i dottori. La loro è una fede di condanna, è la fede spacciataci dall’Anticristo! Ma noi, fratelli, noi vogliamo Redenzione! Noi vogliamo libertà e giustizia per tutti! Noi vogliamo leggere liberamente la parola del Signore e liberamente scegliere chi deve parlarci dal pulpito e chi rappresentarci in Consiglio! Chi decideva infatti dei destini della città prima che lo scacciassimo a pedate? Il vescovo. E chi decide ora? I ricchi, i notabili borghigiani, illustri ammiratori di Lutero solo perché la sua dottrina consente loro di resistere al vescovo! E voi, fratelli e sorelle, voi che fate vivere questa città, non potete mettere parola nelle loro sentenze. Voi dovete soltanto ubbidire, come sbraita lo stesso Lutero dalla sua tana principesca. I vecchi credenti vengono a dirci che i buoni cristiani non possono occuparsi del mondo, che devono coltivare la loro fede in privato, seguitando a subire in silenzio i soprusi, perché tutti siamo peccatori condannati a espiare.

Ma ecco qui i messaggeri di speranza, ecco chi viene ad annunciarci la fine del vecchio cielo e della vecchia terra, affinché noi ne pretendiamo altri. Questi due uomini hanno raccolto il nostro grido d’indignazione e sono venuti a portare testimonianza, come Enoch ed Elia, a dirci che non siamo soli, che il tempo è giunto. I potenti della terra saranno spodestati, i loro scranni cadranno, per mano del Signore. Cristo non viene a portare la pace, ma la spada. Le porte sono ora aperte per coloro che sapranno osare. Se penseranno di schiacciarci con un colpo di spada, con la spada pareremo quel colpo per restituirne cento!

 

 

 

Gli stringo forte l’orlo del mantello: – Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto, Peter. La sconfitta non rende ingiusta una causa. Ricordalo sempre. Vai adesso.

 

 

 

– Ora capisci dove si annida l’Anticristo che hai combattuto per tutta la vita.

– Lí dentro? – indico l’edificio imponente che ci fronteggia.

– No. Nelle borse che passano di mano in mano in giro per il mondo. Hai lottato contro i principi e i possidenti. Ti sto dicendo che senza il denaro quelli non sarebbero niente, li avreste sconfitti da un pezzo. Invece c’è sempre un banchiere che regge loro il moccolo finanziandone le iniziative.

– Vada per le imprese commerciali, ma cosa ci guadagna, un banchiere a finanziare una guerra contro i contadini?

– E me lo chiedi? Che tornino a lavorare i campi dei loro signori, a scavare nelle loro miniere. Da quel momento, di tutto quello che viene prodotto i banchieri otterranno una parte cospicua. Vedi, Carlo V e i principi sono un ceto di parassiti che non produce niente, ma ha un bisogno enorme di sperperare denaro: guerre, corti, concubine, figli, tornei, ambascerie… L’unico modo che hanno di saldare i debiti che contraggono con i banchieri è di fare loro delle concessioni, di lasciare a loro l’usufrutto di miniere, opifici, terre, regioni intere. In questo modo i banchieri sono sempre piú ricchi e i potenti sempre piú dipendenti dal loro denaro. È un circolo vizioso.

L’aria sorniona di Eloi non lascia dubbi sul fatto che si sta divertendo a dipingermi il mondo dal suo punto di vista. Acquista una salsiccia fumante e ci soffia sopra prima di azzannarla.

Indica la banca: – Avrai certo sentito nominare i Fugger di Augusta: i banchieri dell’Impero. Non c’è un porto in Europa dove non ci sia una loro filiale. Non c’è commercio in cui non ci sia una loro anche minima partecipazione. I nostri mercanti sarebbero persi senza il denaro che i Fugger mettono a disposizione per finanziare i loro viaggi. Carlo V non sposterebbe un solo soldato se non avesse un credito illimitato presso i loro forzieri. Del resto, l’Imperatore deve ai Fugger la sua corona, la guerra contro la Francia, la crociata contro i Turchi e il mantenimento di tutte le sue puttane. Li ha ricambiati donando loro l’usufrutto delle miniere ungheresi e boeme, la riscossione delle tasse in Catalogna, il monopolio dell’estrazione mineraria nel Nuovo Mondo, e chissà cos’altro -. La salsiccia punta verso l’edificio che si erge lí davanti. – Credimi, senza i Fugger e il loro denaro quell’uomo sarebbe in rovina da un pezzo -. Ruota la testa in tutte le direzioni. – E forse tutto questo non esisterebbe.

