Una famiglia come tante …

 

Un deprimente e fosco dipinto della triste e omologata Italia d’oggi.

 

 

da Niente, più niente al mondoMassimo Carlotto

 

Mi alzo alle sei, preparo il caffè e accendo il televisore. D’inverno non alzo mai le serrande per evitare di guardare le finestre dei palazzi di fronte. E’ ancora buio e attraverso le tendine da quattro soldi, trasparenti come carta velina, vedi gente già stanca alle prese con le caffettiere. Hanno tutti una faccia incazzata come la mia. Solo alla televisione si vede gente contenta. Le conduttrici sono fresche come rose e sorridono con quei bei denti bianchi che devono aver speso un capitale dal dentista.

 

 

 

A proposito di extracomunitari: un’altra mattana della bambina è stata uscire con un ragazzo tunisino che lavorava dal panettiere. Anche quella volta suo padre non ha detto una parola. E’ toccato a me risolvere la faccenda.

Quello ti fa figliare come una coniglia – le ho detto – e quando si stufa si porta via i bambini al suo paese e tu finisci a Chi l’ha visto?

Ma siamo solo amici aveva risposto la bambina.

E quando mai ti sono amici quelli? Quelli sono islamici, gente che non ti puoi fidare, circoncisi come gli ebrei, guarda cosa stanno combinando in giro per il mondo. Mettono le bombe, sgozzano la gente. E poi nel quartiere che figura ci facciamo?

Per essere sicura di non ritrovarmi un nipotino di colore sono andata al posto di polizia e ho detto al commissario che un extracomunitario senza documenti importunava la mia bambina. Il giorno dopo se lo sono caricati in macchina ed è sparito.

 

 

 

Sotto sotto l’unica speranza, oltre naturalmente al superenalotto – ma quei numeri che ho pagato 100 euro a maga Misteria non sono ancora usciti – era la bambina. Magari se tutto andava male e non diventava un personaggio famoso almeno si sposava un bravo ragazzo messo bene e potevamo contare su di loro …

Ho cominciato cinque anni fa a ritagliare da Novella 2000 articoli e fotografie di matrimoni e a incollarli sulle pagine di un quaderno per preparare quello della bambina ma quella non si è mai degnata di guardarlo.

Una delusione la bambina. Tutta una vita a risparmiare per non avere nulla, solo la certezza che in futuro potrà andare solo peggio. Una vita da discount, da cinesi, da rate a interessi zero, da affari imperdibili …

Eppure poteva farcela la bambina. Glielo dicevo sempre quando guardavamo la televisione.

Sei più bella di Alessandra e lei si è presa Costantino e fa i soldi. Quelli veri, non la miseria che prendi al Pony. Che poi è pericoloso con quel motorino sempre in mezzo al traffico …

Ma se non ti fai notare – le dicevo – non combinerai nulla di buono per la tua vita. Se non ne approfitti adesso che sei giovane niente più niente al mondo servirà per cambiarti il destino.

 

 

 

Una volta mi piaceva ballare. Arturo e io eravamo bravi. Andavamo nei locali e alle feste dell’Unità. Adesso due volte al mese un pullman fa il giro del quartiere, fa il pieno di coppie della nostra età e ci porta in provincia dove c’è un capannone enorme dove ci sta un mare di gente e queste orchestre che non smettono mai di suonare. Paghiamo 15 euro a testa con la consumazione e balliamo fino alle due del mattino.

Con i balli a due va tutto bene ma quando ci sono quelli di gruppo mi torna la tristezza del giro delle vetrine del pomeriggio. Siamo solo degli estranei che ballano insieme perché è sabato e ci dobbiamo divertire per forza altrimenti saremmo tutti a casa a fissare il televisore.

E quando la musica finisce rimontiamo sui pullman e ce ne torniamo a casa in silenzio perché nessuno di noi è più capace di conoscere gli altri, di fare amicizia. Gli altri sono solo un problema, una rottura di balle e devi mostrare i denti per ogni cosa sennò se ne approfittano e ti mettono i piedi in testa. Per il parcheggio, per il condominio, per la fila dal fruttivendolo o all’ufficio postale.

 

 

 

27 agosto

Caro Abdel, ti amo tanto. Non so dove ti abbiano portato. Aspetto una tua lettera. Magari riesci a tornare o ti raggiungo io. Non sono mai stata in Tunisia. A dire il vero non sono mai stata da nessuna parte se non a Milano Marittima coi miei. L’idea di viaggiare mi ha sempre fatto paura. Mi piace stare a Torino, correre in motorino lungo i viali e guardare i palazzi e la gente. Quando c’eri tu, Torino era più bella …

A questo proposito c’è una cosa che non ti ho detto, anzi avevo deciso di non dirtela proprio ma non posso tacere. E’ stata mia madre a denunciarti. Lei odia gli stranieri e aveva paura che tu mi mettessi in cinta. Anch’io la odio adesso. Non doveva fare una cosa simile. E’ sempre stata ignorante e stupida, ma adesso a forza di bere è diventata anche cattiva. E’ così diversa da mio padre che non capisco come abbia potuto sposarsela. Mamma mi sta sempre addosso. Pensa solo ai soldi e pretende che sia io a risolvere i suoi problemi. Vuole che vada a fare la cretina in televisione e che cerchi di accalappiare un uomo ricco. Anche papà è angosciato per i soldi, la pensione e tutto il resto ma lui non mi ha mai fatto pesare nulla.

