Eco-warriors al-bionici

 

di Jon HarrisonIl Manifesto

 

In un sito industriale sull’Isola di Wight, in Inghilterra, c’è una rotonda che ospita tende di tutte le forme e dimensioni: molte più tende di quante non immaginereste possano trovare posto in uno spazio così piccolo. Tra le tende vi sono bandiere e segnali indicanti chi ci vive esattamente, con su scritti i nomi del sindacato Rmt, e di gruppi socialisti e verdi; a volte c’è un semplice slogan scritto a mano. E, accanto al fuoco del bivacco, sventola da un’asta una bandiera che simboleggia la preziosa unità raggiunta nelle due settimane di vita dell’accampamento. È rossa, verde e nera, a rappresentare le tre tendenze politiche che qui si sono incontrate.

Che cosa stiamo facendo, dunque? La risposta la troviamo proprio di fronte alla rotonda: sul balcone della fabbrica di turbine eoliche Vestas c’è un drappello di dieci lavoratori. La fabbrica è stata occupata. Se non fosse stato per l’occupazione, ora questa fabbrica sarebbe deserta. La compagnia – una delle maggiori fonti di occupazione dell’isola, e la principale azienda produttrice di turbine eoliche al mondo – aveva semplicemente deciso di licenziare i suoi 600 operai, chiudere la fabbrica e fare le valige.

La Vestas è una società perfettamente redditizia, potrebbe permettersi di tenere aperto l’impianto con facilità. Ha solo deciso che poteva fare più profitti costruendo le turbine eoliche in America o in Cina, ma non aveva considerato che i suoi operai si sarebbero battuti con tutte le forze per salvare quella che è, dopo tutto, l’unica fabbrica di turbine eoliche del Regno Unito. «È ridicolo che abbiano persino pensato di chiuderla» dice Ian, uno dei lavoratori che partecipano all’occupazione, parlando al telefono. «Se vogliamo risolvere il problema del cambiamento climatico ci servono fabbriche di turbine eoliche dappertutto – dobbiamo coprire il mondo di energia eolica. Pensavamo di essere in una industria con un futuro sicuro. La compagnia ci aveva detto che la fabbrica si sarebbe espansa e sarebbe stata riconvertita a una tecnologia più nuova. Questa è una delle ragioni per cui è stato un tale shock, quando ci hanno detto che la volevano chiudere. La nostra è una battaglia per 600 posti di lavoro, ma è anche qualcosa di più. È una battaglia per il futuro del pianeta».

Mentre scriviamo i lavoratori hanno appena ricevuto una ingiunzione del tribunale che intima loro di abbandonare la fabbrica. Vestas ci ha messo due settimane per convincere i giudici a dare quest’ordine. I padroni sembravano convinti che i lavoratori, semplicemente, se ne sarebbero andati una volta ricevuta l’ingiunzione del tribunale a loro sfavorevole. Ma i lavoratori hanno appena annunciato la loro intenzione di sfidare la legge. «Noi restiamo. Staremo qui tutto il tempo che servirà» dice Ian.

La compagnia ha reagito dichiarando ai media che è «paziente» e non ha alcuna fretta di far allontanare i lavoratori con la forza. Non si è nemmeno rivolta alla corte per ottenere un mandato – non ancora. Nel frattempo, l’accampamento davanti alla fabbrica sta crescendo ancora di più. Da tutto il paese arrivano altri sostenitori, provenienti da tradizioni politiche diverse. Si preparano a uno scontro per difendere l’occupazione. Sulla rotonda, l’accampamento vede riuniti insieme radicals come mai prima. Il primo a comparire sulla scena è stato Workers’ Climate Action. È un gruppo relativamente piccolo, una alleanza di socialisti e anarchici che si è sforzata di unire il movimento operaio e il movimento verde. Un mese prima che l’occupazione iniziasse stava già volantinando fuori dei cancelli della fabbrica, e ha stabilito i primi contatti con i lavoratori più militanti all’interno. Quando la campagna è partita, ha chiamato i rinforzi del più grande Socialist Workers Party: un passo in avanti in sé, date le molte differenze politiche dei gruppi su questioni come la Palestina o il leninismo.

