C’era una volta…

 

da Questa storiaAlessandro Baricco

 

Lasciami andare a vedere il sogno, la velocità, il miracolo, non fermarmi con uno sguardo triste, questa notte lasciami vivere laggiù sull’orlo del mondo, solo questa notte, poi tornerò…

 

 

 

-Dove lo porti?-, aveva chiesto la mamma.

-Cose da uomini-, aveva risposto Libero Parri, e da lì Ultimo non si era fatto più domande perché se hai cinque anni e tuo padre ti porta con sé, in quel modo, sei felice e basta. Per cui aveva corricchiato dietro di lui fino al bivio per Rabello. L’aveva fatto senza sapere che per infinite volte, da grande, avrebbe rivisto quella immagine, proprio quella: la sagoma massiccia del padre che camminava a grandi passi davanti a lui, contro il volo della nebbia mattutina, senza mai voltarsi né per aspettarlo ne per controllare che ci fosse ancora. In quella severità, e in quella assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci accanto, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.

 

 

 

Seppero poi che libero Parri aveva preteso di entrare in paese e, nonostante le proteste del conte, l’aveva attraversato, a velocità sostenuta, gridando frasi sconnesse in cui c’entravano le vacche, il direttore della banca e, forse, i preti.

– No, i preti non c’entravano.

– Strano, avrei giurato di aver sentito proprio la parola preti.

– Prati, ho detto prati.

– Prati di merda?

– Concimati, volevo dire prati concimati.

 

 

 

Quando entravi in una stanza piena di gente, potevi sentire se lei era là, senza bisogno di vederla o di sapere che era rimasta a casa. E a teatro, non c’era bisogno di cercarla: era la prima cosa che vedevano i tuoi occhi. Non era neanche tanto bella. Ed era perfino difficile capire se fosse, in effetti, intelligente. Ma la luce era dov’era lei, e lei era il quadro. Aveva l’ombra d’oro, capì.

 

 

 

Se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu.

 

 

 

Avevo imparato anni prima, in una notte di nebbia, che quello è l’unico cammino vero, che porta al cuore delle cose, e al respiro del tempo. Ora sapevo che esisteva anche dentro di me, e che solo occorreva disseppellirlo , ogni giorno, dalle macerie della vita.

Io costruirò una strada… Non porterà da nessuna parte, perché porterà a se stessa, e sarà fuori dal mondo, e lontana da qualsiasi imperfezione. Sarà tutte le strade della terra strette in una, e sarà dove sognava di arrivare chiunque sia mai partito. La disegnerò io e, sa una cosa?.. la farò lunga abbastanza da mettere in fila tutta la mia vita, curva dopo curva, tutto ciò che i miei occhi hanno visto e non hanno dimenticato. Nulla andrà perduto, né la curva di un tramonto, né la piega di un sorriso. Ogni cosa non l’avrò vissuta invano, perché diventerà terra speciale, e disegno per sempre, e pista perfetta.

 

 

 

Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei né triste né felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

 

 

 

Elizaveta Seller fece qualche passo avanti. C’era finalmente un gran silenzio. Guardò i resti della pista, che sbucavano qua e là dalle paludi. E capì che non si era sbagliata, né sul conto di Ultimo, né sul conto di se stessa. Pensò a due ragazzi persi sulle strade d’America con un furgone pieno di pianoforti, e li vide limpidi e forti come mai li aveva visti. Adesso sapeva che per quanto la terra si fosse data una gran pena a confondere ogni orizzonte, così lineare e semplice era stata la loro strada, e pulita oltre ogni dire. Era sembrata, a tanti, una follia e invece era stato solo un gesto esatto, strappato al caos dell’accadere, e compiuto insieme. Non c’è nulla, pensò, nulla come esser qui, in questo momento. A mettere in ordine il mondo.

 

 

 

Continuò a girare l’automobile, per un tempo che nessuna lancetta misurò mai. Elizaveta non contò quante volte vide il rettilineo d’arrivo, ma si accorse che a poco a poco quel che Ultimo aveva cercato spesso di spiegarle, stava succedendo. Sentì ogni curva sciogliersi gradualmente nell’ordine illogico di un unico gesto, e trovò nella propria mente il cerchio che non esisteva se non per lei. Nel cuore della velocità, trovò la perfezione di un semplice anello. Pensò allora all’infinito caos di ogni vita,  all’arte sopraffina delle cose che sanno pronunciarlo in un’unica figura, compiuta. E capì cosa ci commuove nei libri, nello sguardo dei bambini e negli alberi solitari, in mezzo alla campagna. Quando si accorse di esser scesa nel segreto di quel disegno, chiuse gli occhi, vide gli occhi di Ultimo, sorrise.

 

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