 

 

 

5 settembre

Alla televisione c’era un bel film ma mamma ha voluto guardare una delle sue menate. Parlavano di sogni nel cassetto. Mamma si è girata e mi ha detto di ascoltare. Una marea di parole stupide. Io non ho sogni come quelle galline. Anzi non ho proprio sogni. Cosa devo sognare? A me basterebbe una vita tranquilla, senza continue rotture di palle. Una vita da ragazza: lavoro e divertimento senza dover pensare a cose brutte.

E poi a me non dispiace vivere qui. Il quartiere è quello che è ma ci sono nata e ci sono tutti i miei amici.

Io non andrò mai a fare un provino. Non voglio che mi guardino come fossi una bestia. E non voglio fare i sacrifici di cui parla la mamma. Se vuoi fare carriera devi essere disposta a tutto e io non ho voglia di fare la cretina con i produttori e gli agenti. Che schifo!!! Mamma è proprio ignorante. Ma gliela faccio vedere io.

 

 

 

 

 

La trama di Niente più niente al mondo è, in sintesi, il racconto della realtà di una famiglia ‘normale’ alle prese con problemi economici e lavorativi, in cui la consapevolezza di una condizione di disagio, di difficoltà, prende il sopravvento, fino a distruggere lo stesso nucleo familiare. La tragedia delle tragedie si consuma, dunque, quasi a rafforzare l’idea che il disagio, economico e sociale, può spesso diventare causa di un’incomunicabilità, in grado di ledere le fondamenta di una famiglia.

Una donna di 50 anni, domestica a ore, fissa, in un disperato soliloquio-colloquio, la sua quotidianità sempre uguale in anni e anni di matrimonio, tra discount alimentari, televendite e un rapporto conflittuale con l’unica figlia ventenne. Ripone, infatti, in lei le proprie speranze di riscatto. La ragazza è carina. Potrebbe sfondare in televisione o nel cinema, se si cominciasse a muovere nella giusta direzione e desse retta alla madre.

Ma lei non è interessata a questo genere di vita. Ha scelto di lavorare come pony express e di indossare jeans, maglioni sformati, scarpe da ginnastica. Un assurdo spreco, intollerabile per chi, come la madre, è terrorizzata dall’avanzare della propria vecchiaia, senza nessuna sicurezza. La donna, infatti, non riesce più a far quadrare i conti.

Soldi non ce ne sono, o sono sicuramente troppo pochi rispetto a quelli delle famiglie bene, presso cui, settimana dopo settimana, va a lavorare. Troppo pochi rispetto alle ricche e serene vite virtuali pubblicizzate in televisione. Troppo pochi perfino per andare in vacanza.

La tragedia potrebbe essere evitata se la voce di questa donna trovasse ascolto, se i suoi pensieri non rimanessero ancorati ai modelli consumistici e se, da qualche parte, riuscisse a riconoscere un po’ d’amore. Non è così e il fato si compie.

La protagonista è una vittima del meccanismo in cui vive che, presa da un raptus, diviene carnefice, privandosi di una sua stessa ragione di vita. Vita che, peraltro, è segnata dall’ansia, dalla disperazione del sentirsi chiusi in una gabbia, dove il primo elemento assente, è la speranza di poterne uscire. La tensione per un’esistenza frustrante diviene, così, il motore per un atto di assoluta e disarmante violenza.

Niente, più niente al mondo denuncia il vuoto: non c’è affetto, non c’è tolleranza, non c’è speranza, non c’è lo Stato, non c’è più vita nell’Italietta ipocrita del falso benessere.

 

Fonte: http://www.paolocoletta.net/pagina.asp?paragrafo=48&sezione=3

 

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2 risposte a Una famiglia come tante …

  1. Silvia ha detto:

    Noi siamo responsabili di ciò che siamo e di ciò che facciamo a prescindere da ciò che ci circonda…

  2. Michele ha detto:

    Libertà di scegliere il proprio destino significa responsabilità, ma la si può avere solo essendo consapevoli e l\’ignoranza lo impedisce.Però sono affascinato anche dal pensiero di Sartre: "Io sono responsabile di tutto. Tranne che della mia stessa responsabilità"

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