Gran Torino

 

Quello che ossessiona di più un uomo è ciò che non gli è stato ordinato di fare.

 

 

 

Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch, William Hill, Chee Thao, Choua Kue, Brooke Chia Thao, Scott Eastwood, Xia Soua Chang, Cory Hardrict, Geraldine Hughes, Brian Howe, Brian Haley, Dreama Walker, Nana Gbewonyo, John Antony, Doua Moua, Sarah Neubauer, Lee Mong Vang Genere Azione, durata 116 min. – USA 2008.

Mio Voto: ,5 /10

 

 

 

Recensione di Roberta RonconiLiberazione, marzo 2009

 

Walt Kowalski è uno che quando vede un "muso giallo" o un "negro" digrigna i denti. Walt Kovalski è un americanaccio vecchio stampo, uno che ha fatto la guerra di Corea, che tiene un fucile M-1 sempre carico sotto il letto, che ha due figli che gli sono perfettamente estranei, e che del suo lavoro alla catena in Ford gli è rimasta solo una Gran Torino del ’72, lucida e intonsa nel garage.

Nel suo quartiere di periferia in un buco sperduto del Michigan, di "bianco pura razza" (in realtà figlio di immigrati polacchi) c’è rimasto solo lui. I suoi ex vicini o sono morti o hanno venduto agli asiatici. Che ora si credono i padroni del quartiere.

Walt non parla con nessuno e, se proprio deve, sputa e insulta. Gli fa schifo tutto quello che lo circonda e sopravvive solo a forza di birra, lavoretti in casa e pulcioso affetto per la sua cagna, Daisy. Fino al giorno in cui i ragazzi dei vicini, due giovani Hmong, non iniziano a venire vessati dalle gang del quartiere e Walt, per difenderli, tira fuori con soddisfazione il suo fucile…

Con Gran Torino Clint Eastwood torna a dirigere se stesso a tre anni dal premio Oscar Million Dollar Baby . Poco valorizzato agli ultimi Academy Awards, il film ha però fatto incassi strepitosi in America e si prepara a fare altrettanto in Europa. Meritatamente.

Con lo stesso passo "blues" dei suoi titoli precedenti (in particolare Madison County ), con la stessa cura maniacale e poetica per i particolari umani, con passione e amore per temi e personaggi "scomodi", Eastwood fa della sceneggiatura del giovane esordiente Nick Schenk un canto all’umanità di ciascuno di noi.

La storia gli permette di partire dal punto più distante da una possible fratellanza: un ammasso di pregiudizi, razzismo e fascio-americanismo di nome Walt. Vedere proprio lui, vecchio e incazzato, iniziare ad avvicinarsi all’"altro" e scoprirne senza volerlo la profonda umanità tanto simile alla propria ben oltre i legami di sangue o geografici, ci permette di assistere a una sorta di miracolo benefico cui è impossibile sottrarsi. Inoltre, da buon americano, Eastwood cerca anche di pagare un vecchio conto in sospeso del suo paese con la comunità Hmong. Gruppo etnico sparpagliato tra Laos, Cambogia e Tailanda, gli Hmong furono infatti "alleati" degli americani durante la guerra del Vietnam. Finito il conflitto, si trovarono di fronte alla difficile scelta se restare in patria da "sconfitti" e vessati o espatriare assieme all’esercito Usa. In molti scelsero la seconda opzione, aiutati dalla chiesa Luterana che tentò di accoglierne il maggior numero possibile Oltreoceano. Nella nuova patria gli Hmong non hanno trovato esattamente il paradiso.

Eastwood continua nella sua personalissima strada di osservazione di razze, religioni e differenze mettendo il proprio occhio addosso agli individui, cercando di scavarne le superfici senza appassionarsi a retropensieri o psicologismi, semplicemente accarezzandone i corpi. Ci fa spettatori del quotidiano, ma in una sorta di ralenti che ci permette di assaporare tutte le sfumature. Che a volte fanno tutta la differenza. La sua è un’arte che ormai porta un marchio, basta una prima inquadratura per capire che si tratta di lui, della sua firma, della sua macchina. Che si muove sempre delicata e a ritmo. Lo schermo suona, quando gira Eastwood. Un ritmo lento, nostalgico, con refrain appassionati e struggenti che sfumano verso il finale, lasciandoti addosso tracce di verità e di sublime. Una partitura che il regista ormai esegue ad occhi chiusi e che noi ci godiamo ogni volta, ogni volta meglio, ogni volta di più.

 

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