I love Radio Rock

 
 

Proprio nel quarantennale dell’evento Woodstock (per questo riporto la locandina originale 15-18 agosto 1969), il sogno continua a protrarsi con altre storie e forme espressive anche nel 2009 tramite questo meraviglioso film incentrato sull’amore e sulla potenza della musica.

 

 

 

Un film di Richard Curtis. Con Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, Kenneth Branagh, Tom Sturridge, Chris O’Dowd, Rhys Darby, Katherine Parkinson, Talulah Riley, Ralph Brown, Sinead Matthews, Emma Thompson, Gemma Arterton, January Jones, Tom Wisdom, Jack Davenport

Titolo originale The Boat That Rocked. Genere Commedia, durata 135 min. – Gran Bretagna, Germania 2009.

Mio Voto: /10

 

 

Recensione di Boris SollazzoLiberazione, 10 giugno 2009

 

Finché la barca va, lasciala andare. Così cantava Orietta Beni, e mai si sarebbe aspettata che il suo ritornello risultasse perfetto per una comunità maschile (a rompere la continuità solo una factotum lesbica) che viveva e lavorava su un’imbarcazione fatiscente, si dedicava a ogni tipo di vizio (sesso, droga e rock’n’roll su tutti, ovvio) e mandava musica leggendaria che ha cambiato il mondo. Fantasia al potere in una storia tutta vera che racchiude in sé un’esperienza breve ma intensa che ha fitto epoca, quella delle radio libere e clandestine che beffavano l’impero britannico e il suo megafono (la Bbc) trasmettendo in altomare e inondando, è il caso di dirlo, le case dei sudditi di Sua Maestà di rock e pop, allora messi al bando e relegati ad appena 45 minuti (!) alla settimana sulle frequenze di stato. Un bacino di 25 milioni di persone che si riunivano per ascoltarli, di nascosto, e di adolescenti che mettevano le loro radio sotto il cuscino per gustarsi, ad insaputa dei genitori, la trasgressione in modulazione di frequenza. I love Radio Rock (in sala dal 12 giugno) è la summa di quest’epoca d’oro, ispirati soprattutto dal successo e dalle vicende della mitica Radio Caroline, oggetto di una sistematica repressione del governo, fino alle estreme conseguenze.

La radio, si sa, è un mezzo potente e troppo sincero, ancora oggi, nonostante gli scarsissimi investimenti e lo snobismo nei suoi confronti, rimane un media centrale (guardate l’esperienza, anche politica, di Francia e Spagna, o i fenomeni di costume statunitensi). Se e quando contrasta il pensiero unico dominante – nelle guerre mondiali come in quelle civili, fredde o subdole, gli altoparlanti erano sempre strumento di propaganda o resistenza, magari in codice – diventa un nemico da abbattere, senza remore. Ne sa qualcosa l’Italia e Bologna, ai tempi di Radio Alice, e così lo splendido film I love Radio Rock diventa un inno di libertà. Musicale, culturale, sessuale. Richard Curtis, dopo tanta commedia sentimentale, scritta e diretta, decide di regalare il Mamma mia!, l’Across the universe di hippy e contestatori. Ci mette tutta la sua capacità di regalare dialoghi ed emozioni speciali (suo lo zampino decisivo in script cult come Quattro matrimoni e Un funerale, Notting Hill, il diario di Bridget Jones e, anche da regista, Love Actually), più una magia unica derivante da una delle sfide più incoscienti e nobili del secolo scorso.

Il governo e il ministro (in)competente – fantastico Kenneth Branagh nei panni del mastino civico e cinico – decidono di aprire una crociata che farà molte vittime, ma non l’arte e l’indipendenza. Da quel biennio d’oro (1966-1967), conclusosi con un’omissione di soccorso pubblica e un salvataggio privato, si aprirà una nuova epoca: la fuga dalle autorità rimise in moto la bagnarola regina, che affonderà per un’avaria, i dj non moriranno solo grazie agli ascoltatori che ascoltavano la tragedia in diretta (la scena del film, volutamente eccessiva e romanzata, è esaltante), così finirà l’epopea delle radio libere. Gli steccati e i recinti tanto faticosamente eretti a difesa dei benpensanti, però, erano comunque già crollati proprio sotto i magli dell’ottusa repressione (e depressione) made in Uk.

Woodstock, il maggio francese sono alle porte, solo questi simpatici anarchici intuiscono, anticipano e forse facilitano la rivoluzione. «Se spari una pallottola qualcuno muore, se sganci una bomba muoiono in tanti, se meni una donna muore l’amore. Ma – è questo il mio punto politico e profondo – se pronunci la parola vaffanculo non succede niente». E’ la filosofia del Conte, dJ onnisciente e pieno di talento, provocatore appassionato, con la faccia rubizza ed iperespressiva di Philip Seymour Hoffman. E’ il mantra di un film, che tramite musica e parole ricorda «gli anni migliori della nostra vita, e il guaio è che lo so» (è sempre il Conte a parlare), la bellezza e il coraggio di un mondo che era già diverso e possibile. A partire dalla scelta dei brani (una quarantina) che spolverano grandi successi, ma soprattutto chicche molto speciali, da My generation degli Who a The wind cries Mary di Jimi Hendrix, passando per l’intellettuale e alto Leonard Cohen e gruppi-mito come Kinks, Supremes, ovviamente Rolling Stones. E questo andando a memoria, riconoscendo pezzi nel mare di note in cui navigano dj e spettatori.