I verdi sono stati più lenti ad arrivare. Sono venuti a sostenere l’occupazione una volta che questa era cominciata, piuttosto che promuoverla. Ma ora sono giunti numerosi. Come prevedibile, sono meno irreggimentati dei gruppi trotzkisti: vedono la propria presenza non tanto come un «intervento», quanto piuttosto come un semplice aiuto. Inoltre, tendenzialmente, sono venuti uno o due alla volta, considerandosi dei sostenitori piuttosto che dei membri delle reti più radicali come Climate Camp (il Green Party, più mainstream, si nota per la sua assenza).

A dominare è uno spirito di unità a sinistra, lo si può quasi sentire nell’aria. Gruppi che solitamente sono in conflitto tra loro hanno dichiarato la «rotonda magica» una specie di territorio neutrale, dove per una volta possiamo tutti andare d’accordo. Invece di litigare per la tattica, i diversi gruppi ce la stanno mettendo tutta. I socialisti stanno usando le loro reti nei sindacati per raccogliere donazioni di solidarietà. Stanno anche cercando – finora senza successo – di convincere i sindacati sull’isola ad attuare uno sciopero dal basso in sostegno dei lavoratori della Vestas. «Ormai sono qui da settimane» racconta Julie, dei socialisti. «Abbiamo fatto venire la gente alle dimostrazioni – volantinando, facendo banchetti, mettendo manifesti nelle vetrine dei negozi, e così via».

Il gruppo di Climate Change si è concentrato maggiormente sull’azione diretta presso l’impianto. Una questione centrale dell’occupazione è stata il cibo. La Vestas ha tentato di impedire gli approvvigionamenti, in modo che i lavoratori fossero costretti ad andarsene per la fame. Sono stati questi attivisti a sfidare le barriere della polizia per far arrivare i viveri. Fortunatamente, anche i verdi si intendono degli aspetti pratici del campeggio, compresa la cucina vegetariana (prima che arrivassero loro il campo era abbastanza malmesso).

La partecipazione al campo sembra gradualmente modificare la politica di entrambi i gruppi. I socialisti stanno cominciando a vedere il cambiamento climatico come un fattore più centrale, e non come un’altra questione qualunque del «movimento». E i verdi hanno cominciato a fare propria una politica un po’ più incentrata sui lavoratori. «Andare verso l’eolico è fondamentale» dice Maddy, di Climate Camp, in uno dei raduni durante l’occupazione. «Ma c’è una questione: da dove verrà il cambiamento. Questa occupazione dimostra che deve venire dai lavoratori, non dai padroni».

Cosa ancor più rimarchevole, il gruppo un po’ caotico degli attivisti ha legato molto con i lavoratori stessi. I lavoratori hanno eletto dei delegati che a turno si uniscono al «campo del picchetto», con almeno due di loro sempre presenti, anche di notte. Perciò c’è stato tanto tempo per parlare di politica e, cosa forse ancor più importante, perché le persone facessero conoscenza tra di loro e nascessero una certa fiducia e un certo rispetto reciproci. «Tutto il sostegno che abbiamo ricevuto qui, da così tante persone e gruppi differenti, è magnifico» dice Mark, uno dei delegati. «Tutti lavorano insieme, questa è la cosa importante. Andiamo tutti d’accordo e ci aiutiamo a vicenda. Penso che tutti noi capiamo, in fin dei conti, che quello che sta succedendo in questa occupazione è più grande di uno qualunque di noi. Il punto non siamo noi. Il punto è cosa possiamo fare per aiutarli».

L’occupazione potrebbe durare altri due giorni o altre due settimane, impossibile saperlo. I lavoratori che restano dentro sono certamente determinati a tenere duro. Hanno indetto una «giornata di mobilitazione» nazionale, chiedendo alle persone di tutto il paese di smettere di lavorare per un’ora. Alcuni pensavano che l’ordine di abbandonare la fabbrica sarebbe stata la fine della campagna alla Vestas. Ma la coalizione che è nata qui difficilmente se ne andrà in punta di piedi.

Traduzione di Marina Impallomeni

 

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