Si pilucca le dita unte con l’aria piú naturale del mondo.

Faccio qualche passo verso il centro della strada, scruto la costruzione anonima, massiccia, poi mi guardo intorno un po’ confuso, sentimenti opposti mi si accavallano dentro, rabbia, stupore, anche ironia. Mi fermo e ad alta voce butto fuori tutto quanto: – Perché nessuno mi ha mai parlato delle banche!?

 

 

 

Al primo sguardo distante, reso piú incerto dai veli di nebbia che fanno del sole un disco biancastro, non sai se il miraggio sia il mare che stai solcando, e invece è terraferma, o i palazzi e le chiese appoggiati sull’acqua, in realtà scogli di forme architettoniche.

Poi il barcone infila un largo canale. Finestre, balconi e giardini danzano come macchie di colore e si diffondono tra le sponde.

Ai lati si aprono vicoli navigabili da una sola piccola imbarcazione alla volta, talmente stretti alcuni, che i tetti delle case sembrano toccarsi, impedendo ai raggi del sole di filtrare. Perna mi ha parlato di chiese, di palazzi, di piazze e bordelli; ma non mi aspettavo il miracolo delle vie d’acqua, il numero impressionante di barche d’ogni forma e dimensione che sostituiscono le carrozze, le portantine e i cavalli. Questa città sembra non conoscere la ruota, né il passeggio fitto delle strade principali, costruzione assurda che sfida ogni logica d’architetto e sembra quasi galleggiare sul mare, tanto da fare impallidire Amsterdam e le terre d’Olanda, strappate all’oceano dalla tenacia delle genti del Nord.

I gabbiani solcano il cielo pallido e trovano appoggio su pali robusti, fitti, spesso colorati e decorati di stemmi, che spuntano, come tronchi in un bosco, dai bassi fondali e fanno da ormeggio a barche di forme e dimensioni diverse.

L’orizzonte angusto via via si allarga, ad abbracciare ancora un’isola, sulla destra, e un insieme maestoso di costruzioni dalle tinte opache, su cui spicca altissimo un campanile robusto, squadrato, appuntito come una freccia.

Sulla sinistra si apre una nuova via d’acqua, vera strada fluttuante, con i portoni e i gradini dei palazzi tuffati direttamente tra i flutti, come non ho mai visto in alcun paese che abbia un fiume o qualcosa di simile. La città e il mare sembrano cresciuti assieme.

Lo scafo ormeggia quasi sotto il magnifico balcone di un palazzo tutto rivestito di marmo rosato, a fianco di una colonna con la statua del Leone alato e di quello che deve essere il palco per le esecuzioni capitali. Gli strumenti e i simboli del potere della Serenissima sono le prime immagini che lo straniero deve avere sott’occhio.

Appena messo il piede a terra, invece, colpisce la confusione, il viavai di gente, le grida, gli affollamenti, i saluti, le liti; forse l’unico elemento a separare il mare, luogo di rumori attutiti, dal resto della città.

Appena messo il piede a terra, non so in virtú di quali caratteristiche, vengo riconosciuto subito come uno straniero di lingua tedesca e circondato da una ventina di ragazzi che si sforzano di spiegarmi come sia impossibile girare Venezia senza conoscerla a fondo, quanto sia grande il rischio di perdersi, di finire in cattive mani, di rimetterci con il cambio; e mentre elencano cortesemente questi rischi cercano in tutti i modi di infilarmi le mani nella borsa.

 

 

 

«C’è un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante». Qoèlet 3, 2.

Mi siedo su un pilastro, lungo rio dei Fuseri.

La carta si sbriciola tra le dita, ma le parole sono ancora leggibili dove le macchie del tempo non hanno cancellato la traccia d’inchiostro. Lettere che raccontano una storia di vent’anni fa, quando la Germania bruciava alle parole di Magister Thomas, e custodite con cura. Adesso so perché le ho portate con me durante tutti questi anni. Per ricordarmi di te.

Qoèlet.

Lancio in aria la moneta e la riacchiappo al volo. La scritta campeggia ancora ben visibile: UN DIO, UNA FEDE, UN BATTESIMO. Cimelio di un’altra sconfitta. Pezzo raro, quasi unico, forgiato dalla zecca di Münster.

Un barcaiolo lancia il suo grido d’avvertimento prima di imboccare l’ansa del rio e sparire alla vista, i gabbiani galleggiano tranquilli, scrutando il fondale.

Spiavi Lutero. Spiavi Müntzer. Spiavi gli Anabattisti, anzi, eri uno di loro. Uno di noi. Forse ti ho conosciuto.