Ma Cunis non ha solo il pregio di ricordare e far rivivere un’atmosfera speciale e un momento storico-artistico irripetibile, sa anche raccontare l’aspetto più umano, quel puerile cameratismo che coinvolge questi uomini soli contro tutti, che l’amore lo conoscono solo a pagamento, ogni quindici giorni, e diventano amici solo sfidandosi in confronti tanto pericolosi quanto stupidi. Si concede, come sempre, citazioni geniali, su tutte l’orgia di Mark Mezzanotte ripresa di peso dalla copertina di un album di Hendrix. Bill Nighy è un padrone di casa-nostromo di gran classe, Rhys Ifans un antagonista perfetto, i caratteristi – che siano teneri, antipatici, alienati, completamente folli – semplicemente irresistibili, da Ralph Brown a Rhys Darby. Storia e cinema si fondono con la musica, e ci ricordano che la libertà non è solo lotta e conquista, ma anche divertimento, sensualità, ossigeno per menti geniali. E ci ricorda che forse l’avvento dell’attuale oligopolio economico-comunicativo (e non parliamo solo di Berlusconi, ma anche di Murdoth & Co.) più che rovinarci, ci ha tolto quello che persino potenti conservatori non erano riusciti a fare, avvalendosi di leggi ad hoc (Sua Emittenza, ahilui, non si è proprio inventato niente) come il Marine Broadcasting. Offences Act. Lo diceva anche Gaber, la libertà – come la vera radio – è partecipazione.

 

 

 

Recensione di Dario ZontaIl Mucchio, giugno 2009

 

Per quanto incredibile, I love Radio Rock racconta una storia vera, accaduta nei Mari del Nord nel lontano 1966, non lontano dalle coste Inglesi. Una banda di appassionati di musica – e di droga, e di sesso, e di libertà… – pur di poter trasmettere liberamente e su onde medie la musica che allora stava scuotendo e reinventando il mondo, il rock-pop, decise di trasformare un peschereccio di grossa stazza in una radio galleggiante, abitata da una comunità di scoppiati e compiaciuti dj radiofonici, idoli di qualche milione di ascoltatori "abusivi" che preferivano l’avanguardia musicale dei pirati del nord alla paludosa e paludata musica conservatrice delle emittenti ufficiali. La BBC nell’anno 1966 trasmetteva solo due ore di rock’n’roll alla settimana, disattendendo, con spocchia snobistica e oltranzista, le aspettative di una platea immensa di ascoltatori pronti a rivedere il diavolo come ostia quotidiana, purché legato a un certo tipo di suoni. Le gesta di quel gruppo di facinorosi, dediti all’uso di qualsiasi sostanza e sensibili apostoli della trasgressione, divennero leggendarie per qualcosa come venticinque milioni di inglesi. Ora, quando si tratta di miti, gesta, eroi, drogati, avanguardisti, iconoclasti, sperimentatori, il cinema è nella sua materia, come questo film di Richard Curtis (prodotto dagli stessi testoni che hanno fatto fortuna con Notting Hill, Bridget Jones e Quattro matrimoni e un funerale) dimostra: una pellicola che ha l’unico difetto di essere un po’ troppo lunga e di credere troppo nella eccezionalità di una storia vera che a nessuno è venuto in mente di raccontare prima. Punto di forza, un casting perfetto: Philippe Seymour Hoffman è il Conte, leader americano, grosso, barbuto, scontroso della piccola comunità, contrastato dalla rivalità con l’altro unico americano, Rhys Ifans, alias Dj Gavin, una star assoluta, il più grande Dj del mondo, affascinante, iper-sessuato, capace di una conduzione radiofonica oggi assolutamente impensabile, diretto e provocatorio. Bill Nighy è Quentin, il manager raffinato di questa rock boat di pazzi. A questi si aggiunge un coro di coprotagonisti ideali, ognuno con la sua definizione, la sua sostanza, la sua musica, da Midnight Mark, il messia del sesso, a Wee Small Hours Bob, Dj capellone che trasmette a tarda notte solo musica folk. E poi c’è la musica, un basso continuo che lega tutto il film senza alcuna soluzione di continuità trasformando il divertente Radio Rock in una sorta di "filmconcerto" un musical on the boat. I produttori avranno speso una vera fortuna i diritti musicali perché praticamente si sente tutto il pop-rock di quegli anni: decine di brani, ormai classici della storia di quel genere musicale. Addirittura, agli attori sono stati forniti i-Pod in tema con il personaggio da interpretare. A parte il paradosso del mezzo tecnologico (quanto di più lontano si possa pensare, rispetto alla cultura del singolo e del vinile dell’epoca) e l’entusiasmo della ricostruzione che rischia, costantemente, di diventare ingenua artificiosità, ci troviamo di fronte a un’opera importante, che ha il pregio di riportare al centro di un ipotetico dibattito due temi oggi parecchio fuori moda: innocenza ed entusiasmo. Di fronte a una cultura che arranca come la contemporanea, in tutto il mondo occidentale, è bene ricordare che qualcuno, non troppo tempo fa, ha sognato che si potesse essere felici con la libertà di ascoltare e di fare ciò che si credeva. Un idealismo facilone, magari, a cui però oggi si è sostituito un cinismo senza apparente via d’uscita.

 

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