Qoèlet.

I contadini nella piana.

I cittadini di Münster asserragliati dentro le mura.

Donne e bambini.

Cataste di morti.

Sei qui. Carafa non può privarsi di una pedina importante come te. L’hai servito bene, ma adesso c’è l’Inquisizione, niente piú alfieri solitari: raccogliere voci, informazioni, spiare gli Spirituali per cogliere il momento migliore.

Sei qui. Dove si gioca la partita decisiva, come sempre, come da vent’anni a questa parte. I miei vent’anni.

Cataste di morti.

Magister Thomas, Heinrich Pfeiffer, Ottilie, Elias, Johannes Denck. Jacob e Matthias Ziegler, poco piú che ragazzi.

Melchior Hofmann, morto qualche anno fa nella prigione di Strasburgo. Il fedele Gresbeck e i fratelli Brundt, fatti prigionieri e giustiziati fuori dalle mura di Münster. E i Mayer e Bartholomeus Boekbinder che mi prestò il nome, caduti nella strenua difesa della città.

E ancora Eloi Pruystinck e tutti i fratelli di Anversa. Una processione di fantasmi sulla riva di questo canale. Siamo rimasti solo io e te.

Gli ultimi testimoni di un’era che tramonta. Due vecchie ombre stanche.

Quell’odio mi ha abbandonato, non è uno svantaggio: posso essere piú attento, anche piú scaltro. Piú di quanto tu non lo sia mai stato.

Oggi posso scovarti.

 

 

 

Mi chiede del Caratello, della sua gestione, le ragazze. Si siede di fianco a me. Questa donna che non è ansiosa di conoscere ciò che sono stato, sapere quali e quanti fiumi di sangue ho guadato. Questa donna a cui non importa dei miei tanti nomi. Questa donna curiosa di me adesso. Di me ora. Questa donna che ora mi parla della mia umanità, che dice di sentirsi sfidata da me, di poter avvertire la mia umanità sotto la corazza che indosso da troppo tempo, sotto la materia refrattaria in cui ho trasformato la mia pelle per non essere ferito ancora.

Un altro sorso di vino.

Questa donna. Questa donna che mi vuole.

Beatrice.

Ciò che potrebbe essere.

Ora.

 

 

 

Al largo delle coste romagnole ho smesso di indugiare sull’orizzonte, intirizzito dal freddo.

Sotto coperta distendo le ossa indolenzite su una branda. Beatrice mi attende, ma prima un groviglio di pensieri e sensazioni pretende di essere sciolto.

Fogli decrepiti, ormai polvere sui trent’anni trascorsi.

La moneta del regno di un solo giorno.

La copia di un libro che non lascerà traccia.

Un taccuino fitto di appunti.

La piú strana eredità che il destino potesse affidarmi.

Heinrich Gresbeck, o qualunque fosse il suo nome, è l’ultimo volto che prende posto nella galleria dei fantasmi. Forse i suoi giorni migliori sono stati quelli trascorsi al mio fianco. Forse è cosí che dovrei ricordarlo.

Desiderava che fosse la mia mano e non quella dei sicari di Carafa a farlo cadere. Invece è rimasto vittima del piú ridicolo dei miei nemici e della sua stessa macchinazione. Il Mulo: miserabile pappone che voleva vendicare un affronto subito, approfittando della canea scatenata contro i Giudei. Avrei dovuto ucciderlo allora. La risata che mi ha accompagnato negli ultimi tempi torna a salirmi in gola: i destini dei potenti e degli uomini appesi al gesto dell’ultimo coglione.

La confessione di Manelfi è bruciata. Gli uomini non sapranno mai che quelle poche pagine avrebbero potuto cambiare per sempre il corso degli eventi. I dettagli sfuggono, le ombre minori che hanno popolato la storia scivolano via dimenticate. Lenoni, piccoli chierici meschini, fuorilegge senzadio, sbirri, spie. Tombe anonime. Nomi che non dicono niente, ma che hanno incrociato le strategie, le guerre, le hanno fatte saltare, a volte con la testarda consapevolezza della lotta, altre volte per puro e semplice caso, con un gesto, una parola.

Sono stato tra questi. Dalla parte di chi ha sfidato l’ordine del mondo.

Sconfitta dopo sconfitta abbiamo saggiato la forza del piano. Abbiamo perso tutto ogni volta, per ostacolarne il cammino. A mani nude, senza altra scelta.

Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universale delle donne e degli uomini che porto con me verso un altro mondo. Un singulto squassa il petto, sputo fuori il groviglio.

Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare.

 

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